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Sul convegno per i 30anni delle Stragi di Capaci e via D’Amelio il fantasma della guerra. Al centro luci e ombre delle tecnologie satellitari come ‘prova’

«Oggi siamo chiamati a rinnovare la nostra cooperazione giudiziaria anche su fronti che pensavamo archiviati per sempre, le indagini sui crimini di guerra. Posso confermare che anche l’Italia a breve manderà in Ucraina un gruppo di esperti di interforze, compreso un contingente di polizia penitenziaria, coordinato da un magistrato per essere lì sul posto, alla Procura generale d’Ucraina nella raccolta di prove per l’accertamento delle responsabilità dei crimini di guerra». Così il ministro della Giustizia Marta Cartabia, intervenendo nella giornata di ieri all’Aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, nel corso della cerimonia del trentennale delle stragi di Capaci e di via d’Amelio in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti della scorta.

Nel luogo simbolo del maxiprocesso, che a partire dal 1986 ha decapitato il gotha di Cosa nostra, si è voluto dare un altro schiaffo alla mafia, ospitando la sessione finale della prima Conferenza dei procuratori generali dei 46 Paesi membri del Consiglio d’Europa e degli Stati osservatori della sponda sud del Mediterraneo. L’evento, promosso dalla Procura Generale della Corte di Cassazione, dai ministeri degli Esteri e della Giustizia, s’inquadra nell’ambito del semestre di Presidenza italiana del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. Rivolgendosi al Capo dello Stato Sergio Mattarella, presente all’incontro, la Guardasigilli ha sottolineato come «sin dai primi giorni dell’invasione dell’Ucraina 41 Paesi stanno sostenendo l’azione della Corte penale internazionale».

C’è sempre qualcosa che possiamo fare”, era la frase che ripeteva Giovanni Falcone e ripresa dalla stessa Cartabia all’apertura del suo discorso. Parole che mobilitano un senso di responsabilità personale e collettiva per risalire alla verità e all’accertamento dei fatti. La guerra alle porte d’Europa ha tenuto banco nei lavori della Conferenza. Certo, un’attenzione particolare è stata rivolta anche alla responsabilità del pubblico ministero, finalizzata non per caso alla tutela dei diritti umani e della dignità della persona. Tema su cui si è soffermato il procuratore generale alla Corte di Cassazione Giovanni Salvi, il quale ha ribadito che il «Consiglio d’Europa è nato per condividere l’attuazione dei principi dello stato di diritto, governato dalla legge, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona. Ci unisce l’idea che la persona è inviolabile, così come lo è la sua dignità. Ci unisce il ripudio della guerra come strumento per la risoluzione delle controversie. Nonostante lo strappo – prosegue Salvi – possiamo cercare le fondamenta di ciò che accomuna oggi i Paesi che continuano ad aderire al Consiglio d’Europa, a operare per la prevalenza del diritto sulla bruta forza».

Verificare le responsabilità di crimini in guerra, essa stessa un crimine contro l’umanità, è compito arduo e gravoso, con aggressori e aggrediti che si scaricano vicendevolmente le colpe delle atrocità commesse in campo. Così in Siria, Yemen, Nagorno-Karabach, la lista è lunga. A provare a fare chiarezza sulle possibili conseguenze giuridiche per le parti in causa e sulle eventuali fonti di prova, in un momento in cui le tecnologie satellitari sono impiegate massivamente nel contesto bellico, è il cassazionista del Foro di Udine, Massimo Borgobello nonché vicepresidente di Assodata, l’associazione specializzata in tutela della privacy, protezione dati e nuove tecnologie. Su Agenda digitale.eu, l’avvocato scrive che per quanto il “materiale per documentare i crimini di guerra, grazie a tecnologie digitali diffuse (smartphone ecc) e satellitari, sia abbondante, perché dia dei frutti sono necessari però alcuni passaggi: raccogliere il materiale in modo inattaccabile, che non offra il fianco ad accuse di falso e che non possa essere manipolato per diversi fini di propaganda; produrre questo materiale e conservarlo in modo strutturato e formalmente corretto, perché serva a costruire l’opinione pubblica e la memoria collettiva e perché possa servire anche in tribunale. Ultimo punto, arrivare al processo, che però difficilmente colpisce i mandanti dei crimini finché sono al potere”.  Tra i singoli fatti di guerra sotto indagine, rientrano il bombardamento del teatro di Mariupol, i cadaveri di civili sulle strade di Bucha e l’attacco, attribuito alle forze russe, alla stazione ferroviaria di Karmatorsk, che ha provocato la morte di circa cinquanta persone. “Le immagini satellitari che dall’inizio del conflitto circolano – chiarisce Borgobello – potranno essere certamente utilizzate per l’inchiesta della Corte penale internazionale; allo stesso modo, le testimonianze di cronisti e di soggetti internazionali sul campo potranno dare un contributo”. Nuove tecnologie che però non possono prescindere dai tradizionali metodi di prova: rilevi sul terreno e assunzione di deposizioni di vittime e testimoni oculari. “Questo anche perché le tecnologie impiegate non sono “neutrali” – aggiunge: l’apparato satellitare e le tecnologie di riconoscimento facciale che hanno mostrato le immagini più crude della guerra sono, infatti, appartenenti, per lo più, a società statunitensi”. 

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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