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Referendum, Grosso: il sì porterà difficoltà in termini di rappresentanza. Il Pd sta snaturando il rapporto con la base: i militanti sono tutti per il ‘No’.

Enrico Grosso è uno dei più convinti costituzionalisti schieratisi per il «no» al taglio dei parlamentari, tanto da aver portato le sue motivazioni in un’audizione alla Camera. Dalla minor rappresentanza e proporzionalità, passando per la parità di genere, fino all’efficienza del Parlamento. Ma ciò che lo spaventa di più è il «messaggio populista e anticasta che la vittoria del sì non farà che rafforzare».

Infografica – La biografia dell’intervistato Enrico Grosso

Professore, lei ha dichiarato che voterà «no». Le proposte del Pd – bicameralismo paritario, sfiducia costruttiva – le hanno fatto cambiare idea?

«Non cambia niente. Se avessero voluto fare un’operazione seria avrebbero dovuto collegare questa riforma a una complessiva riflessione sul riassetto delle istituzioni. L’unica soluzione ora sarebbe rinviare il voto sul taglio dei parlamentari e presentare tutti insieme un disegno di legge omogeneo (e non una palingenetica riforma) sulla questione della struttura del Parlamento e del rapporto con il governo. E ci mettiamo dentro i delegati regionali per il presidente della Repubblica, il voto ai 18enni, la sfiducia costruttiva. Una complessiva ristrutturazione».

Pensa che la mossa di Zingaretti non porterà da nessuna parte?

«Ma certo, mi sembra tutto scritto sulla sabbia. Possiamo raccogliere tutte le firme che vogliamo, ma quelle si fermano. Si fa una gran melina su tutto. Non mi sembra che in questo momento in Parlamento ci sia una forza politica così forte da portare avanti una riforma. Non sono neanche stati in grado di fare un patto politico che fosse in grado di sopravvivere a una nottata. E “è arrivato il covid” non è più il coperchio che può coprire ogni pentola. Inoltre il Pd sta snaturando il rapporto con la base: i militanti sono tutti per il no».

Ha i toni di chi è preoccupato per le conseguenze… 

«Vero, sono preoccupato. Anche se non paragonerei mai questo taglio alla riforma Renzi anni fa, che sarebbe stata la fine della democrazia. Però questo taglio è una stupidaggine, è poco serio. E visto che la politica ha bisogno di recuperare serietà, una cosa fatta così ha solo il significato antiparlamentare di attacco alla casta. Dopo una prima ubriacatura populistica, la tragedia della pandemia aveva iniziato a mostrare qualche barlume di sobrietà tra politica e società. Ma questo referendum rialimenta il messaggio contrario».

Nel merito, perché votare «no»?

«Perché, innanzitutto, porrà delle difficoltà in termini di rappresentanza. La Costituzione continua a richiedere che ogni Regione abbia minimo 7 senatori: con il taglio avremmo l’Umbria con lo stesso numero della Lombardia, con la prima sovra-rappresentata rispetto alla seconda. C’è la rappresentanza di genere: è già così difficile far eleggere delle donne oggi, con la diminuzione del numero dei parlamentari verranno ancora più penalizzate. E poi l’Italia è un paese socialmente pluralista, frammentato in termini di schieramenti politici, e bisogna tenerne conto. Noi vogliamo semplificare senza prendere in considerazione la struttura sociale che ci contraddistingue: ci ricordiamo cos’è successo con il Porcellum? Tutti infilati in un apparente bipolarismo, e poi divisi dopo. Una semplificazione artificiale non può che produrre danni perché allontana le persone. E infine: se hai meno parlamentari da distribuire, anche se fai una legge elettorale proporzionale, si produrranno delle soglie implicite di sbarramento. I sistemi proporzionali, a seconda dell’ampiezza delle circoscrizioni e del numero di parlamentari da eleggere, producono effetti proporzionali o no a seconda della distribuzione del numero di seggi in palio. Meno sono in palio, meno proporzione ho. Se ho una circoscrizione unica nazionale, la proporzione si crea. Se li devo dividere in 20, ogni Regione ne elegge un tot, e questo restringe la proporzionalità se non ci sono recuperi dei resti – che la Costituzione vieta».

Chi vota «sì» parla di risparmio ed efficientamento… 

«Ecco, io non vorrei nemmeno parlarne. Si parla dello 0,007% del Pil, un caffè all’anno per ciascun italiano. Se vogliamo risparmiare affidiamo tutto a un dittatore, così paghiamo solo lui. E non penso ci sia più efficienza con meno persone, non c’è una prova fattuale di ciò. Riempire 15 commissioni per tutti i gruppi non è facilissimo, finirà che non si potranno svolgere insieme e i lavori saranno ritardati».

Cosa la spaventa di più della vittoria del «sì»?«Il messaggio antiparlamentare che veicola, perché l’idea propagandistica che si vuole far passare è che Camera e Senato siano un’accolita di parassiti che deve essere il più possibile penalizzata. Il populismo è una gramigna, bisogna estirparlo tutti i giorni con pazienza e determinazione. Io so che alla fine vinceranno, e continueranno il contrasto all’idea di democrazia rappresentativa per una fantasmagorica democrazia diretta: è la fine dell’intelligenza politica».

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Giulia Ricci, nata a Rivoli in provincia di Torino il 17 Dicembre 1991. Diplomata al liceo classico Massimo D’Azeglio e laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Torino, inizia a scrivere per un piccolo giornale online nel 2012. Due anni dopo diventa collaboratrice di un quotidiano locale, Cronaca Qui, dove scopre una passione inaspetatta: la politica. Oggi scrive per il Corriere della Sera di Torino.

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