I più letti

Categorie

  • Nessuna categoria

Tunisia: Parlamento approva il rimpasto di Governo ma i giovani attendono risposte

TUNISI, 27 gennaio 2021 – “L’uomo si distrugge con la politica senza princìpi, col piacere senza la coscienza, con la ricchezza senza lavoro, con la conoscenza senza carattere, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la fede senza sacrifici.” Mahatma Ghandi sembra descrivere l’attuale situazione in Tunisia, e non solo. Nelle stesse ore in cui Roma assisteva all’ennesima caduta del Governo Conte-bis, un giovane manifestante tunisino moriva nel letto di una terapia intensiva, nell’ospedale universitario di Sahloul, per via delle ferite alla testa, riportate pochi giorni prima durante le proteste che sono sfociate in scontri con la polizia a Sbeitla, nel governatorato di Kasserine. Si chiamava Haykel Rachdi. È l’ennesima vittima della macchina di potere e clientela, rappresentata dal Parlamento tunisino che ieri in tarda serata ha approvato l’ennesimo rimpasto di Governo. Martedì 26 gennaio, doveva essere il giorno della rabbia contro il sistema, proclamato nel mezzo del voto di fiducia in aula del nuovo esecutivo Mechichi, ma si è trasformato in una nuova dimostrazione di forza e repressione. Quando parliamo di Paesi arabi, ci sono linee sottilissime a distinguere una Rivoluzione da un colpo di Stato, l’uso della forza dall’ordine pubblico. Linee su cui corre anche la pandemia del coronavirus, che ha fatto la sua parte nel mettere in ginocchio un Paese già in difficoltà.

Nonostante una settimana di proteste e tensioni sociali, le autorità voltano nuovamente le spalle ai bisogni della popolazione, forte di un apparato di sicurezza efficiente che ha già condotto centinaia e centinaia di arresti. Se mancavano i fondi per la gestione della pandemia COVID-19, questi non sono mancati per l’acquisto di moderni mezzi messi a disposizione della polizia in assetto anti-sommossa. Al Bardo, dove sorge l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo, sembra di essere ritornati al 1789. Ma non c’è stata alcuna presa della Bastiglia, i manifestanti sono stati sbaragliati dal cordone di poliziotti, per confluire nella centralissima Avenue Burghiba. Le proteste dei giovani tunisini, sfociate in violenza dopo il tramonto, hanno colpito la maggior parte dei Governatorati del paese, come i distretti di Ettadhamen, Ariana o Manouba alle porte della capitale, ma anche Kasserine, Sbeitla, Nabeul, Siliana, Bizerte, Monastir, Sousse, Kairouan, Sidi Bouzid e Gafsa. A proteggere l’ordine pubblico in città, gli agenti di polizia. Mentre la Guardia Nazionale – anch’essa affiliata al Ministero dell’Interno – è intervenuta nei pressi delle sue caserme, come a Kasserine o Cittè Ettadhamen. Secondo il portavoce del Ministero della Difesa, Mohamed Zekri, le unità militari si sono rivolte a loro come rinforzi dal 17 dicembre a Sousse, Kasserine, Bizerte e Siliana, per proteggere le istituzioni da rivolte e vandalismi. La criminalità come sempre approfitta del caos, e parlando con i manifestanti e con chi indossa la divisa, si ha l’impressione che entrambe le parti siano vittime e non ci sono carnefici. 

Video – Giorni di protesta in Tunisia

È in questo clima che il Parlamento ha approvato il rimpasto che il Primo Ministro, Hichem Mechichi, ha proposto come la sua squadra. Contrariamente a tutte le aspettative, gli undici nuovi ministri tecnici sono stati confermati con molto più dei 109 voti necessari. Cambiano titolare dicasteri importanti, quello dell’Interno, che va a Walid Dhahbi; dell’Ambiente, che va Chiheb Ben Ahmed; della Giustizia, assegnato a Youssef Zouaghi; ma anche quelli della Sanità, del Turismo, della Cultura, dell’Agricoltura, dell’Industria e dell’Energia. Grazie agli interessi politici, al di là delle tensioni in aula, anche quei ministri per i quali lo stesso presidente Kaies Saied aveva sollevato dubbi di essere coinvolti in casi di “corruzione” o “conflitto di interesse”, sono stati approvati. Il capo del Governo ha ricevuto luce verde per applicare un programma incentrato sulle riforme, richiesto in particolare dal Fondo monetario internazionale (FMI) durante la sua valutazione della situazione in Tunisia alla fine del 2020. Mechichi ha potuto contare sulle voci islamiste di Ennahdha, Qalb Tounes, la Coalizione El Karama, Tahya Tounes e il blocco parlamentare di El Islah, cioè 127 deputati su 217. “Tutti dovevano accettare di evitare uno scontro istituzionale” ha commentato l’ex deputato Mondher Belhaj Ali. In effetti, con questi supporti, Mechichi ha assicurato condizioni di governo più pacifiche, ma gli equilibri restano precari, anche fluttuanti in base agli interessi personali. Il primo risultato della plenaria è una sensazione di sollievo, come se il voto avesse tolto, almeno per qualche mese ancora, i rischi della caduta dell’esecutivo, come richiesto da una fetta di popolazione che abolirebbe anche i poteri dell’aula controllata dal leader della Fratellanza Musulmana, Rachid Gannouchi, che senza essere stato eletto a suffragio universale, continua a dettare il buono e il cattivo tempo nel Paese nordafricano, grazie alle disponibilità economiche e ai giochi di palazzo. Negli ultimi giorni, la discordia e le tensioni tra il presidente della Repubblica, Kaïs Saied e Hichem Mechichi, si sono apertamente deteriorate. Kaïs Saïed considera l’allineamento Mechichi-Gannouchi una violazione della Costituzione. Il presidente, l’unico che sembra preoccuparsi del popolo che rappresenta, risulta avere solo un ruolo onorario o comunque secondario, visto che il tutto per tutto si gioca tra la Kasbah e il Bardo. Secondo Jeune Afrique, l’obiettivo di Kaïs Saïed è stabilire un altro regime, rivedere il governo del Paese e essere presidente di uno Stato che ancora esiste solo in termini di dichiarazioni di intenti. Uno stato quo che avvantaggia Ghannouchi, considerato dai più, la causa del problema che trova le sue radici dalla rivoluzione del 2011.

Il Primo Ministro, in mattinata aveva detto di non avere altra scelta che fare riforme. “C’è ancora tempo e non dobbiamo arrenderci quando si tratta di salvare il Paese”. Ha promesso Mechichi, tuonando contro il populismo e i venditori di illusioni. Se il Governo non sarà capace di ascoltare i giovani, Mechichi non potrà evitare una rivoluzione. “Un governo che usa la polizia solo per proteggersi dal popolo non ha più legittimità” grida la piazza affamata. 

Foto – Al centro dei cortei di protesta

Dalla caduta di Ben Ali i prezzi di beni e servizi sono triplicati, mentre i salari hanno visto pochi ed insignificanti aumenti solo negli ultimi anni. Le libertà e le condizioni dei diritti umani, che hanno ispirato la rivolta dei gelsomini nel 2011, hanno visto solo qualche progresso, anzi sopperiscono all’ombra delle correnti radicali che usano l’Islam per mascherare le proprie incapacità politiche in un quadro desolante. Mechichi ha promesso che il governo ha una chiara visione strategica per rivedere il modello di sviluppo con l’obiettivo di mettere il paese sulla strada giusta e creare ricchezza per i giovani tunisini che hanno intenzione di tenersi al passo con i progressi della tecnologia digitale, ma non basterà l’informatica ad abbassare i prezzi di automobili, case, pane e uova. “Investire in progetti di generazione di energia da fonti rinnovabili programmati nei prossimi tre anni aiuterà a riavviare l’economia nazionale” sostiene il capo del Governo che si fa promotore di un clima imprenditoriale migliore e un maggiore impulso all’imprenditorialità. “Il nostro obiettivo è ascoltare i giovani, incoraggiarli e fare delle loro richieste la nostra priorità. Non so vendere sogni, ho scelto questa squadra con cura ed ora è necessario fare ancora di più un discorso politico responsabile”, ha risposto Mechichi ieri sera in ultima battuta ai deputati. Prima di essere effettivi, i nuovi ministri devono ancora prestare giuramento alla presenza del Presidente della Repubblica. Un rito di pacificazione istituzionale, ma non abbastanza per la popolazione che attende fatti e un reale cambiamento.

Condividi questo post

Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

    Leave Your Comment

    Your email address will not be published.*

    Forgot Password