Una nuova era del conflitto curdo
Il 12 maggio 2025 è una data da segnare sui libri di storia. Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) ha annunciato la fine della lotta armata e lo scioglimento del gruppo, accogliendo così le richieste dell’anziano patriarca del movimento, Abdullah Öcalan. La dichiarazione giunge all’indomani del dodicesimo Congresso del partito, tenutosi tra il 5 e il 7 maggio scorsi nelle cosiddette “Aree di difesa dei media”, le zone montane controllate dal Pkk al confine tra Iraq e Turchia. Il 27 febbraio scorso Apo, come viene anche chiamato Öcalan, aveva lanciato un appello al suo popolo per “la pace e la società democratica“.
Che si apra così la strada per un’epoca di pace e si metta finalmente un punto all’annosa questione curda forse è ancora prematuro poterlo affermare. Quarantasei anni di uno dei conflitti più sanguinosi della Turchia moderna ha lasciato sul terreno, troppe vittime: oltre quarantamila morti, con un’estensione delle offensive di Ankara su Siria e Iraq contro i cugini curdi del Pkk.
L’appello di Öcalan
Dal carcere di massima sicurezza di İmrali, dove è rinchiuso dal 1999, Öcalan aveva chiesto in una nota all’organizzazione di deporre le armi e convocare un congresso per decretarne lo scioglimento,
continuando la lotta con mezzi politici e legali.
In questo modo, il leader si è assunto la responsabilità di avviare una nuova era di democratizzazione in Turchia, attraverso la risoluzione della secolare questione curda.
Con la partecipazione di 232 delegati, il congresso del Pkk pare abbia dato inizio ad una nuova fase per il movimento. «Il Congresso ha valutato che la lotta del Pkk ha infranto la politica di negazione e distruzione del popolo curdo – prosegue il documento – portando la questione curda ad una risoluzione democratica. Attraverso questo approccio rivoluzionario, il movimento è diventato un simbolo della ricerca di una vita dignitosa e della speranza di libertà per i popoli della regione. In questo senso, il Pkk ha portato a termine la sua missione storica».
La scelta della colomba anziché del fucile
Se mantenuta, la scelta della colomba anziché del fucile, storica immagine con cui viene ritratto il fondatore del gruppo, potrebbe offrire una solida base per una pace duratura fra Ankara e il Pkk. A dover guidare il processo avviato dovrà essere lo storico leader «che venga riconosciuto il suo diritto alla politica democratica e che vengano stabilite solide e complete garanzie legali. Il Congresso conclude che in questa fase è essenziale che la Grande Assemblea Nazionale (il Parlamento, ndr) della Turchia svolga il suo ruolo con responsabilità storica. Allo stesso modo, si fa appello al governo, al principale partito di opposizione, a tutti i partiti politici rappresentati in parlamento, alle organizzazioni della società civile, alle comunità religiose e di fede, ai media democratici, agli intellettuali, accademici, artisti, ai sindacati, alle organizzazioni femminili».
Scontata la reazione del principale avversario del Pkk, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Parlando mercoledì a una riunione del gruppo parlamentare del suo Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp), Erdoğan. Scrive il quotidiano filogovernativo Daily Sabah che ha elogiato la decisione del gruppo terroristico di sciogliersi. Ha affermato che
L’iniziativa senza terrorismo lanciata dal suo alleato, Devlet Bahçeli, leader del Partito del movimento nazionalista (Mhp), è entrata in una nuova fase e ha dimostrato che la Turchia può risolvere i propri problemi senza interferenze esterne.
Una storia segnata da svolte e fallimenti
Un processo difficile quello cui si è giunti il 12 maggio scorso, segnato negli anni da svolte e fallimenti. Tra il 2013 e il 2015, il governo turco e i rappresentanti del Pkk avevano avviato un negoziato con l’obiettivo di risolvere la questione curda in modo pacifico. Le trattative prevedevano tra le altre cose, il disarmo graduale del gruppo e l’ampliamento dei diritti culturali e linguistici dei curdi del Paese. Tuttavia, le trattative s’interruppero bruscamente nel 2015 con la ripresa delle ostilità e una nuova spirale di violenza.
“Il Pkk ha presentato decine di proposte di pace, intervallate da innumerevoli iniziative di cessate il fuoco con Ankara – spiega Hasan Ivanian, curdo siriano e operatore umanitario -. Queste azioni sono culminate nel ritiro completo di tutte le forze armate curde dal Paese.
La Turchia non solo non ha accettato tutte queste iniziative, ma ha risposto con una politica di continui assassinii, attacchi aerei, distruzione e sfollamenti di villaggi, ritenendo che il PKK stesse offrendo iniziative pacifiche solo a causa della sua debolezza. Alla fine degli anni ’80, l’ex presidente turco Turgut Ozal aveva tentato di spingere i negoziati di pace con i curdi, ma è morto improvvisamente per un attacco cardiaco sospetto. Oggi – prosegue Ivanian – la maggior parte dei leader dell’Hdp, la controparte del Pkk nella vita parlamentare turca, sono stati arrestati e imprigionati. Credo che la palla sia nel campo della Turchia, che si è convinta di aver bisogno di un cambiamento profondo e significativo nella sua mentalità nazionalista e autoritaria.
L’abbandono delle armi e della violenza è un passo enorme da parte del Pkk ed è quello giusto, dato che sia i curdi che i turchi hanno capito che la violenza non porterà la pace a nessuno dei due popoli. Il costo della violenza è stato alto per entrambi. Il conflitto continuerà, ma con metodi diversi, senza violenza, come speriamo. La via del disarmo – conclude- sarà condizionato solo all’accettazione da parte della Turchia di una soluzione democratica della questione curda». Staremo a vedere”.
Ankara comunque continuerà ad attaccare gli elementi del Pkk
Che la situazione sia tesa lo dimostra l’annuncio del ministero della Difesa turco che ha affermato come l’esercito continuerà le sue operazioni contro gli elementi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) nelle aree in cui sono presenti, finché non sarà sicuro di aver completato quella che ha definito una “pulizia dell’area“. A riportare la notizia l’emittente di saudita “Al Arabiya“.
Un portavoce del ministero ha affermato che l’esercito
continuerà a operare nelle aree utilizzate dai separatisti del Pkk con determinazione, finché non sarà certo che l’area sarà stata bonificata e che non rappresenterà più una minaccia per la Turchia.
Il portavoce ministeriale ha aggiunto che verrà messo in atto un meccanismo coordinato per consegnare le armi del Pkk in seguito alla decisione del partito di sciogliersi.

Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.


