Sanzioni secondarie anti-russe a Cina e India: Trump mette in gioco la sua immagine e rischia un boomerang clamoroso
Trump minaccia ancora sanzioni ai compratori di risorse energetiche russe. Da un lato alza la posta in gioco, ma dall’altro mette sul piatto la serenità dei consumatori americani. Rischia di perdere popolarità sul piano interno e di non ottenere nulla su quello internazionale, se non antipatia e future ritorsioni.
Rischiano pure i consumatori americani
Le tariffe secondarie andrebbero a colpire di fatto l’intera economia mondiale, nella quale tutti gli attori in gioco sono collegati fra loro. Gli effetti dolorosi dell’azione punitiva minacciata da Trump li sentirebbero quindi anche gli USA stessi. O meglio li sentirebbero i cittadini americani. Un esempio semplice e illuminante è quello dei telefoni cellulari costruiti in India. Il fatto è che la Apple ha iniziato a spostare la sua produzione proprio là… La conseguenza è che il consumatore americano finirebbe per pagare di più il prodotto di un’azienda americana, la quale ha delocalizzato nel Paese sbagliato al momento sbagliato. Un altro settore colpito indirettamente sarebbe quello farmaceutico. Talvolta i malati non hanno facoltà di scegliere quale medicina prendere. Se serve proprio un farmaco proveniente da uno Stato sanzionato, per averlo gli ammalati americani dovranno sborsare di più.
Ed è comico pensare che Washington finirebbe per punire sé stessa, poiché acquista direttamente dalla Russia i componenti chimici necessari all’uranio arricchito. Patirebbero pure gli alleati degli USA. In primis la Turchia, Paese della NATO dall’enorme importanza strategica e terzo maggior compratore di combustibili fossili russi. Altri compratori di gas e petrolio russo sono gli Stati membri dell’Unione Europea: alcuni lo sono in modo esplicito, altri per vie traverse, ma sono tutti buoni alleati degli USA che verrebbero sferzati dalla frusta sanzionatoria di Trump.
E c’è il rischio che Cina e India se ne infischino
Oltre al danno ai suoi cittadini, la Casa Bianca rischia la beffa da parte dell’India e della Cina. Come reagirebbe l’opinione pubblica americana vedendo che i due colossi asiatici continuano a comprare l’energia russa infischiandosene delle sanzioni? Le elezioni di metà mandato non sono così lontane come sembrano e Trump dovrebbe saperlo… D’altronde Pechino non ha smesso di acquistare il petrolio iraniano, sebbene Teheran sia oggetto di sanzioni statunitensi da molti anni. Già adesso i cinesi denunciano il tentativo americano di imporre la propria volontà nell’arena mondiale tramite sanzioni unilaterali “illegali e ingiustificabili”. Spiegano poi che la loro cooperazione con la Russia si svolge rigorosamente nel rispetto del diritto internazionale.
Nemmeno gli indiani mostrano di voler allentare i legami con Mosca per accontentare Washington. Anzi, il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar dovrebbe recarsi in Russia questo mese e lo stesso Putin è atteso in India il prossimo anno. E a Mosca la settimana scorsa non è andato solamente l’inviato speciale di Trump Steve Witkoff, ma anche il consigliere per la sicurezza nazionale di Nuova Delhi Ajit Doval. I dazi punitivi del 25% minacciati dalla Casa Bianca non sembrano spaventare il premier indiano Narendra Modi. Si è infatti detto disposto a pagare un “prezzo pesante” pur di difendere la sua scelta di garantire la sicurezza energetica della popolazione indiana acquistando gas e petrolio dalla Russia. Le considerazioni su cui basa questa decisione, spiega, sono le stesse che guidano i leader di altri Paesi e sono ragionevoli perché rispondono agli interessi nazionali.
La Russia se l’è già cavata prima
C’è da dire che Mosca rispetto alle sanzioni subite dal 2022 ad oggi si è dimostrata “notevolmente resiliente”, come scrive la BBC. I pacchetti siglati da Biden hanno certamente avuto effetti negativi sull’economia della Russia, ma non al punto da fermare la sua macchina da guerra o da mettere fine al conflitto. Lo stesso Trump ammette che i russi sono “piuttosto bravi ad aggirare le sanzioni”. È un contesto al quale sono abituati dal 2014. Sanno quindi prepararsi e poi adattarsi ad ogni nuova sparata sanzionatoria degli USA o della UE. Da un lato c’è la loro bravura e dall’altro i difetti delle sanzioni stesse: prevedibili, talvolta malamente implementabili, piene di falle e scappatoie, oltre alla mancanza di determinazione nell’applicare divieti e misure tali da stroncare l’export energetico russo, mettendo però così a repentaglio anche la sicurezza energetica dei Paesi europei.
Ed è il campo di battaglia a provare che i russi riescono ad andare avanti. In Ucraina, nei pressi della città di Kharkov, c’è una sorta di discarica di armamenti distrutti. Sono resti di missili, bombe e droni russi che mostrano come Mosca abbia un ottimo livello di tecnologia e di possibilità produttive, anche ricorrendo a componenti occidentali dei quali in teoria non dovrebbe disporre. E di fronte agli ultimatum di Trump, il Cremlino non è intimorito e reagisce con sicurezza, senza deviare dai propri obiettivi.
Trump deve conservare la sua immagine
C’è da dire che il ricorso agli ultimatum, alle minacce, agli slogan e alle frasi a effetto rientra pienamente nel personaggio politico di Trump. E dopo averne grandemente beneficiato in campagna elettorale, oggi Mr. President deve difendere la sua immagine indebolita e offuscata nelle ultime settimane dal caso Epstein, dal contestato sostegno alle azioni turpi di Israele e dal fallimento degli sforzi di mediazione fra Ucraina e Russia. Insomma, la minaccia di sanzioni secondarie ai clienti energetici di Mosca non è altro che il passo successivo della sua strategia di marketing. Forse una mossa un po’ azzardata, ma Trump è abituatissimo a gestire la pressione del suo lavoro.
Cina e India però non sono avversari politici interni o partner commerciali riottosi. Sono due colossi economici, due Stati sovrani dotati di armi nucleari. E non sono avvezzi a piegarsi immediatamente alle richieste di altri Paesi o a prendere in fretta decisioni drastiche come quella di tagliare i legami con un fornitore energetico essenziale quale la Russia, solo perché sotto la pressione di forze esterne. Trump certamente se ne rende conto, ma sa anche di non poter abbandonare il personaggio del leader grintoso, del negoziatore abile e determinato, capace di risolvere problemi nei quali il suo predecessore stava affogando l’America. E allora eccolo uscirsene con frasi vaghe, che però suonano potenti ed efficaci. A proposito delle sanzioni secondarie a Pechino, con cui gli americani stanno negoziando un accordo commerciale, Trump non le esclude: Potrebbe accadere. Non lo so. Per il momento non so ancora dirvelo.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.


