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Russia-Ucraina, Gen. Carlo Landi: il rischio di misurare con un “metro” fatto da noi. Forte10 lavora per la pace?

Si è concluso il quarto di colloqui a Istanbul per studiare i termini della fine del conflitto russo-ucraino. Si è appreso che i due capi negoziatori, il russo Vladimir Medinsky e l’ucraino David Arahamiya si sono incontrati in privato prima del faccia a faccia. Eppure la mediazione è apparsa in salita ancora prima di iniziare a causa di un continuo scambio di accuse, quasi sempre non verificate, e di toni sopra le righe che mal si accompagnano alla diplomazia. E qualche timido risultato si è ottenuto: oggi la Russia ha decretato una riduzione della pressione su alcune città, tra le quali Kiev, ma non si parla ancora di cessate il fuoco. Ieri si sono succedute notizie di ritiri delle truppe russe a Kiev e di quelle ucraine dal Donbass, notizie poi smentite da giornalisti sul campo. E’ veramente complesso comprendere dove stia la verità, o almeno qualcosa che le si avvicini. Abbiamo interpellato il Generale Carlo Landi, già comandante della Divisione “Centro Sperimentale di Volo” e poi consigliere militare nella delegazione italiana all’OSCE (da non confondere con l’OCSE), addetto militare per Austria, Ungheria  e Slovacchia, per comprendere i risvolti di questo conflitto.  

Infografica – La biografia dell’intervistato il Generale Carlo Landi

– Al netto della propaganda che arriva da entrambe le parti, potrebbe spiegarci perché l’azione militare dei russi sta procedendo in maniera meno rapida rispetto alle previsioni?

Prima di tutto vorrei dire che la guerra non la decidono i militari ma i politici e questa che stiamo vivendo in Ucraina è una guerra qualsiasi nome le si voglia dare. Le guerre vanno evitate prima che scoppino e nel caso specifico di certo noi europei qualcosa in più avremmo potuto farla. Il rischio che corriamo oggi noi occidentali è di valutare i risultati delle attività militari russe usando un “metro” che ci siamo costruiti da soli. Alle volte temo che abbiamo ideato degli “scenari” del conflitto basandoci più su nostre paure e conoscenze storiche che non su dati tecnici militari condendo tutto con tanta propaganda. Abbiamo preso per buono il tanto che ci arrivava dagli USA che ipotizzavano una “guerra lampo” per entrare nella capitale Kiev e poi conquistare l’intera Ucraina, annettendosela. Nei primi giorni del conflitto molti analisti si chiedevano come i militari russi potessero ipotizzare di controllare un Paese vasto come l’Ucraina: quasi 45 milioni di cittadini connessi con stampa, televisione, social media, con le forze in campo. Una mera illusione a giudizio di molti. 

Da qui è scaturita una “narrazione” condivisa da tutti. Una sorta di “verità unica” tutta conseguente e mirata all’individuazione di un “colpevole predestinato” piuttosto che alla ricerca di un accordo di pace. Ad esempio chi dice che i russi stiano avendo la peggio, basandosi sul confronto fra il numero di mezzi perduti dagli ucraini e quello dei russi, fa un paragone scontato: persino al gioco del Risiko chi attacca deve schierare più carri armati, perché ha un rischio maggiore di perderli! Letture più dettate alla propaganda che non a capire e soprattutto cercare di fermare le ostilità. In certi dibattiti è sembrato che gli analisti cercassero proprio spiegazioni semplicistiche e immagini d’impatto per impressionare l’opinione pubblica, piuttosto che lavorare per analizzare a fondo la situazione. 

Putin, che ricordiamolo si rivolge ad una popolazione diversa da quella europea occidentale, ha usato un linguaggio politico amplificando i reali obiettivi militari, ha parlato di una sorta di restaurazione di impero zarista o di Unione Sovietica e tutti i paesi occidentali hanno riesumato la paura dell’orso russo che vuole divorare l’Europa. Non ci siamo posti l’interrogativo se Putin avesse abbozzato per i suoi concittadini un disegno politico o anche solo un vago sogno, poco attinente con l’aggressione militare attuale che ha obiettivi circoscritti e limitati. I russi hanno aperto più fronti anche per dividere le forze difensive ucraine. Che sarebbe accaduto se l’attacco fosse stato circoscritto alla sola zona ad est? I difensori avrebbero potuto concentrare lì tutte le loro difese.

Peraltro tecnicamente i russi non hanno ancora conseguito tali obiettivi perché ogni guerra presenta degli imprevisti, delle sorprese. In guerra, le incertezze tendono solo ad aumentare. Ci sono molti elementi che i russi hanno sottovalutato oltre all’attaccamento degli ucraini alla loro bandiera e alla loro terra. Siamo riusciti ad affermare che i russi si aspettassero un’accoglienza addirittura cordiale dagli ucraini. Forse in piccole aree dell’est, certo non nella parte occidentale dell’Ucraina e poi, quale popolazione ti accoglie cordialmente quando arrivi preceduto dalle cannonate e su un carro armato? 

Gli analisti occidentali non hanno assolutamente parlato del fattore “informazione”: si tratta di un elemento difficile da valutare in termini precisi, ma estremamente importante. 

Quasi ogni giorno c’è un drone da ricognizione “Global Hawk”, nominativo radio “Forte 10”, che parte da Sigonella,e staziona per 10-12 ore a 10 km di quota lungo il confine ucraino, sul Mar Nero, raccogliendo tutto quello che viene trasmesso in qualsiasi frequenza dell’etere, radar, radio, telefonini. Registra e segnala tutto   eseguendo fotografie precise di cosa c’è al suolo, oggetti immobili o in movimento: nel visibile, all’infrarosso di notte, con un radar di precisione se ci sono nubi. E’ interessante che le missioni di Forte 10 non sono segrete, si possono seguire in diretta su Flight Radar, un’applicazione disponibile a tutti e non è il solo aereo-spia occidentale. Un messaggio per i russi: “Noi sappiamo tutto quello che state per fare”. Messaggio di chi cerca la pace o di chi vuol dimostrare la propria superiorità? 

Foto Global Hawk ‘Forte10’

Il più importante segreto per un militare non consiste in armi o soluzioni tecniche, ma è in quello che farà domani. Dunque, grazie a quel drone e ai tanti satelliti civili e militari gli USA stanno passando informazioni fondamentali sulle prossime mosse dei russi all’esercito ucraino, amplificandone le possibilità di reazione. Se viene lanciato un cruise, il bagliore della carica di lancio è visibile a Forte10 e ai satelliti. Una cosa è difendersi da un attacco che non si sa da dove e quando arriva, diverso è abbattere un cruise che sai arriverà da quella direzione in un arco di 5 minuti. Perciò dire che i russi stanno fallendo anche se combattono “solamente” contro gli ucraini è riduttivo: l’Ucraina sta ricevendo un aiuto fondamentale, oltre che in armamenti e materiale militare, in termini di intelligence dalla NATO e dagli USA in particolare. 

Ho ascoltato in televisione un analista che ha “svelato” e catalogato come l’azione di un governo dittatoriale il fatto che i soldati russi non possano portare il cellulare”. 

E questo sarebbe un segreto, una novità, il segno di una dittatura crudele e sanguinaria? 

Forse che in missione i militari italiani possono portarsi il telefonino per chiamare la mamma se vengono catturati? Anche in molti uffici dei ministeri a Roma è proibito entrare col cellulare. Però tutto è servito per accreditare l’idea dei “diversi da noi” e questo ha allontanato ancora le possibilità di un cessate il fuoco.

Ricapitoliamo: è difficile valutare se i russi stiano o meno conseguendo i loro obiettivi perché semplicemente non li conosciamo. Fin da subito gli analisti seri hanno capito che le forze russe non corrispondevano a un’idea di occupazione dell’intero territorio ucraino. I paragoni con i conflitti in Iraq, Afghanistan, Siria fatti da alcuni sono in questo caso assolutamente fuori luogo. Senza nulla togliere a quelle popolazioni, l’Ucraina ha un tessuto sociologico e culturale diverso, in termini sia numerici che qualitativi, è un Paese più sviluppato per infrastrutture e tecnologia. 

Certamente. Lo ha detto pure un’analista della CIA, che ha fatto notare come gli americani abbiano impiegato circa 30 giorni per prendere l’Iraq, quindi era impensabile che i russi potessero arrivare al confine occidentale dell’Ucraina in meno di una settimana, come qualcuno aveva ipotizzato. Chi ha parlato di pochi giorni, voleva solo fare della propaganda per dimostrare che i russi hanno fallito la missione.

– Sì, in Occidente abbiamo voluto leggere le informazioni che arrivano dall’avversario per usarle a suo svantaggio. In particolare abbiamo usato le frasi dette da Vladimir Putin con quel modo di fare sicuro di sé, al limite dell’arroganza. Non dobbiamo dimenticare che non si trattava di frasi di valore militare, bensì politico, pronunciate appunto da un politico alla sua popolazione. Che peso possono aver avuto in Russia le parole di “consiglieri del ministero della Difesa italiano” che in tv hanno definito reparti russi “macellai che prendono a calci i cadaveri dei nemici”? Sono parole per facilitare trattative per la pace?

Ricordiamo poi che i generali russi seguono una dottrina che non è quella a cui si attengono gli occidentali: il loro concetto di combattimento è diverso dal nostro. Per esempio, il valore che attribuiscono alla vita dei militari è diverso, anzi inferiore, spiace dirlo, rispetto a quello che esprimiamo noi. Lo dimostrano i precedenti conflitti (quanti morti ha avuto l’esercito russo nella seconda guerra mondiale?) e il numero dei generali russi morti nel conflitto ucraino.

– Quanta propaganda possiamo trovare sui giornali o nei talk show occidentali?

– Tanta e non è una novità. E proprio questo, possiamo dire, è stato l’errore madornale di Putin. Per quanto potessero essere fondate le ragioni, non si può invadere un Paese europeo, se non ci sono prove provate e condivise di atti avversi alla popolazione e che vi sia uno stato di oppressione. La Russia era ed è troppo isolata culturalmente, troppo lontana dall’Europa occidentale perché qualcuno potesse solo cercare di capire i motivi di questa azione. Di qui la soluzione semplice da accreditare del “nemico potente e inarrestabile” e, più feroce e crudele appare, meglio è. Poi la propaganda occidentale ha fatto il resto. 

– Stiamo vedendo poca azione da parte dell’aeronautica militare russa: non sta intervenendo per non creare troppi danni alle città oppure la difesa aerea ucraina sta facendo il suo lavoro così bene che non ci accorgiamo nemmeno dei velivoli russi?

Oggi l’arma aerea è considerata fondamentale perché riesce a concentrare una grande quantità di forza e di armamenti con un rischio per le proprie forze limitato in numero. Non riesco a valutare l’efficienza (in senso tecnico) dell’aeronautica russa, cioè quanto impegno le serva per raggiungere l’obiettivo, né tanto meno l’efficacia, ossia se raggiunge o meno l’obiettivo. L’efficienza dipende dal livello di addestramento del personale, dai mezzi a disposizione, dalla manutenzione dei velivoli nel corso del tempo e da altri apparati logistici: non sono in grado di valutare con oggettività tutti questi elementi.

Sulla carta, la forza aerea russa è almeno dieci volte superiore a quella ucraina (se non venti o trenta): partendo da questo dato è naturale chiedersi perché i russi sembrino incontrare difficoltà. Vanno considerate le scelte strategiche del piano di operazioni. La NATO e gli Stati Uniti seguono la stessa dottrina dai tempi della Prima guerra del Golfo: anzitutto eliminare aerei, radar e comunicazioni del sistema difensivo aereo avversario, onde assicurarsi quello che si definisce “predominio del cielo” o “superiorità aerea” limitata o assoluta. La finalità è avere a disposizione il cielo per arrivare al proprio scopo. I russi hanno effettuato questa operazione “preliminare” solo in parte: perché non lo abbiano fatto in modo totale è difficile dirlo. Forse è stato per loro stessa volontà oppure perché ostacolati. Non è un buon segno che nei primi giorni gli ucraini abbiamo consentito ad un pilota di oltr 55 anni famoso per le manifestazioni aeree di decollare per azioni di combattimento. Gesto nobile, ma forse segno della penuria di piloti? Di fatto da giorni non si sente più parlate di velivoli pilotati ucraini, si parla di droni ma niente caccia. Abbattuti? Distrutti al suolo? Senza ricambi? Non lo sappiamo. C’è poi da dire che gli ucraini hanno avuto parecchio tempo per organizzare le difese prima che scoppiasse il conflitto. Certamente lo hanno usato per “proteggere” i loro assetti più pregiati: nascondere velivoli e sistemi antiaerei negli hangar civili. E’ una soluzione comune per confondere l’avversario. Anche nelle riprese televisive si sono visti mezzi militari nascosti sotto viadotti civili, vicini alle abitazioni. Però così si entra nel lato “più sporco” della guerra, quando si forza di fatto il nemico a colpire obiettivi civili. Più che affermare che i russi non abbiano usato l’arma aerea in modo preponderante, sarebbe più corretto dire che l’hanno utilizzata nei limiti di ciò che si può fare in un Paese europeo. 

– E in Jugoslavia?

Molti criticano il fatto in quella occasione la NATO abbia usato la forza aerea. Ricordiamo il bombardamento dell’ambasciata cinese e pensiamo ai missili intelligenti, quelli teleguidati da ventimila piedi con una precisione al metro. Però in tempo di pace si ha la tranquillità per discriminare e mirare l’obiettivo, senza la pressione di un caccia avversario o di un sistema missilistico che ti attacchi. In tempo di guerra è tutto molto più complicato. Con quali sistemi di difesa aerea abbiamo ipotizzato di  andare in soccorso degli ucraini? Ho avanzato severe perplessità verso chi s’è concesso la boutade politica di chiedere l’assegnazione di MiG-29 all’aviazione ucraina. Josep Borrell (l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza) un MiG-29 non lo ha mai pilotato, non ci è mai andato in combattimento, anzi forse non l’ha nemmeno mai visto da vicino. Se avesse fatto almeno una di queste tre cose, conoscerebbe la differenza con l’essere semplicemente il passeggero che viaggia in aereo per recarsi da una città all’altra. I velivoli che volevamo offrire all’Ucraina appartengono a Stati che sono nella NATO da almeno quindici anni, hanno radio e strumentazioni di bordo diverse, non sappiamo se hanno sistemi di guerra elettronica e di che tipo siano: è davvero qualcosa ai limiti dell’improponibile. Al massimo se ne potevano usare delle componenti come parti di ricambio. Ma il messaggio mediatico è stato “Forniremo velivoli da combattimento all’Ucraina, non semplici munizioni!”. Così l’Europa ha bruciato il proprio ruolo di mediatore che ci poteva posizionare in modo ottimale con ucraini e russi dopo la guerra. Persino gli Stinger (sistemi lanciamissili terra-aria spalleggiabili) richiedono uno o due giorni di addestramento e, in uno scenario di combattimento, chi li usa per la prima volta rischia di colpire un velivolo amico.

– La scelta russa di lanciare attacchi con missili dalle navi deriva dal volere colpire esclusivamente obiettivi militari (per quanto possano talvolta essere vicini a edifici civili) oppure è figlia di una dottrina diversa dalla quella occidentale che non necessariamente dà prevalenza all’aeronautica per “accecare” il Paese dell’avversario?

– Per quanto potente l’Aeronautica russa non ha capacità illimitate: quindi è probabile sia stata fatta la scelta di suddividere gli obiettivi in base alle forze a disposizione. La Marina è senz’altro adatta a determinati scopi e dunque i comandi russi la utilizzano di conseguenza, magari quando la distanza e la tipologia di obiettivo sono adeguate. Invece, quando l’esercito è ormai vicino a una città, diciamo a 20 chilometri, allora potrà ricorrere ai cannoni che riescono a sparare da quella distanza, con lo scopo di fiaccare il morale avversario e questa non è una dottrina militare russa, ma comune a tutti gli eserciti del mondo.

– Che ne pensa della scelta del governo ucraino di dare le armi ai civili?

– È una scelta politica che comporta molti rischi. Ha una conseguenza militare immediata: nel caso dopo la guerra sia istituito un tribunale per giudicare i russi, qualunque soldato accusato di aver sparato a un civile si potrebbe giustificare con il suddetto ordine di Volodymyr Zelensky, per il quale diventa impossibile distinguere se un uomo che ti punta un fucile sia un militare o un semplice cittadino. E quando, speriamo presto, la guerra sarà finita, le autorità ucraine sono certe di riuscire a localizzare e farsi riconsegnare tutte quelle armi? Ricordiamoci quanti anni e quanti sforzi ci sono voluti per mettere in sicurezza le armi lasciate in giro dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Oggi dall’Europa stiamo riversando sull’Ucraina un numero enorme di armi portatili, fucili, cannoni di piccolo calibro, mortai, chi tiene il conto di quante ne vengono utilizzate e quante ne rimangono? E chi sa dove vanno a finire quelle che restano?

– Zelensky ha da poco dichiarato che l’Ucraina sta per vincere il conflitto: pensa sia un’affermazione realistica?

– È chiaramente una dichiarazione di carattere politico. D’altronde lo stesso Putin ha affermato che la Russia raggiungerà gli obiettivi che si è posta: ma non ha detto esattamente quali. Si tratta di parole pronunciate per impressionare l’opinione pubblica, sia interna che esterna. Per tacere poi di quanti dicono che la Russia abbia l’intenzione di invadere e occupare la Polonia e le Repubbliche baltiche, che sono membri della NATO: è qualcosa di totalmente irrealistico, se non altro perché le capacità militari della NATO sono superiori a quelle della Federazione Russa sia come livello tecnologico che come numero, dunque in caso di scontro frontale l’Occidente dovrebbe vincere (posto che comunque in guerra nulla è stabilito a priori, l’incertezza regna sovrana). Parlare di uno scontro totale Russia-NATO diventa allora soltanto un discorso politico, che esula dalla sfera militare.

– Ben prima del conflitto in Ucraina, la rivista americana Foreign Affairs aveva detto che la NATO andava sciolta o almeno ripensata. Il segretario generale Stoltenberg ha utilizzato un linguaggio che, per quanto fosse solo di carattere “politico”, è risultato aggressivo, non certo aderente allo spirito “difensivo” con cui la NATO venne fondata: quanto può avere influito sullo scoppio delle ostilità?

– L’atteggiamento dell’intero Occidente ha influito negativamente sulle circostanze. Una posizione ferma, persino severa, era assolutamente giusta, auspicabile e,, al tempo stesso, aperta al dialogo e alla riflessione. Solo così avremmo creato un’atmosfera diversa che forse avrebbe impedito o fermato la guerra. Ci siamo detti che ogni nazione ha il diritto di chiedere di accedere alla NATO. Vero. Ma è altrettanto vero che ogni nazione della Nato ha diritto di decidere se far accedere altre nazioni sulla base dei propri interessi. Ci siamo chiesti che vantaggio abbiamo avuto dall’ingresso di tanti paesi nella Nato? Lo sanno i cittadini che la Nato ha pagato ampi programmi di ristrutturazione dello loro infrastrutture militari. E che i vantaggi sono finiti soprattutto di la dell’Atlantico?

La Russia si è quindi sentita seriamente minacciata e ha reagito, sbagliando, con una guerra di aggressione. L’Occidente non ha fatto altro che assecondare i peggiori istinti sorti nelle menti dei comandanti russi, istinti di paura e di difesa che incitano ad attaccare ancora di più. Come possiamo proporci adesso come mediatori? Solamente Paesi che non si sono esposti così tanto, magari Cina o Turchia, (guarda caso n.d.r.) potrebbero intervenire in una mediazione. In tutte le scuole di guerra insegnano che la NATO è essenzialmente un’alleanza politica e difensiva: dunque avrebbe dovuto affrontare la situazione con una maggiore larghezza di veduta, se così si può dire, e proporre un dialogo all’aggressore.

– I politici europei non sembra abbiano fatto molto per agevolare il dialogo diplomatico…

– Macron ha fatto tanti viaggi a Mosca, così come il nuovo cancelliere tedesco Olaf Scholz, mentre i ministri degli Esteri europei hanno avuto diversi contatti con l’omologo russo. Ho l’impressione però che non abbiano cercato un dialogo distensivo che mirasse ad accordarsi almeno su alcuni punti. Sembra anzi che abbiano stuzzicato l’orso russo ancor più del necessario e oggi ne vediamo il risultato. Chi invece ha svolto un incessante e profondo lavoro diplomatico è stata l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), ente poco conosciuto in Italia ma con un ruolo molto importante in vicende delicate come quella dell’ex Jugoslavia e dei Paesi ex URSS. Ma i rapporti OSCE che peso hanno nel ministero degli Esteri italiano e nei nostri rapporti multilaterali?

– E l’allargamento della NATO? A un certo momento Putin aveva lanciato una serie di proposte assai dettagliate per tornare allo status quo dell’estensione NATO negli anni intorno al crollo dell’URSS. Romano Prodi aveva sottolineato come alcune di queste proposte fossero effettivamente accoglibili, se non addirittura ragionevoli, ma l’Occidente si è mostrato chiuso sotto tutti gli aspetti.

– Si è trattato di una cattiva gestione politica degli eventi, che esula dall’ambito militare e che ci ha portato dove siamo oggi, cioè con i carri armati in strada e le bombe nelle case. I politici hanno scelto determinate strade, anche se ve ne erano altre disponibili. Già nei primi anni ‘90 bisognava effettuare un dibattito approfondito sul futuro e sul significato della NATO. Questa operazione non è stato fatta in maniera esaustiva e non ha assolutamente tenuto conto del livello di sicurezza che una potenza nucleare come la Federazione Russa voleva che le fosse garantito ai suoi confini. Quando il Cremlino a fine febbraio ha dato il via alla sua “operazione speciale”, molti si sono ricordati di un fatto storico risalente al 1961, il fallito sbarco americano alla Baia dei Porci a Cuba per rovesciare Fidel Castro. Sorge spontanea la domanda: come reagirebbero gli Stati Uniti se i russi diventassero alleati del Messico e cominciassero a installarvi batterie di missili?  Ho lavorato con gli americani, ne apprezzo capacità e professionalità e sono grato per i sacrifici da loro compiuti durante il secondo conflitto mondiale e negli anni della guerra fredda che sono seguiti. Ma nessuno può chiudere gli occhi, ad esempio, sugli “interventi” di Washington in Sudamerica, o in altre parti del mondo. Nel 2022 (e forse qualche anno prima) l’Europa deve darsi una propria politica estera indipendente e uno strumento militare indipendente. E allora, per provare a capire un po’ meglio la situazione, dobbiamo ragionare in termini di politica internazionale e partire da pilastri che sono intoccabili, come ad esempio questo: le grandi potenze, cioè USA, Russia e oggi anche Cina, non gradiscono che un’altra grande potenza si spinga fino ai loro confini magari con armi nucleari, non lo possono proprio accettare. L’espansione della NATO ad est non ha tenuto conto di questo principio, anzi lo ha deliberatamente ignorato e viene il sospetto che gli USA (che hanno guidato e voluto questo allargamento) avessero anche l’intenzione di infliggere un’umiliazione alla Russia e di aprirsi dei nuovi mercati per i loro sistemi d’arma. Infatti a riguardo dei Mig-29 pronti per essere mandati in Ucraina, ricordiamo che Polonia, Bulgaria e Slovacchia hanno detto che li avrebbero ceduti solamente in cambio di F-16 e di missili Patriot. Da una parte i governi di questi Paesi si presentano come entusiasti dell’Europa unita e della difesa comune e dall’altra contrattano con gli americani per la fornitura di armi. Perché per acquistare armi questi Paesi non si rivolgono ai produttori italiani, francesi o britannici? Fra Tornado, Mirage, Viggen ed Eurofighter i costruttori europei hanno diviso le loro forze su progetti diversi, mentre avrebbero potuto unirle ottenendo velivoli forse migliori degli F-16, F-35 che gli americani vendono in tutto il mondo, pure agli europei stessi. Così i Paesi restano tecnologicamente e militarmente dipendenti dagli USA. L’unione militare fra le nazioni europee deve cominciare dall’unificazione dello sforzo industriale.

Foto – Un momento dell’invasione della Baia dei Porci

– La NATO davvero interverrebbe in Ucraina in caso attacco chimico? 

– Questa affermazione non è stata fatta da militari NATO, ma da politici. In caso di attacco chimico, la NATO attuerebbe “misure ulteriori”, ma non è assolutamente specificato quali esse siano. Quindi si riservano di decidere cosa faranno in quel frangente: per il momento si sono limitati a mandare un velato avvertimento alla Russia.Questa affermazione non è stata fatta da militari NATO, ma da politici. In caso di attacco chimico, la NATO attuerebbe “misure ulteriori”, ma non è assolutamente specificato quali esse siano. Quindi si riservano di decidere cosa faranno in quel frangente: per il momento si sono limitati a mandare un velato avvertimento alla Russia.

– Qualora gli ucraini comprendano di avere irrimediabilmente perso il conflitto, potrebbero risolversi per un finto attacco chimico che forse finirebbe per coinvolgere direttamente la NATO al fianco di Kiev?

– È un’ipotesi molto estrema, che non mi sento di prendere in considerazione. Ancora più importante dal punto di vista politico, come Italia e come Europei, ci conviene pensare e agire come se entrambi i contendenti avessero “vinto il conflitto”. Non ci conviene umiliare nessuno dei due. L’impero romano è durato tanto a lungo perché c’erano regole chiare e generalmente i Romani, vinta una guerra, mettevano a capo della nazione sconfitta il re precedente. L’umiliazione genera rabbia e voglia di rivincita.

– Eppure è già lanciato il finto allarme dell’incidente nucleare alla centrale di Chernobyl e oggi il presidente ucraino sta facendo il giro dei Parlamenti di mezzo mondo per esortare i governi ad aiutare l’Ucraina con armi e strumenti economici, annunciando pure che Kiev sta vincendo la guerra. Non sono forse elementi sufficienti per temere un’escalation?

– A noi europei va benissimo che entrambe le parti affermino di aver vinto la guerra: solo così smetteranno presto di combattere. Insomma, se Putin tiene il Donbass, può benissimo dire ai russi di aver vinto. E se i russi lasciano in pace Kiev, anche Zelensky può dire di aver vinto. Peraltro, i russi si stanno contenendo: se volessero, potrebbero abbattere il drone Forte 10 anche oggi, ma accettano comunque di avere un velivolo-spia nel cortile di casa per non dare adito a un’escalation.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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