Europa senza una vera strategia: va avanti ad elargire soldi e ad evitare la pace
Aprendo le ostilità contro l’Iran, gli USA avevano contestualmente chiuso il tavolo trilaterale con Russia e Ucraina. I negoziati si sono arenati senza una prospettiva di ripresa e senza nemmeno dei chiari sviluppi sul campo. L’Europa sembra quindi accettare l’idea di una guerra prolungata che sveni le sue già affaticate risorse.
Stallo nelle trattative
A un anno e mezzo dal ritorno di Trump alla Casa Bianca l’unico progresso principale è stato allestire un tavolo negoziale, che si era già riunito diverse volte fino alla sospensione sine die di marzo. Sul campo le forze di Kiev sono arretrate ancora, senza però crollare definitivamente. I russi hanno strappato agli ucraini roccaforti importanti, ma senza sfondare del tutto. Quel che pare certo è che senza un coinvolgimento americano attivo, la situazione rischia di rimanere in questo stallo ancora a lungo, facendo perdere tutti. Soprattutto gli europei. Qualcuno può obiettare che le sessioni di trattative ad Abu Dhabi non avevano comunque portato dei risultati importanti. Eppure l’assenza di Washington determina la mancanza stessa di dialogo fra le controparti, che così vanno avanti a combattersi.
Donnyland…
Secondo l’accademico James Sherr ora il conflitto si risolverà solo sul campo, ammesso e non concesso che una qualche risoluzione avvenga davvero. Inoltre, spiega, Zelensky “ha perso l’80% delle sue illusioni” riguardo alla sua capacità di garantirsi l’appoggio di Trump. Ci prova ormai solamente con tentativi degni della sua precedente professione di comico. I suoi delegati al tavolo negoziale hanno infatti suggerito di denominare “Donnyland” una striscia di territorio nel Donbass conteso ai russi. Volevano evidentemente far leva sulla vanità di Mr. Presidente, che suppongono felice di vedersi intitolare una regione. Ma da Washington non è arrivato alcun commento.
Kiev non spinge per la diplomazia
Il problema per Zelensky è che non vi è alcun Paese o soggetto internazionale che possa davvero sostituire gli USA in qualità di mediatore con la Russia. L’Ucraina resta quindi a combattere da sola una pesante guerra di attrito che sta consumando le sue risorse umane e materiali. Coi mercenari stranieri e l’assistenza europea, certamente, ma anche questi mezzi si esauriranno prima o poi. E all’orizzonte non si vede un termine finale del conflitto. Il bello è che lo stesso governo ucraino non spinge per riprendere le trattative. Al momento gli basta pungere Mosca coi droni, colpendo le infrastrutture energetiche e distruggendo qualcosa a casaccio sul territorio russo.
Secondo Alexander Gabuev del Carnegie Russia Eurasia Center le risorse ancora a disposizione di Kiev sono infatti sufficienti a “restare in partita”, mentre Zelensky attende famelico che giungano altri denari dalla UE. E visto che quei denari arriveranno, sebbene tardi e di meno rispetto a quanto annunciato, allora non corre a firmare alcun “accordo ad ogni costo” con Putin. Perché intanto rimane attaccato alla poltrona presidenziale e non ha bisogno di indire elezioni o modificare la Costituzione.
Gli europei hanno capito?
A Bruxelles, a Londra, a Berlino, a Parigi e nelle capitali dei “volenterosi” fornitori di armi e denari hanno forse compreso che gli interessi e gli obiettivi di Kiev sono incompatibili con quanto chiede Mosca. E i vertici ucraini non hanno intenzione di ridimensionarli o di adattarli in una maniera che consenta la pace. Ed è altrettanto impossibile la vittoria di Kiev sul campo. Dunque ora i governi europei sanno capito è l’unica strada percorribile è quella di impedire a livello militare o politico il trionfo di Mosca. Secondo il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius la priorità deve andare all’assistenza militare, perché secondo lui nemmeno i russi vogliono davvero una soluzione diplomatica al conflitto. Di sicuro non la vogliono concordare con gli esponenti europei, dato che nemmeno costoro vogliono avere a che fare col Cremlino. E lo dicono apertamente. Le parole di Kaja Kallas sono infatti l’antitesi della diplomazia e della buona volontà. L’Alto commissario agli Esteri ha infatti negato qualunque concessione; anzi risponde in modo sprezzante alle richieste russe che lei definisce “massimaliste” e quindi irricevibili.
Manca una chiara strategia
Così l’Europa va avanti elargendo miliardi a Kiev e approvando sanzioni. Poco importa se i miliardi presi dalle tasche dei contribuenti sono andati in fumo, distrutti insieme alle armi che hanno acquistato, o sono finiti nelle tasche dei politici ucraini corrotti. E poco importa se 20 pacchetti sanzionatori hanno avuto l’effetto boomerang di rovinare l’economia europea e di non far nemmeno troppo male a quella russa. È chiaro che a Bruxelles manca vera una strategia per vincere il conflitto o almeno per uscirne indenne. Semplicemente insiste a premere e a sperare in cambiamenti interni alla Federazione Russa. Ma la speranza, si sa, non è una strategia. Insomma, è il classico wishful thinking che caratterizza le menti autoreferenziali degli esperti occidentali. Fra i desiderata ci sono infatti il collasso economico della Russia o la morte del suo presidente. Insomma, a Bruxelles aspettano che il tempo passi e… qualcosa di grosso prima o poi accadrà. Ma a questo punto, tanto vale sperare che a disgregarsi sia l’Unione Europea, visto che i segnali ci sono: basta vederli.

Libero pensatore. Ha seguito percorsi di studio umanistici per poi dedicarsi all’approfondimento della politica italiana sia dal punto di vista sia antropologico sia di costume. Ha operato come spin doctor

