La Super Europa bella e impossibile delle fantasie di Macron e von der Leyen

La Super Europa bella e impossibile delle fantasie di Macron e von der Leyen

3 Febbraio 2026 0

I leader dell’Unione Europa oggi sognano di creara la sua versione “super” tale da essere un peso massimo globale al pari di USA, Cina e Russia. Per raggiungere l’ambizioso obiettivo – lanciato in primis da Macron – bisognerà allargare la base inglobando altri Stati e snellire le procedure passando dall’unanimità alla maggioranza semplice.

Posate le fondamenta di un “impero”

Alla riunione indotta con urgenza qualche giorno fa a Bruxelles, i leader dei Paesi UE pare abbiano posato le fondamenta di un futuro impero europeo. Il britannico Telegraph riporta i commenti di alcuni funzionari presenti e delinea i passaggi principali di questa trasformazione dell’entità sovrastatale continentale. Finora davanti alle crisi più travagliate abbiamo sempre sentito la medesima risposta: “Serve più Europa!”. Adesso da slogan programmatico diventa obiettivo da perseguire a tutti i costi: cedere sovranità nazionale a Bruxelles, espandere il budget comunitario, rafforzare l’aspetto militare dell’Unione, far entrare più Paesi. Ce ne sono sei o sette che aspettano o che potrebbero essere invitati nella grande famiglia. Anzi nella nuova superpotenza, la quale dovrà tenere testa ai giganti globali che minacciano pace, democrazia e prosperità del Vecchio Continente: e gli alfieri dell’europeismo si riferiscono naturalmente agli USA, alla Cina e alla Russia.

Macron e Merz in armonia

L’asse fondante dovrebbe essere quello franco-tedesco, con l’apporto decisivo dell’Italia e di una Gran Bretagna che è come un figliol prodigo che un giorno potrebbe tornare all’ovile. Senza un nucleo indissolubile sarebbe impossibile tenere uniti una trentina di Paesi membri, che oggi sono realtà piccole o medie spesso in litigio fra loro su questioni come pesca, agricoltura, industria e migranti. Fin dal suo primo mandato Macron invocava il passaggio a un livello superiore di esistenza della UE, da gruppo di stati e staterelli a “peso massimo geopolitico”. Forse stavolta Monsieur le président avrà l’occasione di vedere trasformato il suo auspicio in realtà.

Con Merz hanno un’intesa importante, coadiuvati dal premier britannico Starmer, col quale sono insieme nella Coalizione dei Volenterosi. La minaccia di Trump di prendersi la Groenlandia ha avvicinato a questo nucleo anche il governo danese, oggi al centro dell’attenzione mediatica. Non può che esserne lieta la presidente della Commissione von der Leyen, che dichiara: Sappiamo di dover lavorare per un’Europa più indipendente. Non è qualcosa che avvenga da un giorno all’altro. È un lavoro duro.

Accogliere nuovi membri

Diventare membri dell’Unione Europa costituisce un processo che può durare decenni e richiedere riforme talvolta dolorose per i cittadini. E alla fine del percorso incombe come una scure la necessità del consenso unanime degli altri membri. Ed è chiaro che più si allarga l’Unione, più aumenta il rischio di dissidi o criticità nei rapporti fra membri attuali e potenziali. Lo vediamo oggi con l’Ucraina: nonostante gli sforzi della Commissione (che sulle evidenti insufficienze legislative e politiche di Kiev,chiude tutte e due gli occhi) ci sono Paesi come l’Ungheria che si dicono assolutamente contrari alla sua adesione. Altri governi sono tradizionalmente scettici verso l’espansione UE, tedeschi e olandesi in primis.

Forse le cose ora cambieranno, ma la popolarità dei partiti euroscettici è ovunque in costante crescita. Lo scenario suggerito dal Telegraph può esaltare o far accapponare la pelle, a seconda dell’orientamento esistenziale: Le decisioni unanimi sono fuori moda ora sempre più decisioni sono prese con voto di maggioranza in base al numero della popolazione. La UE deve ottimizzare il suo processo decisionale, ma ciò significa cedere poteri a Bruxelles.

Qualcuno subito, altri dopo

Il fatto stesso che le istituzioni comunitarie spingano per l’adesione di certi Paesi e non di altri la dice lunga sulle difficoltà di equilibrio che si andranno a creare o che anzi sono già attuali. Si pensi ovviamente al caso dell’Ucraina, a cui hanno dato lo status di Paese nel 2022 insieme alla Moldavia. I due Paesi più poveri e disastrati d’Europa, mentre venivano fatte difficoltà per concederlo alla Georgia, messa molto meglio di loro economicamente. Oppure si pensi all’Albania e al Montenegro, in lista d’attesa da più di quindici anni. Un piccola nota positiva per il Montenegro a dire il vero c’è, e cioè il recentissimo annuncio del completamento del Capitolo 32 sulla trasparenza e la disciplina fiscale, un passo notevole verso la conclusione delle verifiche legislative entro fine anno.

Avanti i prossimi

Bussano da tempo alla porta anche il Kosovo, la Macedonia del Nord, la Serbia e la Bosnia-Erzegovina. Membri di valore, secondo il punto di vista di Bruxelles, perché inglobare i Balcani implicherebbe rafforzare la frontiera orientale contro le influenze russe e dare stabilità a una regione da sempre martoriata da lotte religiose e nazionali. Infine due Paesi scandinavi, di cui uno particolarmente ricco e dunque poco interessato a immergersi nel ginepraio europeo con sogni di gloria. Sono Islanda e Norvegia, entrambe già facenti parte dello Spazio Economico Europeo (SEE) insieme ai Paesi UE.

Il tema che divide Reykjavík da Bruxelles è quello dei diritti di pesca, ma la pressione statunitense sulla Groenlandia potrebbe essere decisiva in un eventuale referendum per l’adesione da tenersi in primavera. Olso invece esporta il suo gas ai Paesi europei e il conflitto ucraino ha fatto lievitare i suoi introiti. Dunque la posizione attuale le starebbe bene anche così, ma gli europeisti contano di riuscire a far innamorare i norvegesi dell’idea della Super Europa. Ci stavamo quasi dimenticando della Turchia, il caso più clamoroso di Paese popoloso, dinamico e militarmente forte la cui candidatura è in ibernazione addirittura dal 1987. Ha delle caratteristiche che farebbero molto comodo alla Super Europa, ma sembra che per determinati motivi non se ne farà nulla.

La difesa dell’impero

Un’entità continentale che voglia definirsi potenza globale deve necessariamente essere in grado di difendersi e di scoraggiare le aggressioni. Gli europei hanno sempre goduto della protezione americana, ma in questo modo hanno tagliato il budget destinato agli eserciti appaltando a Washington la questione della propria sicurezza. Con Trump le cose stanno cambiando rapidamente. La stessa Kaja Kallas ammette che il presidente americano “ha scosso le fondamenta delle relazioni transatlantiche” e che “l’Europa non è più il centro primario di gravità di Washington”. Certo, la partnership con gli USA non è in discussione, ma occorre almeno mettersi in pari con gli statunitensi. L’impegno di spendere il 5% del PIL per la difesa entro i prossimi dieci anni dovrebbe teoricamente bastare, ma molti armamenti ad alta tecnologia negli arsenali europei sono di produzione americana.

E ci vorrà chissà quanto tempo prima di riuscire a sostituire con un velivolo continentale il caccia F-35 made in USA. Per non parlare dei sistemi di difesa aerea Patriot. Certo, si è riusciti a fare l’Eurofighter Typhoon, ma sono ancora troppe le differenze e la competizione interna nel comparto militare-industriale dei Paesi europei. Ci si potrebbe affidare al Regno Unito e al suo deterrente nucleare, ma Londra oggi è fuori dalla UE e dipende a sua volta da Washington sul piano tecnico e logistico per utilizzare il potenziale nucleare. Quello francese, invece, tornerebbe utile alla causa solamente dopo che Parigi rivedrà radicalmente la sua dottrina nucleare.

 

Vincenzo Ferrara
VincenzoFerrara

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