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Referendum, Quagliariello: la democrazia rappresentativa, così com’è oggi, non funziona. Con il sì avremo istituzioni più efficienti

Il senatore Gaetano Quagliarello, eletto in questa legislatura con Forza Italia ed oggi nel gruppo Misto, è stato ministro per le Riforme costituzionali durante il governo Letta. Autore del libro «Perché è saggio dire no» ai tempi della riforma Renzi, oggi dice convintamente «sì» al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari del 20 e 21 settembre.

Infografica – La biografia dell’intervistato Gaetano Quagliariello

Senatore, lei si è schierato per il «sì» al referendum. Perché?

«Ci sono due motivazioni fondamentali. Una più profonda, l’altra contingente. La prima è che credo che la democrazia rappresentativa così com’è oggi non funzioni. Sono conscio che non si tratti solo di una questione di numeri, ma non c’è dubbio che una delle esigenze di oggi sia quella di rendere più efficiente e tempestivo il funzionamento delle istituzioni democratiche. E camere più limitate funzionano meglio. Non è un caso che oggi il Senato lavori meglio di Montecitorio».

Qual è la seconda motivazione?

«La seconda, per certi versi più strumentale, ha bisogno di una premessa: questa riforma, inserita in contesti più o meno organici, è sempre stata proposta sia dalla sinistra che dalla destra. Ora spiegare agli elettori, dopo averla votata in Parlamento, che non va più bene perché si tratta di una proposta singola che non si inserisce in un quadro più ampio, mi pare difficile. Facendo così, si ottiene un solo e unico risultato».

Quale?

«Offrire lo scettro del riformismo ai Cinque Stelle. Questo sarebbe l’errore più grande. Meglio dire sì e provare a fare di questo taglio l’inizio di un progetto riformatore, magari un pezzo alla volta proprio come suggerisce la Costituzione».

Lei crede davvero che il taglio porterà a più ampie riforme?

«Le riforme marciano sulle gambe degli uomini. E la politica è l’arte di creare il possibile, non solo di gestire l’esistente. Se passerà il «sì» bisognerà rivedere i regolamenti parlamentari e la legge elettorale. Poi, certo, ci sono scelte più ambiziose ma interessanti. Attraverso questa riforma si potrebbe cambiare il bicameralismo, prevedendo che una serie di trattazioni possano svolgersi a Camere congiunte. Il cosiddetto bicameralismo a geometria variabile».

Di cosa si tratta?

«Avere Camera e Senato in seduta comune per alcuni provvedimenti, differenziati per altri. Ad esempio si potrebbe prevedere che tutte le ratifiche vengano votate dalle Camere in seduta comune e che la stessa cosa accada per la fiducia: ipotesi, quest’ultima, che davvero renderebbe possibile pensare al meccanismo della sfiducia costruttiva, introducendo una sorta di cancellierato. Così si potrebbero sveltire i lavori, senza perdere il vantaggio di avere due Camere nel caso in cui ci fosse la necessità di emendare un provvedimento che non è uscito bene in prima lettura».

Insomma, un altro modo di lavorare?

«Sì. Ed è dai numeri ridotti che si può e si deve partire. Chi pensa che non ce ne sia bisogno è il vero antiparlamentarista di oggi. Perché ora, con le attuali modalità di lavoro, Camera e Senato finiscono per essere tagliate fuori dalle grandi decisioni del Paese. Come d’altronde ha dimostrato la tragica occasione dell’emergenza covid».

Cosa risponde a chi parla di mancata rappresentatività dei territori?

«La rappresentatività dei territori non è questione di numeri, ma di legittimazione. Chi dice così non si è mai preoccupato delle liste bloccate e ha fatto eleggere persone che non si sono fatte vedere per cinque anni sul territorio. Innanzitutto si possono disegnare i collegi in modo tale che siano omogenei. Ma in ogni caso, se si ha questa preoccupazione, si abbia il coraggio di rinunziare a quel tipo di liste».

Non vuole lasciare lo scettro al M5S, ma c’è chi dice che si tratterebbe di abbracciare il populismo…

«Il vero populismo era il combinato disposto di questa riforma e del referendum propositivo. Questo taglio non è populista, ma razionalizza l’esistente. A meno che non si sostenga che lo si fa per risparmiare sugli stipendi. Ma in realtà ci sono ben altre ragioni».

Come spiega un’ampia maggioranza che ha detto sì in Parlamento prima, e i partiti divisi oggi?

«Molte scelte vengono prese sull’onda della paura dell’opinione pubblica. E infatti mi chiedo anche perché i tanti costituzionalisti contrari si stiano facendo sentire solo ora. Detto ciò, io non demonizzo il «no», d’altronde si tratta di una decisione empirica e approssimativa. Semplicemente, ritengo che le ragioni del «sì» siano prevalenti. Inoltre, preferisco vincere 60 a 40 che non 95 a 5: in questo modo sarà più semplice creare uno ampio schieramento riformatore che lavori insieme nell’immediato futuro».

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Giulia Ricci, nata a Rivoli in provincia di Torino il 17 Dicembre 1991. Diplomata al liceo classico Massimo D’Azeglio e laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Torino, inizia a scrivere per un piccolo giornale online nel 2012. Due anni dopo diventa collaboratrice di un quotidiano locale, Cronaca Qui, dove scopre una passione inaspetatta: la politica. Oggi scrive per il Corriere della Sera di Torino.

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