Trump non riesce a ottenere il sostegno degli alleati asiatici contro l’Iran

Trump non riesce a ottenere il sostegno degli alleati asiatici contro l’Iran

31 Marzo 2026 0

Washington ha sprecato la fiducia dei suoi alleati più stretti in Asia. Così, oggi l’amministrazione Trump non riesce a farsi dire di sì da Tokyo e da Seul a proposito del sostegno nell’avventura iraniana. L’American Conservative spiega le ragioni di questa impasse.

L’esempio della guerra in Iraq

Mentre proseguono gli attacchi israelo-americani contro l’Iran, Washington si rivolge ancora una volta agli amici e agli alleati affinché aiutino a sistemarne le conseguenze. Per Giappone e Corea del Sud, due degli alleati più stretti degli USA, la posta in gioco è elevata. Infatti entrambi dipendono dai flussi energetici che passano dallo Stretto di Hormuz – chiuso da Teheran – e sentono lo shock del rialzo dei prezzi del petrolio e della volatilità dei mercati. Tuttavia si mostrano esitanti davanti alle richieste di Washington di assumere un ruolo diretto nelle missioni di scorta, nello sminamento o in altri tipi di supporto marittimo. Vi sono dei precedenti: vent’anni fa, durante la guerra in Iraq, i due Paesi si trovarono di fronte ai medesimi dubbi. All’epoca scelsero di aiutare gli USA a dispetto delle forti limitazioni legislative e di politica interna.

Vi sono senz’altro numerose ragioni per la loro cautela, non per ultimi i rischi di politica interna e la possibilità di un inasprimento delle ostilità fino a diventare ciò che qualcuno chiama “la trappola mortale di Hormuz”. Comunque ad essere cambiata non è semplicemente la natura del conflitto, ma il grado di fiducia nella leadership americana. Nella guerra in Iraq, Giappone e Sud Corea erano guidati da governi diversi. Il premier nipponico Junichiro Koizumi era un indomito sostenitore dell’alleanza con gli USA, mentre il presidente sudcoreano Roh Moo-hyunera più scettico verso Washington e aveva un desiderio di maggiore autonomia, anche nel controllo operativo in tempo di guerra.

Le opposizioni di entrambi i Paesi protestarono intensamente contro l’assistenza agli sforzi bellici americani in Medio Oriente. A Seul vi furono enormi manifestazioni di piazza, mentre a Tokyo le limitazioni costituzionali costrinsero il governo a definire con precisione l’ampiezza del coinvolgimento.

Mancano l’obiettivo condiviso

Alla fine il Giappone contribuì inviando circa 550 militari della Jietai o Forze di autodifesa, approvando una legge ad hoc, che prevedeva in particolare la funzione umanitaria e di ricostruzione in aree non di combattimento, ma che a parte forniva supporto logistico con missioni di rifornimento nell’Oceano Indiano. La Corea del Sud mandò fino a 3600 soldati, uno dei contingenti più grossi fra quelli degli alleati di USA e Gran Bretagna. Ma non furono decisioni facili sul piano politico ed ebbero dei costi effettivi. La differenza è in come Washington aveva approcciato i suoi alleati.

Con tutti i suoi difetti, l’amministrazione Bush considerava la gestione degli alleati come elemento dello sforzo bellico, investendo molte energie nell’assemblare e sostenere una coalizione, persuadendo gli alleati chiave e dando sufficiente copertura politica a quei governi in modo che presentassero il loro supporto come inserito in una più ampia iniziativa internazionale. Persino una guerra così controversa veniva quindi ammantata di una narrativa che gli alleati potevano sfruttare per non crollare sotto le critiche della proprio opinione pubblica.

Ed è proprio quel senso di obiettivo comune che oggi è molto meno evidente. Negli ultimi giorni Trump ha alternato le esortazioni ad aiutare a sbloccare Hormuz al vanto che gli USA possono fare tutto da soli. Ma non è una semplice incongruenza comunicativa, perché per i governi alleati suscita la domanda essenziale se Washington stia perseguendo una precisa strategia o agisca sotto gli impulsi di uomo che cambia spesso umore. Senza dei precisi obiettivi di guerra, partecipare diventa qualcosa di politicamente indifendibile. L’obiettivo è di distruggere le capacità militari iraniane o di cambiare i suoi vertici politici? Quanto durerà la missione? Come dovrà essere la vittoria? Non sono domande puramente accademiche, ma questioni politiche che i governi di Tokyo e Seul devono affrontare e giustificare ai cittadini già diffidenti verso l’imprevedibilità di Trump e il suo modo brusco di trattare gli alleati.

Le differenze con l’altro conflitto

Così l’Iraq offre un precedente e un ammonimento. Ciò che è iniziato come un intervento ben definito si trasformò in un impegno lungo e costoso e dagli esiti incerti. Quell’esperienza non è finita nel dimenticatoio, ma ha reso i politici e l’opinione pubblica molto più prudenti verso la partecipazione a un altro conflitto in Medio Oriente privo di una visibile via d’uscita. Ecco perché oggi la persuasione e la chiarezza contano di più. Il fatto poi è che per la gran parte del mandato di Trump, Washington ha trattato anche gli alleati più vicini come meri oggetti di pressione economica, ad esempio coi dazi, le richieste di sobbarcarsi parte delle spese o negoziati “sinceri” sugli investimenti. Niente che possa rompere un’alleanza, ma qualcosa che erode la fiducia e rende difficile per i governi chiedere ai loro elettori di correre rischi per un partner che spesso sembra più un creditore.

Il modo in cui crisi si sta svolgendo sta aumentando le esitazioni. Invece del lungo percorso diplomatico che aveva preceduto le operazioni in Iraq, di fronte all’attuale escalation gli alleati hanno potuto solamente reagire invece di provare a modellare gli eventi. Viene chiesto loro un impegno militare in una situazione nella quale hanno poca voce in capitolo e in circostanze ancora mutevoli.

Ammesso e non concesso che la mossa fatta in Iran abbia in realtà come scopo la Cina, il peso che verrebbe messo sulle spalle di Giappone e Corea del Sud sarebbe difficile da giustificare. Nella guerra in Iraq, Tokyo e Seul sostennero Washington a dispetto di pesanti riserve, anche perché poterono presentare quella decisione come la partecipazione a un’impresa internazionale di largo respiro.

Riluttanza e sfiducia

Oggi invece la riluttanza è un segnale di una fiducia diminuita. Non è che gli alleati stiano rifiutando l’aiuto, ma semplicemente rifiutano di tirare a indovinare. Se gli USA vogliono di più dagli alleati asiatici dovranno ricostruire quella fiducia. Si tratta cioè di offrire chiarezza dove ora vi è ambiguità, chiedere consulti invece di fare sorprese, e offrire un senso di obbiettivo condiviso invece di estendere pretese. Fino a quel momento, l’esitazione sarà un tratto distintivo delle relazioni negli anni a venire.

Redazione Strumenti Politici
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