Libia, fosse comuni e accuse alle milizie: due corpi identificati, dossier pronto per la Corte penale internazionale
Due giovani vite spezzate, sepolte in una fossa comune alla periferia della capitale libica. È una vicenda che riporta alla luce il lato più oscuro della crisi in Libia, dove organizzazioni per i diritti umani denunciano un nuovo caso di rapimento, tortura e uccisione, chiedendo giustizia e l’intervento della comunità internazionale.
Le vittime sono Mahmoud Ali Al-Taher, nato nel 1993, e Abdel-Aati Ali Mohamed Al-Qabli, classe 1998. I loro corpi sono stati rinvenuti l’8 marzo scorso in una fossa comune nella zona di Sidi Hussein, nel quartiere di Al-Hadba, a sud di Tripoli.
L’identificazione è avvenuta attraverso esami forensi e analisi del DNA, che hanno confermato quanto già temuto dalle famiglie. Secondo un comunicato congiunto firmato da diverse organizzazioni – tra cui Free Voice for Human Rights, EFDI International, Al-Shehab Center for Human Rights, Association of Torture Victims e Justice For Human Rights – si tratta di un “crimine grave” che viola apertamente il diritto internazionale umanitario e i principi fondamentali dei diritti umani.
Una pratica ormai diffusa
Le organizzazioni parlano di una pratica ormai diffusa: sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e proliferazione di fosse comuni, elementi che rappresentano una minaccia diretta alla stabilità sociale e allo stato di diritto nel Paese nordafricano.
Nel documento si chiede l’apertura immediata di un’indagine “urgente, trasparente e indipendente”, sotto la supervisione delle autorità giudiziarie competenti, per chiarire le circostanze dell’omicidio e identificare i responsabili. Viene inoltre sollecitato che tutti gli autori, diretti o indiretti, siano perseguiti senza possibilità di impunità.
Tra le richieste figurano anche la protezione dei testimoni e delle famiglie delle vittime, l’accertamento del destino dei dispersi e l’individuazione di altre fosse comuni, nel rispetto degli standard umanitari internazionali.
Possibili sviluppi internazionali
Ma il caso potrebbe avere sviluppi giudiziari internazionali. Secondo una fonte interna alle organizzazioni, che ha chiesto l’anonimato, è in preparazione un dossier da presentare alla Corte penale internazionale e all’Interpol, contenente una lista di nomi di presunti responsabili. Sette persone sarebbero già state identificate come coinvolte, tutte legate – secondo le accuse – a gruppi armati operanti a Tripoli e affiliati ad Abdul Ghani al-Kikli (alias Gnewa), figura influente nel panorama delle milizie locali, ucciso in un’imboscata il 12 maggio 2025.
Tra i principali sospettati compare Saif al-Kikli, nipote dello stesso al-Kikli, ritenuto uno dei protagonisti di più episodi equiparabili a crimini contro l’umanità. A suo carico infatti vi sarebbero accuse particolarmente gravi, tra cui l’esecuzione di oltre 30 militari in un unico episodio.
Nel dossier figura anche Lotfi al-Harari, ex capo dell’Agenzia di sicurezza interna, accusato di aver partecipato al rapimento del presidente della Libyan Investment Authority, Jamal al-Lamoushi, e di averlo costretto a firmare documenti sotto coercizione. A lui vengono attribuiti anche altri sequestri, tra cui quello dell’ex responsabile della sicurezza interna Rashid al-Rajbani, oltre al coinvolgimento in rapimenti di attivisti, giornalisti e funzionari pubblici.
Le accuse si estendono anche al piano mediatico. Figure indicate dalle nostre fonti come “vicine ad al-Harari“, sarebbero state inserite nella lista per “presunto incitamento alla violenza e per aver contribuito ad attirare le vittime in trappole mortali“.
Il silenzio alimenta l’impunità
A portare alla luce il caso sarebbe stato il diplomatico libico Mohammed al-Kamishi, anch’egli vittima di minacce, che avrebbe raccolto e trasmesso alle organizzazioni tutte le prove disponibili sulle fosse comuni. “Il silenzio su questi crimini alimenta l’impunità”, si legge nella dichiarazione.
La giustizia è l’unica strada per restituire dignità alle vittime e impedire che simili atrocità si ripetano.

Raccogliere le voci dei protagonisti dalle varie parti del mondo e documentare i numeri reali inerenti ai grandi dossier e questioni d’attualità è il modo migliore e più serio per fare informazione. L’obiettivo finale è fornire gli strumenti ad ogni lettore e lettrice per farsi una propria opinione sui fatti che accadono a livello mondiale.

