Bruxelles e Zelensky vogliono la corsia preferenziale per Kiev nella UE, ma fra i leader europei gli scettici non sono pochi
L’adesione dell’Ucraina alla UE tramite un processo accelerato oggi viene spinta con enfasi sempre maggiore da diversi soggetti, in primis naturalmente Kiev e Bruxelles. Altri invece storcono il naso, compresi ministri e politici di Paesi membri. Ma agli USA starebbe bene, posto che ciò favorisca la fine delle ostilità e l’avvio del business per la ricostruzione.
Gli sforzi della Commissione
La Commissione ha concesso all’Ucraina lo status di Paese-candidato nel 2022. Lo scorso anno Kiev ha completato il processo di revisione dei capitoli negoziali, ma restano da soddisfare ancora molti requisiti dell’elenco che Bruxelles ha stabilito per i membri potenziali. Gli ucraini vorrebbero un percorso agevolato verso l’adesione, che ritengono indispensabile per accelerare i negoziati di pace e successivamente garantire la ricostruzione materiale ed economica del Paese.
Stante la buona volontà degli euroburocrati, rimane tuttavia l’ultimo ostacolo di natura politica: la decisione finale sull’adesione, che dovrà avere il consenso unanime degli attuali 27 membri, come stabilito in caso di allargamento dell’Unione. La von der Leyen ha spesso fatto ricorso alla maggioranza qualificata per superare la resistenza di alcuni Stati e ottenere un responso favorevole a certi progetti della Commissione, ma utilizzare questo mezzo anche per l’Ucraina rappresenterebbe una violazione sostanziale dei principi fondamentali della UE.
Austriaci contrari a favoritismi
Alcuni esprimono apertamente la propria contrarietà, come il premier magiaro Viktor Orban, che ha appena dichiarato che l’Ungheria bloccherà “per 100 anni” l’ingresso dell’Ucraina nella UE. Altri lo dicono scegliendo con più cura le parole, ma il senso è il medesimo. Per esempio il cancelliere federale austriaco Christian Stocker, che in un’intervista di qualche giorno fa ha rigettato l’ipotesi di una “corsia preferenziale” per Kiev. Certo, accogliere già adesso Kiev nell’Unione costituirebbe una delle tanto agognate garanzie di sicurezza, spiega, e l’Ucraina rappresenta comunque un asset la UE.
Il capo del governo di Vienna specifica però di non gradire l’esistenza di percorsi facilitati per qualcuno, poiché le stesse regole devono valere per tutti. Vi sono infatti anche altri Paesi che attendono da anni l’accettazione possedendo ben più requisiti di Kiev, ma vengono ancora tenuti in lista d’attesa. Da parte austriaca, per l’Ucraina c’è la proposta di una “integrazione graduale” e non immediata.
Non è un obiettivo fattibile
Ancora più esplicito il cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui “non è un obiettivo fattibile” che l’Ucraina diventi Stato membro entro il 2027. Anzi, è proprio da escludere, aggiunge. Le sue osservazioni arrivano dopo che Zelensky aveva fissato nel 1º gennaio del prossimo anno la data desiderata per l’ingresso di Kiev in Europa. Prima occorre che l’Ucraina soddisfi i cosiddetti “criteri di Copenhagen”, dice Merz, e cioè i requisiti politici, economi e legislativi che possono richiedere anni per essere raggiunti. Quindi l’ingresso non è affatto escluso, ma solamente come “avvicinamento lento lungo il percorso”.
Vi sono zero probabilità che l’Ucraina diventi membro a tutti gli effetti nel 2027: questa è la conclusione netta di Mujtaba Rahman, direttore della società di consulenza di rischio geopolitico e finanziario Eurasia Group. L’impegno verso la UE può comunque dare energia e speranza al Paese e costringere i politici a stimolare il processo di adesione, asserisce l’esperto.
Proposta all’America
Sta di fatto che ad oggi non sussiste alcun programma ufficiale di Bruxelles con le tempistiche per l’adesione di Kiev. Siamo ancora al livello dei desiderata degli euroburocrati e dei proclami propagandistici di Zelensky. Quest’ultimo ha ribadito la sua convinzione che il Paese sia in grado di essere tecnicamente adatto all’adesione già nella prima metà di quest’anno e pienamente pronto per il 2027. Nella sua corsa verso Bruxelles oggi è aiutato dal partito liberale ed europeista D66, a cui presto potrebbero dare l’incarico di formare un governo dell’Olanda dopo che aver fatto bene alle ultime elezioni. I Democraten 66 (D66) ha infatti presentato in Parlamento un mozione che invoca l’accesso rapido di Kiev: ci sono buone possibilità che passi, ma non è chiaro come possa concretamente influenzare in positivo il percorso ucraino.
Smorza i toni trionfalistici la commissaria per l’allargamento Marta Kos, secondo cui sì, vari Paesi membri sono favorevoli alla corsia preferenziale per Kiev, ma occorre prima soddisfare tutti i requisiti generali. Al limite si potrà pensare di mettere i futuri membri in un “periodo di prova” di alcuni anni per verificare che non facciano passi indietro, specialmente sul rispetto dei valori democratici.
Idea illusoria
Oltre che nella testa di Zelensky, la fatidica data del 1º gennaio 2027 per l’ammissione alla UE esiste solo in un documento, peraltro nemmeno definitivo ma ancora allo stato di bozza. È la proposta che Kiev e Bruxelles hanno presentato agli americani come versione corretta del piano Trump per mettere fine alle ostilità e iniziare la lucrosa ricostruzione dell’Ucraina. Tuttavia la proposta si fonda su basi estremamente fragili, perché necessita anzitutto del cessate-il-fuoco. Con una situazione al fronte in qualche modo stabilizzata o congelata, allora con questo “piano di prosperità” i filo-ucraini per interesse prevedono di attirare investimenti pubblici e privati per 800 miliardi di dollari nel corso di 10 anni per garantire la ricostruzione del Paese. Previo conseguimento dello status di 28esimo membro della UE.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.


