«Dove ci sono armi, c’è o ci sarà guerra». Padre Abdo Raad analizza il futuro del Libano tra disarmo di Hezbollah, Israele e Iran

«Dove ci sono armi, c’è o ci sarà guerra». Padre Abdo Raad analizza il futuro del Libano tra disarmo di Hezbollah, Israele e Iran

20 Luglio 2026 0

Il segretario di Stato americano Marco Rubio, capo della diplomazia di Washington e braccio destro di Donald Trump nella gestione della politica estera, ha incontrato domenica a Washington il presidente libanese Joseph Aoun. È la prima visita di un capo di Stato libanese nella capitale americana dal 2009, quando Michel Sleiman fu ricevuto da Barack Obama. Domani Aounvedrà anche il presidente Donald Trump.

L’incontro arriva a tre settimane dalla firma dell’accordo quadro del 26 giugno tra Libano e Israele, che prevede il ritiro israeliano dal Sud del Libano in cambio del disarmo di Hezbollah. Un accordo che il Partito di Dio, finanziato e armato dall’Iran, ha categoricamente respinto, definendolo “nato morto”.

Ne abbiamo parlato con padre AbdoRaad, sacerdote libanese greco-melkita e già presidente del Consiglio nazionale per i servizi sociali in Libano, voce autorevole della società civile libanese.

Infografica - La biografia dell'intervistato Abdo Raad
Infografica – La biografia dell’intervistato Abdo Raad

L’esercito libanese ha iniziato a rafforzare la propria presenza nelle “zone pilota” del Sud, come a Froun e Ghandouriyé. Come valuta la presenza militare statale nelle aree che per anni sono state sotto il controllo di Hezbollah?

La presenza dell’esercito libanese in alcuni villaggi è un passaggio significativo, perché la sicurezza deve dipendere dallo Stato e non da milizie. È anche una forma di liberazione dal confessionalismo, in un certo senso, perché Hezbollah è formato da sciiti in alleanza con il regime iraniano, anch’esso sciita. Si tratta di una liberazione da un’ideologia non condivisa da tutti i libanesi. A livello internazionale, è un passo verso l’attuazione della risoluzione 1701 dell’Onu.

Purtroppo, tutto dipende dalle intenzioni delle parti in gioco. È possibile che Israele stia cercando di mettere l’esercito libanese in conflitto con Hezbollah per far scoppiare di nuovo una guerra civile? È possibile che Hezbollah sia davvero disposto ad abbandonare questi villaggi, e più in generale tutto il territorio a nord del Litani, sapendo che è contrario a qualsiasi accordo e dialogo tra Israele e Libano? Si tratta quindi di una prova, non di un cambiamento definitivo, con poche possibilità di riuscita finché il confronto tra Stati Uniti e Iran non troverà una soluzione.

L’accordo prevede il disarmo di Hezbollah nelle zone pilota. La popolazione locale vede nell’esercito una forza neutrale o teme nuove tensioni?

Secondo la mia esperienza, i libanesi sono sempre stati divisi sulle questioni politiche. In linea di massima la popolazione vuole essere protetta dall’esercito libanese, ma le posizioni divergono. Per alcuni, in maggioranza sciiti, l’esercito dovrebbe collaborare con Hezbollah nella lotta contro Israele,per altri dovrebbe invece raccogliere le armi da tutte le milizie, Hezbollah incluso.

Si delinea quindi una tensione netta, determinata dall’appartenenza confessionale e regionale, dall’ideologia e dall’esperienza vissuta durante il conflitto. Una tensione che può generare nuovi scontri. Il problema rimane irrisolto.Se l’esercito non usa la forza, Hezbollah non depone le armi se la usa, si riaprono fratture antiche che potrebbero degenerare in conflitti tra la popolazione. Il confronto verbale diventerebbe armato, mettendo a rischio l’unità dell’esercito nazionale, come accadde agli albori della guerra civile libanese, una guerra civile che dipese anche dalle politiche dei paesi vicini.

Una domanda sorge spontanea: se il disarmo riguarda solo le zone limitrofe a Israele, a cosa serve che Hezbollah resti armato altrove?

Chieda al Partito… Per le zone ancora occupate dalle truppe israeliane, l’esercito libanese deve attendere il ritiro. Quali sono le sue preoccupazioni sul rischio di un vuoto di potere durante questa delicata transizione?

Il Libano è un paese pieno di vuoti. Le banche sono vuote, le menti della maggioranza dei governanti sono prive di visione, tanti uffici pubblici sono vuoti. Il rischio di un vuoto di sicurezza esiste già durante la presenza israeliana e continuerà dopo il ritiro, finché non ci sarà una decisione politica definitiva di pace. Lo si capisce guardando al fatto che 85 deputati hanno chiesto la proroga della presenza dell’UNIFIL, che si appresta a lasciare il sud del Libano.

Questo vuoto dipende dalla mancanza di coordinamento tra esercito israeliano e libanese, ma anche dalla volontà di altre forze armate, Hezbollah in testa, di riempire gli spazi lasciati liberi, dato che il movimento è contrario alle trattative dirette in corso con Israele.

Per non cedere a una visione totalmente pessimistica, se il ritiro avverrà secondo un calendario concordato, con un efficace coordinamento tra esercito libanese, mediatori internazionali e meccanismi di monitoraggio, il rischio potrà essere ridotto in modo significativo. È indispensabile che ogni area lasciata da Israele venga immediatamente presa in consegna dall’esercito libanese, senza alcun periodo di vuoto.

Hezbollah è al tempo stesso forza militare, partito politico e rete sociale. È realistico pensare a un disarmo nelle zone pilota senza un accordo politico più ampio?

È molto difficile immaginare un disarmo stabile limitato alle sole zone pilota senza un’intesa politica più ampia. Hezbollah non è soltanto un’organizzazione armata: è un partito politico rappresentato nelle istituzioni, una rete di servizi sociali e un punto di riferimento per una parte significativa della comunità sciita. Un approccio esclusivamente militare rischia di essere insufficiente. Un disarmo sostenibile richiederebbe un accordo nazionale che affronti contemporaneamente il pieno ritiro israeliano dal territorio libanese, il rafforzamento delle Forze armate libanesi come unica autorità di sicurezza, garanzie concrete per la popolazione del sud e un’intesa sul futuro ruolo di Hezbollah all’interno dello Stato. Senza questi elementi, qualsiasi misura verrà percepita come imposta dall’esterno e incontrerà una forte resistenza.

Le zone pilota possono rappresentare un primo banco di prova per verificare se sia possibile costruire fiducia tra le parti. Tuttavia, le dichiarazioni della leadership di Hezbollah, che ha già respinto l’accordo, mostrano quanto il percorso resti complesso e politicamente delicato.

Una parte della popolazione guarda con sospetto al legame tra Hezbollah e l’Iran. Come può la Chiesa libanese favorire un dialogo che riporti l’identità nazionale al di sopra delle logiche settarie?

Prima di tutto è meglio parlare della Chiesa in Libano in senso più ampio, e non solo della Chiesa cattolica. Non vedo che la Chiesa possa giocare un ruolo determinante in questo momento, soprattutto perché non ha il compito di sostituire i politici, e dall’altra parte non viene ascoltata da coloro che sono contrari alla consegna delle armi allo Stato. Se la Chiesa parla con Israele verrà considerata da alcuni infedele alla patria. Se parla con l’Iran, verrà considerata infedele da un’altra parte del popolo. La possibilità di un dialogo su larga scala da parte della Chiesa non sembra praticabile. Può tuttavia avere un ruolo nel ricordare che l’identità del Libano si fonda sulla convivenza, sul pluralismo e sulla dignità di ogni cittadino, al di là dell’appartenenza religiosa o politica. In questo senso può promuovere un dialogo sincero con tutte le componenti della società, compresa la comunità sciita, favorendo una cultura della cittadinanza e della responsabilità condivisa. I capi della Chiesa, per giocare un ruolo decisivo, dovrebbero recidere i legami con i corrotti e denunciarli, come ha fatto Gesù stesso. Ma non vedo che questo sia realizzabile in questo momento. Basti pensare alle visite dei Papi in Libano: cosa hanno cambiato? Poco o nulla. Serve quindi un nuovo approccio nel rapporto della Chiesa con i politici e la politica.

Per ora occorrono continuità e coraggio nel respingere qualsiasi discorso che alimenti divisioni confessionali. Solo così la Chiesa può contribuire alla riconciliazione, alla pace e alla promozione del bene comune. Un percorso tutt’altro che facile, viste le profonde divisioni esistenti.

Dopo decenni di scontro, molti sostengono che la presenza di uno Stato nello Stato abbia eroso la sovranità libanese. Qual è la sua opinione?

Dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa, il bene comune richiede uno Stato capace di esercitare legittimamente il monopolio della forza nel rispetto della legge. La coesistenza permanente di un esercito regolare e di una milizia armata autonoma crea inevitabilmente una tensione con questo principio, indebolendo l’unità dell’autorità pubblica, la certezza del diritto e la piena sovranità dello Stato.

Dal punto di vista umano, è normale che una forza armata eserciti il proprio potere sugli altri e li costringa ad agire secondo la propria volontà. Così hanno fatto tutte le milizie durante la guerra civile. Non è forse così che ha operato anche la mafia in Italia?

Il problema è che Hezbollah è stato riconosciuto dallo Stato come forza di resistenza, così come erano stati legittimati gli armamenti palestinesi in Libano per combattere e liberare la Palestina. Lo Stato libanese ha commesso un grave errore concedendo ad altre forze armate diritti e legittimazione. Ora questo riconoscimento non esiste più. Lo Stato cerca di raccogliere le armi da tutti, ma disarmare chi è abituato a portarle e a conviverci non è semplice. Ecco perché Hezbollah rifiuta il disarmo e continua ad armarsi, riducendo le possibilità di pace: dove ci sono armi, c’è o ci sarà guerra. Inoltre, le armi sono iraniane, ovvero sono finalizzate a realizzare i progetti dell’Iran. Bisogna quindi attendere l’esito dello scontro tra Iran e Stati Uniti per capire dove porterà questo conflitto.

Bisogna fare attenzione e distinguere tra le persone, che meritano sempre rispetto e ascolto, e le strutture armate. Ogni soluzione duratura deve evitare sia la logica della forza sia quella dell’umiliazione, privilegiando il dialogo, la riconciliazione e un processo condiviso che rafforzi le istituzioni statali.

L’obiettivo finale dovrebbe essere quello indicato anche dalla Costituzione libanese e richiamato da numerosi leader religiosi: uno Stato sovrano, in cui tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge e la difesa del Paese sia affidata esclusivamente alle istituzioni legittime, in particolare alle Forze armate libanesi. Questo non significa ignorare la complessità della storia libanese, ma lavorare affinché la sicurezza e la convivenza non dipendano più da equilibri tra gruppi armati, bensì dalla forza delle istituzioni democratiche e dal consenso nazionale.

La situazione nel sud del Libano mette a dura prova la popolazione civile. Come risponde la comunità cristiana locale?

La comunità cristiana, perché è più corretto parlare di comunità cristiana in senso ampio, risponde con pazienza e speranza. Pazienza nel sopportare le sofferenze, speranza che questa guerra finisca. Gran parte del popolo e del clero della zona non ha abbandonato il sud nonostante i sacrifici: un sacerdote è stato ucciso, altri cristiani pure. Resistono con pace e perseveranza.

La comunità cristiana in Libano e dalla diaspora risponde con vicinanza concreta: il Papa ha inviato il nunzio apostolico, patriarchi, vescovi e clero sono presenti sul territorio. Parrocchie, congregazioni religiose e Caritas continuano ad assistere gli sfollati, distribuendo aiuti umanitari, offrendo sostegno spirituale e mantenendo aperti, dove possibile, i servizi essenziali. Associazioni come Annas Linnas inviano dall’Italia aiuti tramite l’esercito italiano. La ricostruzione del sud non riguarda soltanto edifici e infrastrutture, ma anche la fiducia tra le comunità, la tutela della presenza cristiana nelle terre d’origine e il diritto di ogni famiglia a vivere in pace e con dignità. Non va dimenticato che la presenza cristiana nel sud si è ridotta drasticamente nei cinquant’anni passati a causa delle guerre, di cui i cristiani sono stati vittime innocenti.

L’appello alle istituzioni internazionali è chiaro: la pace. E finché la pace non arriva, mettere al primo posto la protezione dei civili, sostenere con urgenza gli aiuti umanitari e favorire una soluzione politica che impedisca una nuova escalation. La Chiesa chiede che siano rispettati il diritto internazionale, la sovranità del Libano e la dignità di tutte le persone, senza distinzioni religiose o politiche. I Patriarchi e i Vescovi cattolici del Libano hanno invitato la comunità internazionale a intensificare gli sforzi diplomatici per una pace giusta e duratura, ricordando che il Libano può continuare a essere un modello di convivenza tra cristiani e musulmani solo se vengono garantite sicurezza, stabilità e istituzioni statali forti.

Tra i fedeli prevale la speranza di una pace duratura o la rassegnazione verso l’ennesimo accordo temporaneo?

Tra i fedeli libanesi prevale un cauto realismo. Dopo anni di guerre, crisi economica e distruzioni, molti desiderano sinceramente la pace, ma pochi credono che gli attuali negoziati possano tradursi rapidamente in una stabilità duratura.

La pace dipende da molti fattori internazionali che purtroppo non vengono più discussi, come la questione palestinese e la soluzione dei due Stati, e da fattori interni come il contrasto alla corruzione, la consegna delle armi all’esercito libanese, l’unità nazionale e il ritiro israeliano.

Si tratta quindi di un ennesimo accordo temporaneo, o peggio ancora di un accordo illusorio, concepito per guadagnare tempo in attesa di vedere gli sviluppi di altri conflitti, come quello tra Iran e Stati Uniti. La fiducia rimane limitata. La speranza, però, non si spegne mai. Molti tra noi pregano affinché questi negoziati rappresentino l’inizio di una pace autentica.

Marina Pupella
MarinaPupella

Iscriviti alla newsletter di StrumentiPolitici