Trump sigilla la dipendenza europea dal gas americano e impone il dominio energetico americano

Trump sigilla la dipendenza europea dal gas americano e impone il dominio energetico americano

5 Febbraio 2026 0

La politica energetica della UE si è rivelata negli anni estremamente miope e autodistruttiva. Il grande fratello USA si è dimostrato lieto di agevolarla, per vedere quel sigillo finale che celebra la dipendenza dell’Europa dalle risorse americane. Così, mentre Bruxelles festeggiavano la fine del giogo russo, la libertà dal gas russo affidabile, costante e a buon mercato, a Washington si sfregavano le mani per la prospettiva di vendere per molti anni e alle proprie condizioni un gas costoso e dal prezzo volatile. In definitiva, con Trump gli Stati Uniti usano le risorse energetiche come arma geopolitica in maniera aperta e dichiarata. Lo facevano anche prima, sia chiara, ma l’attuale amministrazione repubblicana ha squarciato il velo dell’ipocrisia. È questa l’analisi di Thomas Fazi.

Sostituita una dipendenza con un’altra

“L’Europa si sta garantendo il controllo sulle forniture energetiche e rafforzando la sua autonomia”. Sono queste le parole di Roberta Metsola, presidente dell’Europarlamento pronunciate in un discorso della settimana scorsa nel quale ha spiegato l’approvazione dell’Unione del bando totale al gas russo, che dovrebbe entrare in vigore entro fine anno. Tale gioiosa sicurezza è sfortunatamente mal riposta, perché la UE ha soltanto sostituito una dipendenza con un’altra. Ciò che il Vecchio Continente una volta importava via tubature dalla Russia, adesso giungerà in gran parte dagli USA, che danno all’Europa circa il 60% di gas naturale liquefatto (GNL). E non è finita qui. Il GNL americano è significativamente più caro di quello russo che arrivava via terra ed è pure molto più volatile sul piano del prezzo. Solitamente quello che arriva coi gasdotti è sottoposto a contratti a lungo termine con un prezzo prevedibile.

Al contrario, il GNL è legato ai mercati spot mondiali e dunque il suo prezzo è altamente sensibile alle fluttuazioni di domanda e offerta, agli eventi metereologici e agli shock geopolitici. Così, la tempistica dell’annuncio europeo non poteva essere più infelice: mentre i funzionari di Bruxelles si facevano a vicenda le congratulazioni per loro nuova “autonomia energetica”, il prezzo del gas statunitense saliva di quasi il 70% in una settimana, raggiungendo il suo livello maggiore da tre anni a questa parte, dopo che il freddo intenso ha fatto gelare le condutture, ha interrotto le forniture e ha fatto salire la richiesta interna degli USA.

Politica energetica autodistruttiva

Le impennate dei prezzi si riverbereranno direttamente sui costi di gas ed elettricità in Europa. E proprio durante uno degli inverni più freddi degli ultimi anni e in un momento in cui milioni di europei non sono in condizione di permettersi un riscaldamento adeguato. I prezzi elevati hanno già azzoppato la competitività delle industrie e spinto le principali economie (soprattutto quella tedesca) verso la desertificazione industriale. Questo è un caso che riassume in sé tutta la tendenza all’autodistruzione della politica energetica UE degli ultimi quattro anni. Il problema non è nemmeno tanto nel fatto che il gas economico e affidabile della Russia sia stato sostituito col più caro e più volatile GNL americano.

Preoccupa di più il fatto che gli USA possano sfruttare l’esportazione delle proprie risorse energetiche come strumento di pressione politica molto più di quanto abbia mai fatto la Russia, e che lascino la UE più dipendente che mai dal proprio padrone imperiale. Si parlava tanto del gas russo come di possibile “arma” nella mani del Cremlino, ma la storia è stata diversa. Per decenni prima l’URSS e poi la Russia hanno continuato a fornire energia alla Germania e al resto d’Europa durante varie crisi geopolitiche, comprese quelle all’apice della Guerra Fredda. E di recente, persino dopo che Berlino ha iniziato a dare armamenti a Kiev e dopo l’attacco al Nord Stream, Mosca ha ripetuto varie volte che erano i tedeschi che avrebbero deciso se riprendere le importazioni oppure no.

USA, l’energia come arma

Gli Stati Uniti hanno al contrario una lunga e ben documentata storia di energia usata come arma o come leva per ottenere vantaggi economici o geopolitici. Con Trump questo genere di politica è stata esplicitata. La Strategia per la sicurezza nazionale pubblicata nel novembre dell’anno scorso individua nel “dominio energetico americano” mediante petrolio, gas, carbone e nucleare una priorità strategica essenziale, definendo apertamente l’espansione dell’export energetico come un “progetto di potenza”. E non è mera retorica.

L’amministrazione repubblicana ha ripetutamente mostrato la propria volontà di intervenire in modo aggressivo sul mercato interno e su quelli globali, sovvertendo le politiche prestabilite e facendo pressione non soltanto sugli avversari, ma anche sugli alleati di lungo corso. Già prima che Trump tornasse alla Casa Bianca, la dipendenza energetica europea dagli USA era un dato di fatto, dopo che la UE aveva deciso di tagliare le importazioni dalla Russia e dopo il sabotaggio del Nord Stream. Da allora Trump ha solo cercato attivamente di rendere tale dipendenza ancora maggiore. Nell’aprile 2025, ad esempio, la sua amministrazione usò i cosiddetti dazi del Liberation Day per indurre la Germania e gli altri Stati della UE ad astenersi dall’importare qualunque tipo di risorsa russa.

Leva per iniziative politiche

Qualche mese dopo, Trump ha costretto la Commissione Europea a impegnarsi ad acquistare GNL americano per un valore di 750 miliardi di dollari, oltre a petrolio ed energia nucleare. In cambio gli USA non caleranno sull’Europa dei dazi punitivi. Di per sé è una somma irrealistica, ma non è mai stato questo il punto. Il segretario all’Energia Chris Wright spiega che l’obiettivo era di segnalare che la dipendenza energetica dell’Europa sarebbe stata a lungo termine. Tale pressione ha funzionato. Secondo l’istituto belga Bruegel, le forniture di GNL dagli Stati Uniti alla UE è salito del 60% nel 2025 rispetto all’anno scorso. Al tempo stesso Washington ha politicizzato sempre di più questi flussi, perché i funzionari americani collegano apertamente gli acquisti di gas a concessioni normative e politiche.

Appena qualche mese fa, Wright e la sua controparte qatariota hanno esortato insieme i leader UE a rigettare le leggi ambientali e climatiche che sono da ostacolo alle importazioni di combustibili fossili, legando esplicitamente queste richieste alla dipendenza europea dal GNL degli Stati Uniti e del Golfo Persico. Ci è voluta però la minaccia esplicita di Trump di prendersi la Groenlandia per svegliarsi gli europei dal loro torpore.

Come scrive il New York Times, i leader e gli esperti europei ora temono che il presidente americano possa sfruttare le risorse energetiche come arma per estorcere concessioni non solo sulla Groenlandia, ma anche su una larga serie di istanze. Come spiega Sophie Corbeau del Center on Global Energy Policy presso la Columbia University, la gente ha iniziato a comprendere che siamo forse un pochino troppo dipendenti dal GNL americano.

Trump ha squarciato il velo

È un modo gentile per descrivere il fatto che adesso l’Europa si trova fortemente dipendente dal gas di un Paese il cui presidente minaccia apertamente l’integrità territoriale di uno Stato europeo. Quali che fossero i rischi associati alla dipendenza dal gas russo, spariscono a tale confronto. Lo dimostra ciò che dice il commissario UE all’Energia Dan Jorgensen, quando parla della necessità di diversificare rispetto al GNL statunitense. Però si tratta solo di indignazione per fare scena. La narrativa ufficiale UE dice infatti che nulla del genere era pensabile prima che tornasse Trump. Ma è ridicolo.

Le rozze tattiche trumpiane impallidiscono davanti all’aver fatto saltare le tubature del Nord Stream, la più grande azione di sabotaggio industriale della storia europea, un’operazione che è stata direttamente eseguita o comunque approvata politicamente dall’amministrazione Biden per separare con la forza l’Europa dal gas russo e fissarne la dipendenza dal GNL americano. Possiamo ricordare le minacce che giungevano da parte di Washington a questo proposito. Il silenzio tedesco ed europeo a seguito dell’attacco rendono un bieco teatrino politico le espressioni scioccate che sentiamo oggi. La verità è che i pericoli del sostituire il gas russo col GNL americano erano ovvi fin dall’inizio. I costi politici ed economici erano prevedibili e ampiamenti previsti. L’unica differenza fra ieri ed oggi è che adesso Trump ha reso impossibile ignorare la desolata realtà dell’Europa.

Un disegno preciso

È essenziale capire che l’uso dell’energia come arma da parte di Trump contro l’Europa è molto più che una spacconata o una ricerca spietata di guadagni a breve termine. Lo spiega bene la Strategia per la sicurezza nazionale: queste mosse sono parte di un disegno largo e a lungo termine finalizzato a determinare il dominio energetico degli USA nei decenni a venire. Altrettanto importante è vedere il fare da bulli degli americani come parte di uno sforzo disperato di preservare l’egemonia del Paese in un ordine globale che sta cambiando rapidamente. Controllare le risorse è da lungo tempo uno dei pilastri centrali della politica estera americana post-bellica. E per molto di quel tempo ciò ha davvero significato controllare gli scambi petroliferi mondiali.

A partire dal rovesciamento del governo nazionalista dell’Iran nel 1953 fino all’invasione dell’Iraq nel 2003, praticamente qualsiasi grosso intervento americano in Medio Oriente ha seguito questa logica. Si è trattato fondamentalmente di rafforzare il potere globale degli USA. Assicurandosi che le compravendite di petrolio fossero effettuate in dollari e che i Paesi esportatori rimettessero quei soldi in circolo nel sistema finanziario statunitense, Washington è stata in grado di elevare il dollaro allo status di valuta di riserva mondiale e di garantirsi ciò che Giscard d’Estaing chiamava “il privilegio esorbitante” di autofinanziare le proprie importazioni.

Al tempo stesso, controllando i punti chiave fisici e finanziari della vendita di petrolio, linfa vitale dell’economia mondiale, gli USA hanno acquisito uno strumento coercitivo potentissimo: la capacità di punire gli Stati le cui politiche contrastavano con gli interessi americani, o tagliando loro l’accesso alle risorse energetiche o escludendoli tramite sanzioni dal sistema finanzario dollarocentrico.

Egemonia totale ed esplicita

Negli anni recenti comunque le fondamenta di tale sistema si sono trovate sotto crescente pressione. Gli Stati che operano al di fuori del controllo americano, soprattutto Venezuela, Iran e Russia, hanno fornito volumi crescenti di petrolio ai mercati globali, specialmente la Cina, agevolando la crescita del prezzo. Parallelamente, questi ed altri Paesi esportatori di greggio, compresi gli alleati tradizionali degli USA come l’Arabia Saudita, hanno iniziato a fissare il prezzo non in valute legate al dollaro o hanno apertamente minacciato di farlo, sfidando i sostegni monetari del potere americano. Fino all’attacco di Trump, ad esempio, il Venezuela forniva circa il 5% del fabbisogno petroliero cinese. L’Iran, nonostante anni di sanzioni, ha mantenuto livelli di export notevolmente alti. Più dell’80% del greggio iraniano va in Cina, dando dal 13% al 15% delle importazioni totali di Pechino.

La libertà dei Paesi di esportare petrolio e altre risorse in base a termini non dettati dagli USA (e lo stesso si applica alle esportazioni di gas russo in Europa prima del 2022) costituisce una minaccia doppia alla sua egemonia. E non solo mina il dominio del dollaro, ma indebolisce anche la capacità di Washington di usare energia e sanzioni come strumenti di disciplina geopolitica. Trump è stato sincero a questo proposito. Nel 2024 ha ammonito sul fatto che perdere lo status di valuta di riserva mondiale del dollaro sarebbe come “perdere una guerra”. Anche altri hanno detto lo stesso in maniera altrettanto esplicita.

Marco Rubio in un commento del 2023 sull’accordo scambio fra Brasile e Cina, ha ammonito che tali accordi stavano creando un’economia globale parallela “totalmente indipendente dagli USA”, nella quale Washington non avrebbe più l’abilità di mettere in atto le sanzioni. Ed è questo il motivo per cui aspirare a una politica energetica indipendente fa bollare qualunque Paese come una minaccia alla sicurezza nazionale.

Mantenere l’impero fino all’ultimo

Viste sotto questa luce, molte delle azioni americane svolte negli ultimi anni – dal tagliare all’Europa l’accesso al gas russo alla presa degli asset petroliferi venezuelani fino alla pressione crescente sull’Iran – si possono leggere come elementi di un’unica e coerente strategia: riaffermare il controllo materiale e finanziario degli USA sui flussi energetici globali, ottenendo una leva sugli avversari così come sugli alleati, e dissuadere altri Paesi dal violare le regole non scritte dell’ordine americano.

Trump ha riassunto tale strategia quando ha dopo l’operazione in Venezuela ha detto che “la Cina potrà comprare da noi tutto il petrolio che vuole”, ma in dollari e alle condizioni di Washington. Resta da vedere se questo azzardo avrà successo. Una cosa comunque è chiara: oggi la più grossa minaccia alla pace non risiede nell’emergere di un mondo multipolare, ma nella determinazione degli USA a evitare ciò, persino a costo di rovinare i propri alleati.

Redazione Strumenti Politici
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