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I produttori di armi festeggiano profitti e contratti su entrambe le sponde dell’Atlantico

Si sfregano le mani i produttori di armi: dopo le case farmaceutiche, adesso è il loro turno di strappare contratti miliardari ai governi dei Paesi occidentali. In realtà, gli affari andavano piuttosto bene anche prima. Ad esempio, l’americana Raytheon Technologies negli ultimi sei mesi ha visto salire i suoi titoli del 15%, mentre a marzo la vendita al governo tedesco di trentacinque caccia F-35 era stata messa in preventivo per la Lockheed Martin. Un portavoce di quest’ultima (che ha la sede principale nel Maryland), ha dichiarato che l’azienda si sta posizionando in modo aggressivo come soggetto fornitore di “deterrenza”, strumento strategico il cui valore non è mai stato così grande dalla metà del XX secolo. Il Pentagono si sta muovendo con decisione per approvvigionare l’Ucraina e per riempire nuovamente i magazzini delle Forze armate americane, che si vanno svuotando velocemente con gli invii a Kiev: poche settimane fa ha ospitato i maggiori fabbricanti di armamenti americani  per valutare le loro capacità produttive nell’eventualità che la guerra si protagga per anni. Le compagnie che hanno partecipato all’incontro sono state otto: BAE Systems, Raytheon TechnologiesLockheed Martin Corp, Boeing CoNorthrop Grumman, Huntington Ingalls Industries, L3Harris Technologies e General Dynamics; insieme ad esse era presente la Vice Segretario alla Difesa Kathleen Hicks. Attualmente le necessità si concentrano sui sistemi d’arma di dimensioni ridotte, come i missili anticarro Javelin e i terra-aria Stinger: gli USA li stanno consegnando quasi su base giornaliera all’esercito ucraino, che ne sta facendo un utilizzo intenso e ne ha sempre più bisogno. Il primo contratto del pacchetto da 300 milioni di dollari destinato all’assistenza agli ucraini è andato alla AeroVironment, che per 19,7 milioni fornirà il drone da ricognizione RQ-20 Puma AE. Nel frattempo il Dipartimento della Difesa ha lanciato un’offerta aperta ai fabbricanti che possano produrre quanto richiesto in tempi ristretti: fra i requisiti richiesti vi è quello di specificare i tempi di consegna, possibilmente meno di 30 giorni, ma anche a tre o a sei mesi. L’importante per il Pentagono è accelerare i tempi, in particolare per sistemi di difesa aerea e costiera, sistemi anti-blindato e anti-uomo, droni e attrezzature per le telecomunicazioni: certamente non tutte le armi che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva esortato durante il suo tour virtuale dei Parlamenti europei, ma almeno alcune sì. Il Congressman dell’Oklahoma Jim Inhofe, membro della Commissione del Senato per le forze armate, nel caldeggiare uno strumento come l’offerta pubblica ha ammesso che occorre mandare a Kiev di più e più in fretta: La guerra all’est sta cambiando e gli ucraini per vincere e per respingere l’aggressione russa hanno bisogno di molto di più. Dobbiamo essere creativi. Inoltre dobbiamo assicurarci che il Pentagono possa siglare contratti con le industrie per aumentare la produzione il prima possibile. Mettiamoci al lavoro. E altri 800 milioni di dollari da spendere per armare l’Ucraina sono stati annunciati da Joe Biden il 13 aprile.

Viste le cifre impiegate e i tempi rapidissimi, il britannico The Independent parla addirittura di “corsa all’oro” per i produttori di armi occidentali. E non si tratta solo della fornitura di Stinger e di Javelinall’esercito ucraino, oltre che dello svuotamento (e del successivo riempimento) dei magazzini dei Paesi NATO; non è soltanto l’utilizzo delle armi sul campo, che costituisce di fatto una dimostrazione pratica a beneficio dei potenziali acquirenti: più in generale è la prospettiva della militarizzazione dell’intera Europa, fenomeno che promette di generare produzione e profitti per molti anni a venire. La paura indotta dalle risolute azioni di Mosca sta inducendo gli europei ad armarsi, o meglio a spendere per armarsi. Pensiamo alla Germania, che sta cercando con grandi sforzi finanziari di “rimodellare” le proprie forze armate: il cancelliere Olaf Scholz ha annunciato l’impegno per un investimento da 100 miliardi di euro per modernizzare la potenza bellica del Paese e quello di arrivare al 2% annuo di PIL per le spese militari, come da obiettivo fissato dalla NATO. Questi impegni si sommano al costo degli F-35 (utili nell’ottica della cooperazione operativa con gli altri membri dell’Alleanza Atlantica che li utilizzano) e all’acquisto di quindici caccia Eurofighter equipaggiati per la guerra elettronica, le cui attrezzature saranno fornite dal consorzio franco-tedesco Airbus. 

E anche in Italia i produttori di armi non stanno a guardare. Il 26 aprile a Roma si sono incontrati in una riunione a porte chiuse presieduta da Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo S.p.A. Da ciò che è trapelato sul Fatto Quotidiano, i dirigenti di circa venti società europee del settore della difesa e quelli di ventidue associazioni nazionali dei Paesi del Vecchio Continente hanno discusso su come cogliere le opportunità del momento. Il ruolo organizzativo di Profumo è ben giustificato dal fatto di essere attualmente pure il presidente della ASD (AeroSpace and Defence Industries Association of Europe), associazione di cui fanno parte le maggiori aziende europee del settore e che riesce spesso a fare pressione sui governi per quanto riguarda gli investimenti nella difesa: e oggi, con così tanti Stati che in diversa misura promettono acquisti e potenziamenti, la torta da spartire si sta facendo enorme. A parlare di corsa all’oro, di gold rush, era stato per primo William Hartung, esperto di livello internazionale e autore del libro “Prophets of War: Lockheed Martin and the Making of the Military-Industrial Complex”. Hartung fa notare che potrebbero essere soprattutto le compagnie americane a trarre beneficio dai budget messi a disposizione dagli Stati europei, mentre sono molte le aziende produttrici occidentali colpevoli di una grave ipocrisia di fondo: dichiarando di fabbricare strumenti per difendere la democrazia, cercano di far dimenticare gli affari che fanno serenamente coi Paesi che non rispettano i diritti umani o i valori democratici, dalla Nigeria all’Arabia Saudita.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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