Libia nel caos: la nuova escalation di violenza a Tripoli smaschera la fragilità degli accordi politici e prefigura un conflitto regionale

Libia nel caos: la nuova escalation di violenza a Tripoli smaschera la fragilità degli accordi politici e prefigura un conflitto regionale

16 Maggio 2025 0

La relativa calma apparente che avvolge Tripoli nelle ultime ore non deve ingannare: la Libia si trova nuovamente sull’orlo di una pericolosa escalation di violenza, come drammaticamente testimoniato dai feroci scontri armati che per due giorni hanno scosso la capitale.

Il confronto tra le milizie fedeli al Governo di unità nazionale (Gun) del premier Abdelhamid Dabaiba e le potenti fazioni armate della Forza di deterrenza speciale (Rada) e dell’ex Autorità per il sostegno alla stabilizzazione (Ssa), guidata dal controverso Abdulghani al Kikli (meglio noto come Ghaniwa), presumibilmente ucciso durante una sua visita al campo della 444ma Brigata, ha riportato alla luce la profonda instabilità del paese e la precarietà di accordi politici che si rivelano sempre più obsoleti e incapaci di garantire una pace duratura senza un esecutivo unficato che goda di legittimità popolare attraverso il suffragio, oltre che internazionale.

In atto gli scontri più violenti dal 2022 ad oggi

La tregua temporanea, fragile e ottenuta grazie alla pressione di attori locali e della popolazione civile esasperata, non fa che evidenziare la polveriera su cui siede la Libia. L’evacuazione d’urgenza di un centinaio di cittadini italiani, in gran parte imprenditori giunti per una fiera, e di diciassette spagnoli, orchestrata con difficoltà attraverso un convoglio scortato fino a Misurata, è un segnale eloquente della gravità della situazione e del rischio concreto che la violenza possa espandersi ulteriormente, mettendo in pericolo non solo i civili libici ma anche la comunità internazionale presente nel paese.

Chiusi da 48 ore i valici di frontiera terrestre con la Tunisia e sospeso il traffico areo dall’aeroporto di Mitiga. Le dinamiche che hanno innescato questa nuova ondata di scontri, tra le più violente dal fallito tentativo di colpo di Stato del 2022, affondano le radici in una complessa lotta per il potere e il controllo del territorio.

Le disposizioni del premier Dabaiba, che hanno portato le forze governative a occupare siti strategici a Tripoli, sono state interpretate dalla Rada e da altre milizie come un tentativo di consolidare il potere nelle mani di ufficiali provenienti da Misurata e Zintan, escludendo altre influenti fazioni armate, in particolare quelle legate a Tripoli e Zawiya, riproponendo di fatto uno scenario simile a quello già vissuto nel 2014. A fare la differenza però oggi è che entrambe le città godono di una rappresentanza politica, Zintan con il ministro dell’Interno, ex miliziano Emad Trabelsi, e Misurata con il premier Dabaiba e famiglia al seguito.

La ricomparsa delle milizie

La reazione della Rada, con la mobilitazione di civili armati e blocchi stradali, e il successivo ritiro tattico della Brigata 444, unità d’élite legata al Governo di Tripoli, dimostrano la capacità di queste milizie di esercitare un controllo significativo sul terreno e di sfidare l’autorità del governo centrale. La tregua è stata effimera, con nuovi scontri scoppiati nella notte tra mercoledì e giovedì, evidenziando la profonda sfiducia e ostilità tra le diverse fazioni. La successiva controffensiva delle forze governative, con l’impiego di nuove brigate, ha portato a un’ulteriore frammentazione del controllo territoriale, con la Rada costretta a ripiegare verso Mitiga, mantenendo però roccaforti in più aree della capitale.

Un elemento particolarmente preoccupante è il riemergere sulla scena di milizie legate allormai defunto Ghaniwa, che operano da Mitiga nel tentativo di riconquistare posizioni a sud di Tripoli. Allo stesso tempo, il movimento di una coalizione di milizie provenienti da Zawiya verso la capitale suggerisce un tentativo di alleggerire la pressione sulla Rada e di ritagliarsi un ruolo di primo piano nel conflitto in corso. La neutralità delle potenti milizie di Misurata, dettata da una strategia di cautela verso una possibile offensiva del Libyan National Army (LNA) di Khalifa Haftar e dal disaccordo con la politica accentratrice di Dabaiba, aggiunge un ulteriore livello di complessità a uno scenario già estremamente volatile. Le voci, non confermate ufficialmente, di movimenti di unità dell’Lna da Bengasi verso Sirte e Ash Shuwayrif alimentano il timore di un coinvolgimento esterno che potrebbe innescare un conflitto regionale su larga scala.

L’appello al cessate il fuoco

Il Consiglio presidenziale libico ha tentato di arginare l’escalation con un appello al cessate il fuoco immediato e incondizionato, ordinando alle unità militari di rientrare nelle proprie basi e sospendendo le recenti decisioni militari e di sicurezza del governo Dabaiba, compreso lo scioglimento dell’Autorità giudiziaria di polizia. Tuttavia, l’efficacia di queste misure rimane incerta di fronte alla frammentazione del potere e alla diffusa presenza di milizie armate che agiscono spesso al di fuori del controllo del governo centrale.

Parallelamente, il procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, ha lanciato un appello per l’arresto e la consegna di Osama Najim al Masri, capo della disciolta Autorità giudiziaria di polizia giunto all’onore della cronaca dopo un recente viaggio in Italia, accusato di crimini commessi nei centri di detenzione non ufficiali. Le rivelazioni di Khan sulla “scatola nera della sofferenza” e sul monitoraggio di vari comandanti miliziani responsabili di gravi violazioni dei diritti umani gettano un’ombra ancora più cupa sulla situazione libica.

Le vittime civili

La tragica morte di una giovane civile a Tripoli, colpita da una granata nella sua abitazione, è un monito brutale del costo umano di questa ennesima spirale di violenza. Le smentite del Ministero della Sanità di Tripoli su bilanci ufficiali di vittime e feriti non fanno che aumentare la preoccupazione per la sorte dei civili intrappolati nei combattimenti. L’allarme lanciato dall’Unicef sul rischio di coinvolgimento diretto di quasi mezzo milione di bambini e le testimonianze di famiglie terrorizzate sottolineano l’urgenza di una cessazione duratura delle ostilità e della protezione dei più vulnerabili. Anche l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha espresso la sua profonda preoccupazione per il rischio di sfollamenti di massa e per la sicurezza della popolazione civile, invocando un immediato cessate il fuoco e l’accesso umanitario a tutti i gruppi vulnerabili, inclusi i migranti.

La nuova escalation di violenza a Tripoli rivela in modo drammatico la fragilità degli accordi politici finora raggiunti e la necessità impellente di una nuova roadmap politica inclusiva e condivisa da tutte le principali fazioni libiche. Senza un rinnovato impegno per un dialogo costruttivo e per la creazione di istituzioni statali unitarie e legittime, il rischio di un conflitto regionale su larga scala, che coinvolga Tripoli, Zawiya, Misurata e Zintan, si fa sempre più concreto, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per la Libia e per l’intera regione del Mediterraneo.

A ciò si potrebbe aggiungere inoltre il fattore esterno con Russia e Turchia già presenti in Libia con eterogenee basi militari, uomini e mezzi. La comunità internazionale non può rimanere inerte di fronte a questo scenario allarmante e deve intensificare gli sforzi diplomatici per favorire una transizione politica duratura e scongiurare un ulteriore bagno di sangue. Se i Paesi coinvolti non metteranno da parte i loro interessi al prossimo Consiglio di sicurezza rischieranno inevitabilmente di perdere tutto insieme agli attuali stakeholder da essi stessi sostenuti.

 

Vanessa Tomassini
Vanessa Tomassini

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