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Polonia continua la stretta contro l’aborto. Olga Bibbiani: “Stiamo vivendo un clima in cui la libertà di parola non è come quella presente in altri paesi e dove la paura di ritorsioni è dietro l’angolo”

Ad un anno dalla sentenza del Tribunale Costituzionale polacco che bandisce l’aborto terapeutico, consentendo l’interruzione di gravidanza solo in caso di stupro e rischi per la vita della madre, si sono riaccesi i riflettori sulla Polonia per quella tanto contestata legge, ma anche per i 2000 migranti ammassati ai confini con la Bielorussia. A dare il fuoco alle polveri, un disegno di legge di iniziativa popolare, bocciato nei giorni scorsi dallo stesso Parlamento polacco, che avrebbe reso ancor più rigide le norme sull’aborto e la morte di una trentenne di Varsavia, deceduta lo scorso settembre in ospedale per uno shock setticemico. Ma per i movimenti pro aborto e per la stessa Ue, Izabel, il nome della giovane scomparsa, sarebbe da considerarsi la prima vittima della legge entrata in vigore qualche mese fa. E così al grido di “non una donna di più in Polonia perda la vita a causa di questa legge”, in una relazione approvata lo scorso 11 novembre al Parlamento europeo con 373 voti a favore, 124 contrari e 55 astenuti, gli eurodeputati chiedono al governo polacco di garantire il pieno accesso ai servizi di aborto sicuri, legali e gratuiti. Nel frattempo, il settimanale locale Wyborcza, intervistando l’attivista Natalia Broniarczyk dell’Abortion Dream Team, fa sapere che la Polonia sta progettando di introdurre un registro centralizzato delle gravidanze, attraverso il quale i medici sono tenuti a segnalare al governo tutte le gravidanze e gli aborti spontanei. Uno strumento che ha destato ulteriori preoccupazioni fra i difensori dei diritti delle donne. Ne parliamo con Olga Bibbiani, sociologa e attivista italo-polacca, impegnata sulla difesa dei diritti umani. 

Infografica – La biografia dell’intervista Olga Bibbiani

La morte della giovane donna a Varsavia, ha riacceso l’attenzione sulla contestata legge anti-aborto in Polonia. Crede che quel drammatico fatto sia un caso isolato, un “incidente di percorso”, o potrebbero essercene anche degli altri? 

Il caso di Isabel è quello che ha suscitato maggior clamore, ma dubito che sia il solo. Non escluderei che potrebbero essercene altri, ma di cui non si sa nulla perché nelle cartelle cliniche non scriveranno che sono morte per aver portato avanti una gravidanza a rischio. Diranno piuttosto che le cause sono legate a complicanze nella gestazione. Sono molti i casi che non vengono denunciati, perché non tutti hanno la forza e la capacità di farlo, di farsi ascoltare e portare avanti una causa per ottenere giustizia. Poi, un conto è vivere a Varsavia, che è un’enclave culturalmente più aperta su certi temi, altro conto è risiedere nei centri minori e rurali della parte occidentale del Paese, più poveri e meno sviluppati da un punto di vista socio-culturale. Stiamo vivendo un clima in cui la libertà di parola non è come quella presente in altri paesi e dove la paura di eventuali ritorsioni è dietro l’angolo. Chi intende rompere la cortina del silenzio, sa che deve scontrarsi con un sistema sanitario, dove ai medici è vietato praticare un aborto, pena il carcere, con il sistema politico e un apparato mediatico sostenuto e diretto dal governo. Capirà che non è facile. Alcune delle proteste, legittime, contro la legge anti aborto, hanno mostrato di vacillare e sfociare nel femminismo più estremo. Un esempio per tutti è accaduto nei giorni scorsi, quando una delle leader più in vista dei movimenti per diritti delle donne, durante un sit-in davanti alla sede del partito Legge e Giustizia (Pis, il partito di governo, ndr), contro l’inasprimento della legge sull’interruzione di gravidanza, ha preso ad imbrattarne i muri con della vernice rossa. Ebbene, dinnanzi alla richiesta della donna delle pulizie di fermarsi e aiutarla a ripulire, il capo movimento l’ha liquidata dicendole che quello era compito suo. Uno vero scivolone, e se mi consente, ci vedo molto poca solidarietà femminile in quell’atteggiamento esibito ad uso e consumo delle telecamere. L’altra signora è una vera femminista, quella che da mani a sera svolge un lavoro umile per portare a casa un pezzo di pane e sfamare i figli. 

Parliamo della proposta di legge di inasprimento della norma anti-aborto, bocciata dal Parlamento e criticata pure da una parte del partito di governo, che l’ha bollata come “un regalo ai movimenti pro-aborto”.

Quella assurda proposta di legge, avanzata dal movimento popolare Pro-Right do Life Foundation, arrivava pure a criminalizzare l’aborto, suggerendo l’introduzione di 25 anni di carcere per l’interruzione di gravidanza, 5 per gli aborti spontanei e in alcuni casi persino l’ergastolo. Di fatto si sarebbe leso il diritto della donna a potersi prendere cura della propria vita, perché se sono una persona che ha già dei pregressi, delle problematiche, ho il diritto di potermi curare in un determinato modo. Con quel disegno di legge, il diritto cui accennavo sarebbe venuto meno. Alla donna viene chiesto di portare avanti una gravidanza con poche speranze di sopravvivenza per il nascituro, per cui lei sarebbe stata obbligata a far nascere un feto morto per poi fare un funerale. Aldilà dei diritti, da un punto di vista psicologico sarebbe estenuante per una persona. Era inoltre previsto di far nascere un bambino con gravi malformazioni, in un contesto in cui lo Stato non è assolutamente in grado di supportare la donna e la famiglia, dopo che il bambino è venuto alla luce. Alla fine è la persona a dover farsi carico di tutto e la donna viene martirizzata, costretta a lasciare il lavoro per dedicarsi anima e corpo a quel figlio che lo Stato aiuta ben poco. Mancano politiche sociali adeguate e se ci sono non sono idonee, perché con 40 euro mensili non si può pensare di allevare un bambino con deficit gravi. E non è solo una questione di supporto economico, ma anche di carenza endemica di infrastrutture. Non tutte le donne, le famiglie sono pronte e in grado di sostenere un “peso” di questo tipo, e non mi riferisco evidentemente al bambino, che non ha nessuna colpa, ma ad un sistema che di per sé risulta inadeguato. Bisogna che si tenga in considerazione la persona, la sua salute fisica e psichica, la vita del bambino e la sua possibilità di avere una vita dignitosa grazie al sostegno dello Stato, organizzato con servizi ad hoc. 

Non accade di rado che le donne usino l’aborto come contraccettivo, anche in quel caso lì considera valido il diritto all’aborto?

Qui entra in gioco l’assenza di educazione sessuale all’interno del sistema scolastico e di un sistema istituzionale. Bisogna poi capire quali siano le dinamiche che spingono la donna a farlo, non si può sapere cosa accade nel singolo, io guardo al generale e se si verificano più casi di ragazze che a 16 anni pensano di rimanere gravide anche solo con un bacio, allora qualche problema me lo pongo, quanto meno da un punto di vista educativo. Ma questo non avviene solo in Polonia, ma anche in altri Stati europei, Italia compresa. Oggi molte donne varcano i confini polacchi per poter praticare altrove un aborto legale e in questo vengono aiutate anche da alcune associazioni. Si organizzano pure delle collette, perché la maggior parte di esse sono estremamente povere, in condizioni di disagio sociale e non sono in grado di affrontare i costi di un viaggio. E tutto questo può essere fatto entro un certo termine, vale a dire non oltre la 12ª settimana. Anche prima che passasse la sentenza del Tribunale Costituzionale dello scorso anno – che ricordiamo ha bandito l’aborto terapeutico e consentito l’interruzione di gravidanza solo in caso di rischio della vita della madre oppure quando esiste il sospetto fondato che la gravidanza sia il risultato di violenza sessuale – le donne venivano guardate con sospetto da parte delle infermiere all’interno del sistema sanitario nazionale. La donna non va criminalizzata per una sua libera scelta.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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