Ucraina, quanti ci costi, quanto ci costerai! E Kiev non restituirà mai i soldi
I vertici UE hanno assunto l’impegno di elargire altri 90 miliardi di euro all’Ucraina senza chiedere ai cittadini se vogliano continuare a foraggiare un Paese perennemente sull’orlo del disastro e attanagliato da una corruzione endemica. E il cui presidente fa capire che non intende restituire i miliardi che riceverà.
All’Ucraina servono cifre spaventose
L’Ucraina era il Paese più povero d’Europa (Moldavia a parte) già prima del conflitto. Le ostilità non possono che aver peggiorato il suo PIL. Il Kiel Institut für Weltwirtschaft ha quantificato in 300 miliardi di euro gli aiuti finora ricevuti da Kiev, senza contare i 90 miliardi appena approvati da Bruxelles per il prossimo biennio. La somma totale non arriva però a compensare le necessità stimate per la ricostruzione nei prossimi dieci anni. La Banca Mondiale ha infatti previsto in 450 miliardi il denaro che occorre alla ripresa economica e materiale dell’Ucraina. Purtroppo è una cifra calcolata al dicembre del 2024, dunque inferiore a quella raggiunta dopo un altro anno di distruzioni e di mancate riparazioni. Per dare un’idea dell’enormità di tali numeri, il media statale della Finlandia Yle ha fatto il confronto col bilancio pubblico di Helsinki del 2025, che è di 89 miliardi di euro.
Una restituzione impossibile
Parallelamente alla questione del volume immenso dei denari occorrenti, vi è quella della loro restituzione. Infatti, tolta la quota pur grande di donazioni, il resto si configura come prestito. Prendiamo ad esempio i 90 miliardi stabiliti dall’Unione Europea. Per ora 71,7 sono allocati per il 2026 (di essi, 51,6 per le spese militari e gli altri 20,1 per quelle civili e amministrative). Poi per il 2027 si prevede che ne serviranno altri 64, dei quali una metà per le spese belliche e l’altra metà per quelle ordinarie. Kiev rischia però la bancarotta già il prossimo aprile, se quei numeri non saranno rispettati. La conseguenza sarebbe inevitabilmente il crollo dell’Ucraina come Stato funzionante e prima ancora l’impossibilità di proseguire le ostilità. Eppure Zelensky asserisce con convinzione che Kiev rimborserà il prestito monstre. Ad una condizione: che la Russia prima paghi all’Ucraina le riparazioni di guerra. Con le attuali premesse, ciò non avverrà mai. In altre parole, ammette in maniera elegantemente ipocrita di non avere alcuna possibilità – e nemmeno l’intenzione – di ripianare i debiti contratti coi cittadini europei.
Piano Marshall per l’Ucraina?
E allora, se la bancarotta incombe e gli alleati potrebbero rimangiarsi le promesse, come potranno gli ucraini ricostruire il loro Paese? Con quali mezzi? Lo scorso luglio alla conferenza di Roma Zelensky aveva invocato una sorta di Piano Marshall per la ricostruzione dell’Ucraina, un’istanza che secondo lui non toccherebbe solamente quest’ultima, ma anche “le aziende, le tecnologie, i lavori” degli Stati che la aiutano. Sarebbe un’occasione ghiotta per modernizzare industrie e infrastrutture di questi ultimi. Che sia possibile o meno, sta di fatto che sarebbe un’operazione che avviene coi soldi sottratti contribuenti europei, i quali a loro volta hanno perso denaro dagli affari mancati con la Russia a causa delle sanzioni e dai costi aumentati di bollette, riscaldamento e benzina, sempre a causa dei progetti di “indipendenza energetica” della Commissione.
Non può essere beneficenza
La differenza sostanziale col Piano Marshall è che esso prese vita grazie ai fondi pubblici americani, mentre l’assistenza all’Ucraina è un ibrido in cui convergono soldi statali e investimenti di affari, prestiti multilaterali e capitali privati. Due settimane fa Zelensky comunicato via social di aver tenuto un vertice online con diversi soggetti importanti, fra cui il segretario americano al Tesoro Scott Bessent e il capo della BlackRock Larry Fink. Secondo il presidente ucraino si è trattato del “primo incontro del gruppo che lavorerà sul documento riguardante la ricostruzione e la ripresa economica dell’Ucraina”. E si sa che BlackRock fa affari e non beneficenza; non ricostruisce i Paesi per pura filantropia. E soprattutto si sa che a mettere la quota maggior di impegno finanziario sarà l’Unione Europea.
Poco preparati
Dalla fiera di novembre del ReBuild Ukraine 2025 di Varsavia non sono giunte prospettive incoraggianti per la ricostruzione del Paese. Lo spiega il German Marshall Fund (GMF), che evidenzia la mentalità sbagliata dei soggetti che dovrebbero occuparsi di accaparrarsi i mezzi finanziari per quelle opere. Sono infatti ancorati all’atteggiamento del 2022, dice, quasi una ricerca della carità, quando bastavano “una lettera commovente e una presentazione ben rifinita per assicurarsi i finanziamenti”. All’evento hanno partecipato appena 100 hromada su circa 1400, le entità amministrative di terzo livello in cui è suddivisa l’Ucraina. E dovevano in teoria essere le più preparate e capaci di attrarre investimenti. Invece il GMF ne stigmatizza la carenza di progetti realistici e sostenibili, dei quali i potenziali investitori possano agevolmente capire la fattibilità e la convenienza.

Libero pensatore. Ha seguito percorsi di studio umanistici per poi dedicarsi all’approfondimento della politica italiana sia dal punto di vista sia antropologico sia di costume. Ha operato come spin doctor


