Diplomazia del restauro, il “modello Italia” al servizio del patrimonio tunisino
Nel lessico della politica economica mediterranea, la cultura sta rapidamente smettendo di essere un capitolo accessorio per assumere i contorni di una vera infrastruttura strategica. È in questa chiave che vanno lette le Giornate tuniso-italiane dedicate alla conservazione e valorizzazione del patrimonio archeologico, che si sono concluse a Tunisi nella cornice del Palazzo Ksar Said al Bardo. Più che un evento celebrativo, l’iniziativa si configura come un laboratorio avanzato di diplomazia economica, dove il “modello Italia” nel restauro si propone come leva di sviluppo condiviso con la Tunisia.
Il dato politico di fondo è chiaro: a settant’anni dall’avvio delle relazioni diplomatiche tra Roma e Tunisi, la cooperazione bilaterale evolve da una dimensione prevalentemente accademica verso una piattaforma integrata che connette ricerca, industria e finanza. La regia istituzionale, affidata all’Istituto nazionale del patrimonio (Inp) insieme all’Agenzia Ice, all’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo e all’Istituto italiano di cultura di Tunisi, riflette un approccio coerente con le linee del Piano Mattei: mettere a sistema il capitale relazionale e tecnologico italiano per attivare filiere produttive nei Paesi partner.
Patrimonio culturale come asset economico
In questo schema, il patrimonio culturale diventa un asset economico. Non solo perché alimenta il turismo – voce cruciale per la bilancia dei pagamenti tunisina – ma perché attiva una catena del valore ad alta intensità di competenze. Il restauro, infatti, non è più un segmento artigianale isolato, hanno spiegato gli esperti, è un ecosistema che integra diagnostica avanzata, materiali innovativi, progettazione ingegneristica e gestione di cantieri complessi. La presenza a Tunisi di attori come Assorestauro e Oice segnala proprio questo salto di scala: dalla tutela alla produzione di valore.
La doppia anima dell’iniziativa – scientifica ed economica – si è tradotta in un format ibrido. Accanto alla presentazione delle missioni archeologiche congiunte, che confermano l’Italia come primo partner della Tunisia nel settore, si sono svolti forum imprenditoriali e incontri bilaterali (B2B) coordinati con la Confederazione delle imprese cittadine tunisina (Conect). Qui si gioca la partita più rilevante: la trasformazione dei progetti di conservazione in opportunità di investimento e joint-venture. Le visite ai siti archeologici e ai cantieri in corso hanno assunto il valore di veri sopralluoghi operativi, funzionali all’avvio di collaborazioni industriali.
Tunisia, archivio stratificato di civiltà
La Tunisia, del resto, offre un terreno particolarmente fertile. Il Paese è un archivio stratificato di civiltà – punica, romana, islamica – e vanta una riconosciuta eccellenza nella scuola di restauro del mosaico, alimentata dal patrimonio del Museo nazionale del Bardo. L’incontro con il “saper fare” italiano, leader globale nelle tecnologie di diagnostica e conservazione, genera una complementarità naturale: da un lato competenze storiche e manuali, dall’altro innovazione tecnologica e capacità di industrializzazione dei processi. In prospettiva, il mercato tunisino si configura come un hub regionale per il Nord Africa.
Porta d’ingresso verso un’area più ampia per le imprese italiane
Per le imprese italiane, si tratta di una porta d’ingresso verso un’area più ampia, caratterizzata da un crescente fabbisogno di interventi conservativi, anche alla luce delle pressioni climatiche e urbanistiche. Per Tunisi, invece, la posta in gioco è duplice, ovvero rafforzare la tutela del proprio patrimonio e, al contempo, generare occupazione qualificata, soprattutto per una nuova generazione di restauratori e tecnici. Il successo delle Giornate tuniso-italiane suggerisce che la “diplomazia del restauro” può diventare uno degli strumenti più efficaci della politica estera economica italiana.
In un Mediterraneo attraversato da tensioni e transizioni, la valorizzazione della cultura si propone come terreno neutrale e produttivo, capace di coniugare identità e sviluppo. Non è solo una questione di tutela del passato, ma di costruzione di filiere economiche sostenibili. In altre parole, il restauro come industria della memoria e, insieme, come investimento sul futuro.

Vanessa Tomassini è una giornalista pubblicista, corrispondente in Tunisia per Strumenti Politici. Nel 2016 ha fondato insieme ad accademici, attivisti e giornalisti “Speciale Libia, Centro di Ricerca sulle Questioni Libiche, la cui pubblicazione ha il pregio di attingere direttamente da fonti locali. Nel 2022, ha presentato al Senato il dossier “La nuova leadership della Libia, in mezzo al caos politico, c’è ancora speranza per le elezioni”, una raccolta di interviste a candidati presidenziali e leader sociali come sindaci e rappresentanti delle tribù.
Ha condotto il primo forum economico organizzato dall’Associazione Italo Libica per il Business e lo Sviluppo (ILBDA) che ha riunito istituzioni, comuni, banche, imprese e uomini d’affari da tre Paesi: Italia, Libia e Tunisia. Nel 2019, la sua prima esperienza in un teatro di conflitto, visitando Tripoli e Bengasi. Ha realizzato reportage sulla drammatica situazione dei campi profughi palestinesi e siriani in Libano, sui diritti dei minori e delle minoranze. Alla passione per il giornalismo investigativo, si aggiunge quella per l’arte, il cinema e la letteratura. È autrice di due libri e i suoi articoli sono apparsi su importanti quotidiani della stampa locale ed internazionale.

