Libano, l’ombra della prossima guerra. Generale Shehade: «La tregua non è pace, è un’altra fase della guerra»

Libano, l’ombra della prossima guerra. Generale Shehade: «La tregua non è pace, è un’altra fase della guerra»

31 Maggio 2026 0

Ennesimo stallo nella trattativa tra Washington e Teheran. Il presidente Donald Trump ha deciso di inasprire i termini dell’accordo quadro, bloccando di fatto il negoziato e puntando a fare pressione diretta sulla Guida Suprema Khamenei.

Secondo il New York Times, la Casa Bianca non intenderebbe cedere sui fondi da sbloccare a favore dell’Iran. Gli Usa induriscono la linea su nucleare e fondi, mentre anche il dossier libanese resta al palo. Teheran è stata chiara. Nessun accordo regionale è possibile senza una soluzione che comprenda il Paese dei Cedri. La bozza di accordo riportata da Axios prevede il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, con la clausola che l’Idf manterrebbe il diritto di intervenire per prevenire il riarmo del movimento sciita.

La situazione sul campo

Sul campo la tregua rimane fragilissima. Rapporti internazionali indicano svariati raid israeliani dall’inizio dell’ultima tregua del 16 aprile, con attacchi nel Sud, nella Bekaa e a Dahieh (sobborgo a Sud della capitale), e un bilancio di 2.969 morti e oltre 9.100 feriti dal 2 marzo.

Tra tensione diplomatica e escalation militare, intervistiamo il generale in congedo Mounir Shehade, ex ufficiale delle Forze armate libanesi e ex coordinatore del governo libanese presso l’Unifil (la forza di interposizione delle Nazioni Unite nel Libano meridionale). Shehaded analizza la vera natura del cessate il fuoco, gli obiettivi strategici dello Stato ebraico e le implicazioni per la sovranità e la stabilità del Libano.

Dal punto di vista militare e politico, Israele tratta il cessate il fuoco come una cornice per gestire il conflitto e non per porvi fine. Le bozze, che hanno accompagnato l’accordo americano, gli hanno fornito ampio margine di manovra, sotto l’etichetta di “minacce imminenti”. Argomentazioni che utilizza per giustificare il susseguirsi di attacchi aerei e assassinii.

Cosa ha spinto l’esercito israeliano a superare la Linea Gialla e potenziare i suoi attacchi?

Sono diversi i fattori che lo hanno spinto a intensificare le ostilità. L’ingresso dei droni FPV a fibre ottiche e l’incapacità finora dimostrata da Tel Aviv di neutralizzarli. Da qui un’escalation, caratterizzata da massacri e devastazione urbana a scopo ritorsivo, con attacchi e a minacce di distruzione di edifici a Beirut. Il governo israeliano cerca di separare il fronte libanese dal percorso dei negoziati tra Iran e America. Condizione che Teheran ha posto tra le clausole dell’accordo.

Quali sono, a suo avviso, le strategie di lungo periodo che Tel Aviv intende imporre attraverso la pressione militare?

Mira ad anticipare la missione negoziale libanese negli Stati Uniti, per mantenerla sotto la costante pressione delle operazioni militari, impedendo al contempo la ricostruzione delle capacità belliche di Hezbollah, dopo le perdite subite durante il conflitto. Parallelamente, intende imporre una nuova realtà sul campo, a Nord e a Sud del fiume Litani, che di fatto configura una sorta di zona di pressione o cuscinetto non dichiarata.

In questo modo, rafforza il proprio potere negoziale nei colloqui in corso, sotto egida americana per la definizione dei confini e degli assetti di sicurezza, oltre a spingere lo Stato libanese ad assumersi maggiori responsabilità sulla presenza di armi nel Sud. Rapporti internazionali indicano che Israele ha eseguito più di 1100 raid dall’inizio della tregua, con il proseguire delle incursioni e degli attacchi nel Sud, nella Bekaa e nella periferia di Beirut. Ciò dimostra che Tel Aviv considera l’attuale scenario, come una strategia di logoramento e prevenzione del riposizionamento, piuttosto che un periodo di pace effettiva.

Qual è, dunque, il vero obiettivo di Israele?

Gli obiettivi fondamentali possono essere riassunti in quattro punti: allontanare la minaccia militare dai confini settentrionali per lunghe distanze, specialmente i missili di precisione, i droni e le unità d’élite; imporre il monopolio delle armi allo Stato libanese o, quanto meno, indebolire al massimo la struttura militare indipendente di Hezbollah; produrre una nuova realtà di sicurezza che impedisca il ripetersi del modello di scontro ante guerra; non legare il dossier libanese all’accordo regionale più ampio.

È chiaro che Israele stia realizzando come lo sradicamento militare completo di Hezbollah sia un compito estremamente difficile. Pertanto, sembra che l’obiettivo realistico sia trasformare il Partito, da una forza militare regionale di ampia influenza a una struttura assediata e limitata nei movimenti e nelle capacità.

Delegare al governo libanese il compito di disarmare Hezbollah è una scelta precisa di Tel Aviv?

Sì, questa possibilità è avanzata con forza in molte analisi politiche e di sicurezza. Israele è consapevole che l’invasione completa del Libano richiederebbe anni di operazioni. Inoltre, teme che il combattimento urbano porterebbe a gravi perdite, l’occupazione diretta alimenterebbe una resistenza a lungo termine e il costo economico e politico risulterebbe sarebbe molto alto. Per questo motivo, fare pressione sullo Stato libanese, affinché si assuma questo compito, sembra l’opzione meno costosa.

Il punto è che questo percorso comporta rischi enormi per il Libano, perché la questione delle armi non è solo tecnica o di sicurezza, ma è legata agli equilibri confessionali e politici, al conflitto sull’identità e al ruolo regionale del Paese. Per questo motivo, diversi ex funzionari ed esperti mettono in guardia dal fatto che, qualsiasi tentativo di disarmo con la forza interna, potrebbe spingere il paese verso tensioni pericolose e forse verso nuovi scontri civili, cosa che vaste fasce di libanesi temono.

Qual è l’opinione prevalente riguardo a Hezbollah oggi e qual è il suo parere in merito?

L’opinione pubblica libanese oggi è divisa più che mai. Esiste una vasta fetta di popolazione, specialmente nell’ambiente sciita, in una parte degli abitanti del Sud e dei residenti delle aree di confine, che continua a ritenere che Hezbollah abbia rappresentato per anni un fattore di deterrenza fondamentale di fronte a Israele. Crede che l’esercito libanese da solo non possieda le capacità militari necessarie, per imporre un equilibrio di deterrenza.

Di contro, c’è un’altra fascia di libanesi convinta che la presenza di una forza militare, al di fuori della cornice dello Stato, abbia trascinato il Libano in guerre ripetute, crisi interne e isolamento internazionale. Colpisce il fatto che l’ultimo conflitto ha mostrato due realtà parallele. Israele è riuscito a causare una distruzione molto estesa di infrastrutture e aree residenziali, ma allo stesso tempo non è stato in grado, finora, di arrivare a un esito definitivo e a porre fine alle capacità militari del Partito. Pertanto, il dibattito all’interno del Libano non è stato risolto, ma si è ulteriormente complicato, contrapponendo chi sostiene l’efficacia del Partito come linea di difesa fondamentale a chi, invece, ritiene che la costruzione di uno Stato e di un esercito forti rappresenti l’unica garanzia a lungo termine.

Hezbollah sembra disposto a integrare la sua milizia nelle Forze armate libanesi. Quali sono gli ostacoli a questo piano?

Anche se esistesse una volontà politica di principio, gli ostacoli sono molto grandi. Primo, la dottrina militare. Hezbollah possiede una dottrina di combattimento diversa da quella dell’esercito libanese, con una rete di comando e decisione indipendente e un’esperienza sul campo accumulata per decenni. Secondo, il volume e l’organizzazione. Non parliamo di decine o centinaia di combattenti, ma di una struttura militare, di sicurezza e logistica complessa. Terzo, le armi di qualità.

I missili di precisione, i droni e i sistemi di comando e controllo pongono interrogativi irrisolti su chi ne avrà la responsabilità. Quarto, la divisione politica. Non esiste ancora un consenso libanese sulla forma della strategia di difesa nazionale. Infine, vi è anche il fattore esterno. Usa, Israele e alcuni Paesi arabi guardano alla questione in modo diverso dall’Iran e dall’Asse della resistenza, che legano il dossier anche agli equilibri regionali. Integrare Hezbollah nell’esercito sarebbe un progetto di rifondazione completa del sistema di sicurezza libanese.

Le forze di sicurezza in Libano tengono conto in larga misura dell’equilibrio confessionale nei propri ranghi. L’inserimento di migliaia di combattenti di Hezbollah in questi apparati, finirebbe per comprometterlo gravemente.

Quali sono le implicazioni della richiesta di Beirut di una nuova forza internazionale, che sostituisca l’Unifil allo scadere del suo mandato, e come potrebbe influenzare la stabilità lungo il confine meridionale con Israele?

Se Unifil venisse effettivamente sostituita da una nuova forza internazionale con poteri diversi, ciò sarebbe considerato uno dei maggiori cambiamenti per la sicurezza nel Sud del Paese dal 2006. I risultati potenziali potrebbero essere contraddittori. In positivo, ci sarebbe un rafforzamento della sorveglianza sui confini e sulla linea di contatto, un aumento del sostegno logistico all’esercito libanese, la riduzione delle probabilità di frizione diretta tra Israele e Hezbollah e la fornitura di meccanismi più rapidi per monitorare le violazioni e la mediazione sul campo.

In negativo, se alla nuova forza venissero concessi ampi poteri esecutivi, essa potrebbe essere vista internamente come una forza di pressione o come un sostituto della sovranità nazionale, innescando potenzialmente uno stato di frizione con la popolazione locale. Tale forza potrebbe incontrare la netta opposizione di alcune fazioni libanesi, convinte che essa risponda esclusivamente a un’agenda di sicurezza israeliana o occidentale. Inoltre, ogni possibile scontro con la popolazione locale o con l’esercito nazionale finirebbe inevitabilmente per alimentare nuove e pericolose tensioni.

In uno scenario in cui l’architettura della Risoluzione 1701 appare oggi insufficiente, con le parti in causa non intenzionate a un accordo politico diretto, quale attore internazionale avrebbe oggi la credibilità e la forza necessarie per imporre un nuovo paradigma di stabilità, che superi l’attuale logica di tregue fragili e ostilità latenti?

Il problema è indubbiamente politico. Persino il più solido contingente internazionale non può imporre una stabilità permanente, se non si raggiunge un’intesa politica complessiva riguardo ai confini, alle armi e al futuro della relazione libanese-israeliana. Il compito delle attuali forze dell’Onu rimane legato principalmente al monitoraggio dell’applicazione della Risoluzione 1701, al sostegno dell’esercito governativo e alla prevenzione dell’escalation.

Nel frattempo, il dibattito sul futuro di questa missione cresce. In generale, i fatti sul campo indicano che il cessate il fuoco è estremamente fragile. Il numero delle vittime civili continua a salire, i rapporti delle Nazioni Unite parlano di decine di bambini uccisi o feriti dall’inizio della tregua, mentre il numero degli sfollati ha superato 1,2 milioni di persone. Il che riflette che la regione rimane lontana da una stabilità sostenibile.

Marina Pupella
MarinaPupella

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