Libia: fedelissimi annunciano la morte del secondogenito di Muammar Gheddafi, Saif Al-Islam
La Libia è attraversata da ore da un fitto intreccio di voci e indiscrezioni, non ancora confermate ufficialmente, che riferiscono della presunta uccisione di Saif al-Islam Gheddafi, secondogenito dell’ex rais Muammar Gheddafi e figura centrale, seppur controversa, del post-2011 libico.
Né le autorità di Tripoli né quelle di Bengasi hanno al momento rilasciato dichiarazioni ufficiali, alimentando un clima di forte tensione politica, ma la sua morte è stata confermata da un attivista politico considerato vicino al delfino libico, Abdullah Othman. Secondo fonti sul terreno sentite da “Strumenti Politici”, l’episodio sarebbe avvenuto durante uno spostamento segreto tra aree tribali del sud del Paese e la fascia costiera.
Altre ricostruzioni parlano di un’imboscata mirata, mentre alcune fonti invitano alla massima cautela, sottolineando l’assenza di prove concrete e il rischio di operazioni di disinformazione in un contesto libico già altamente instabile.
Chi era Saif al-Islam: il “delfino” tra Londra e il deserto
A lungo considerato il possibile successore del padre, Saif al-Islam Gheddafi ha incarnato per anni il volto “riformista” del regime. Laureato alla London School of Economics, fluentemente anglofono e ben inserito nei circuiti accademici occidentali, prima del 2011 si presentava come promotore di un’apertura graduale del sistema libico, attirando consensi ma anche diffidenze all’interno dell’apparato del potere.
La sua parabola cambia radicalmente con la rivolta del 2011. Dopo la morte di Muammar Gheddafi, il figlio viene catturato dalle milizie di Zintan mentre tenta la fuga verso il Niger. Nel 2015 un tribunale di Tripoli lo condanna a morte in contumacia, mentre la Corte Penale Internazionale emette un mandato di arresto per crimini contro l’umanità.
Nonostante ciò, nel 2021 riemerge sulla scena politica annunciando la candidatura alle elezioni presidenziali, poi rinviate a tempo indefinito, riaffermando il peso persistente della rete gheddafiana, soprattutto nel sud e tra alcune tribù.
Un Paese frammentato e molti possibili nemici
Se confermata, l’eliminazione di Saif al-Islam si inserirebbe in un contesto di profonda frammentazione politica e militare, dove le linee di conflitto restano fluide e sovrapposte. Milizie di Tripoli, vicine al Governo di Unità Nazionale, hanno sempre considerato Saif al-Islam una minaccia simbolica e politica, in grado di riattivare nostalgie del vecchio regime e destabilizzare gli equilibri precari della capitale.
L’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Khalifa Haftar, pur avendo talvolta mostrato aperture tattiche verso ambienti gheddafiani, vede nella figura di Saif un potenziale concorrente diretto nella lotta per la legittimità nazionale. Gruppi jihadisti e radicali, ancora presenti in aree periferiche, hanno storicamente individuato nei Gheddafi un obiettivo prioritario, in chiave di vendetta per la repressione del 2011.
Silenzi ufficiali e timori di escalation
Il silenzio delle istituzioni, a Tripoli come a Bengasi, viene letto dai sostenitori di Gheddafi Jr come una mossa premeditata atta ad ostacolare un processo elettorale ed escludere uno dei maggiori player dalla riconciliazione nazionale.
Osservatori e diplomatici temono ora che la morte di Saif al-Islam possa riaccendere tensioni tribali, provocare reazioni violente nelle aree a lui fedeli e incidere sul già fragile processo politico libico, bloccato da anni.
In assenza di riscontri indipendenti, resta alta l’attenzione della comunità internazionale, mentre la Libia si conferma terreno fertile per manovre strategiche che vanno ben oltre la sorte di un singolo uomo, per quanto simbolico.

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