Putin: un falso problema costruito ad arte?

Putin: un falso problema costruito ad arte?

20 Luglio 2026 0

Si è da poco conclusa la riunione della NATO ad Ankara, dove Vladimir Putin è stato indicato come il principale problema militare per l’Europa, che, per prepararsi al peggio, dovrebbe investire fino al 5% del PIL nella difesa. La Spagna si è già dissociata, ignorando lo stato di quasi collasso delle democrazie occidentali e i loro esplosivi debiti. La spesa in armamenti deve poter arricchire le aziende belliche degli Stati Uniti e già Eisenhower, nel suo discorso di commiato del 1961, aveva messo in guardia dal pericolo dell’alleanza tra industria bellica, politica e, diremmo oggi, finanza, quale possibile minaccia per la democrazia.

La destinazione di una parte della spesa pubblica italiana verso gli armamenti viene così posta in concorrenza con la sanità e con il welfare, che dovrebbe invece sostenere un’occupazione sottopagata, una disuguaglianza senza precedenti e un’ampia area di povertà. Come conciliare risorse sempre più scarse con gli impegni sottoscritti è come voler fare una festa con i fichi secchi.

Il rischio caos

Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, appare come una figura venuta da Marte, in totale soggezione a Trump, che chiama servilmente “papy”. Se non fosse reale, ci si chiederebbe da dove tragga la propria legittimazione. Secondo il “ventriloquo” di Trump, Putin rappresenta una terribile minaccia, senza comprendere, o senza voler comprendere, la storia. Insieme ai vertici dei Paesi della NATO, dimostra una sudditanza, a mio avviso suicida, nei confronti degli Stati Uniti, un Paese che si trova oggi di fronte a una resa dei conti con i propri equilibri deteriorati in tutti i settori e che manifesta una sconcertante miopia storica, rischiando di trascinarci nel caos.

La minaccia russa viene descritta come intenzionata a invadere l’Europa fino ad arrivare, secondo qualche commentatore, addirittura al Portogallo, nonostante le ripetute dichiarazioni russe che smentiscono scenari di questo tipo. In circostanze normali, simili affermazioni susciterebbero il ridicolo; oggi, invece, vengono prese terribilmente sul serio.

Anni luce da Pratica di Mare

Come siamo lontani dal vertice di Pratica di Mare del 28 maggio 2002. Durante quello storico summit, organizzato dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, fu firmata anche da George W. Bush la Dichiarazione di Roma, con la quale venne istituito il Consiglio NATO-Russia, un organismo paritetico nato con l’obiettivo di superare le divisioni della Guerra Fredda e integrare Mosca nelle decisioni di sicurezza internazionale. Poi, improvvisamente, da grande opportunità Putin si è trasformato in un pericolo devastante o, perlomeno, è stato costruito ad arte un pericolo da affrontare “manu militari”.

Il problema dei rapporti con la Russia parte dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e dalla mancata promessa fatta dagli Stati Uniti a Michail Gorbaciov, dapprima sotto Ronald Reagan e poi sotto Bill Clinton, secondo cui la NATO non si sarebbe espansa verso Est. Gorbaciov si fidò di quelle parole, ma gli Stati Uniti sono spesso venuti meno agli accordi assunti. L’intesa prevedeva che i Paesi liberati dal Patto di Varsavia non venissero inseriti nella NATO; nel giro di pochi anni, invece, quasi tutti vi entrarono. I Paesi baltici e il progressivo avvicinamento dell’Ucraina all’Alleanza modificarono profondamente gli equilibri strategici.

L’Ucraina, in particolare, è sempre stata considerata dalla Russia parte della propria sfera storica e una parte consistente della popolazione è russofona. Brežnev era ucraino e contribuì a rafforzare il legame tra il proprio Paese d’origine e la Russia. Armando gli Stati confinanti con la Russia, gli Stati Uniti finivano di fatto per collocare Mosca nella posizione di sentirsi un bersaglio strategico.

Il ritorno della Russia

Dopo Gorbaciov e l’interregno di Boris Eltsin, fortemente dipendente dagli Stati Uniti, nel 2000 salì al potere Vladimir Putin, mostrando fin da subito che la Russia debole e subordinata dell’era Eltsin apparteneva al passato e che il nuovo obiettivo era tornare protagonista sulla scena internazionale. Tutto sembrava procedere nella direzione avviata a Pratica di Mare, ma nel 2013 emerse la questione che trasformò Putin nel principale avversario dell’Occidente. Putin dichiarò la propria vicinanza alla Siria di Bashar-al Assad e all’Iran di Khamenei, anche sul piano militare. La Russia consolidò le proprie basi navali e militari nei porti siriani, creando una presenza ritenuta una possibile minaccia agli interessi statunitensi in Medio Oriente e, soprattutto, rispetto al dossier iraniano.

Nel 2013 gli Stati Uniti, insieme a Francia e Gran Bretagna, attaccarono la Libia di Gheddafi con un pretesto che, secondo questa ricostruzione, risultava infondato. Nell’agosto dello stesso anno Obama, insieme a Francia e Gran Bretagna, annunciò l’intenzione di colpire la Siria di Assad, sostenendo che il governo siriano avesse utilizzato armi chimiche contro il proprio popolo. L’operazione sarebbe stata funzionale ad aggredire la Siria per arrivare successivamente all’Iran, completando una strategia iniziata con le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, che avrebbero dovuto circondare Teheran.

La crisi finanziaria del 2008 interruppe quel progetto, che sarebbe stato riproposto con la Siria. Ancora una volta, secondo questa interpretazione, si sarebbe fatto ricorso a pretesti analoghi a quello delle inesistenti armi di distruzione di massa attribuite a Saddam Hussein. In quel momento intervenne però Putin, sostenendo di possedere prove secondo cui l’attacco chimico non sarebbe stato opera di Assad, bensì dei suoi oppositori.

Il ruolo del Quantitative Easing

Va notato un elemento che, secondo alcuni, potrebbe rafforzare questa lettura. All’inizio dell’agosto 2013 Ben Bernanke dichiarò concluso il Quantitative Easing, salvo poi cambiare completamente posizione alla fine dello stesso mese. Cosa accadde in quel periodo da indurre Bernanke a modificare radicalmente il proprio orientamento? Forse il mancato scoppio della guerra?

Putin diventa così un problema e, secondo questa ricostruzione, viene costruito un nuovo caso, come era già accaduto in Afghanistan e in Iraq, dove governi furono abbattuti sulla base di prove poi rivelatesi infondate. L’Ucraina diventa così il nuovo casus belli.

Il processo di destabilizzazione ucraino

Putin, con quella mossa, diventa un ostacolo alle strategie statunitensi e dei loro alleati. Nel novembre 2013 Obama affida alla neocon Victoria Nuland, moglie del neoconservatore Robert Kagan, il compito di sostenere un processo di destabilizzazione dell’Ucraina. Kagan era noto per sostenere che gli Stati Uniti provenissero da Marte, mentre gli europei da Venere.

L’obiettivo sarebbe stato quello di allontanare Kiev da Mosca, sapendo che Putin non avrebbe accettato un’ulteriore espansione della NATO. Durante il mandato della Nuland si svilupparono la crisi del Donbass e la rivolta di Maidan, sulla cui genesi permangono interpretazioni differenti, contro il presidente filorusso Viktor Janukovyč, che aveva rifiutato di firmare l’accordo di associazione con l’Unione europea.

Janukovyč lasciò il Paese e venne sostituito da Petro Poroshenko, considerato vicino agli Stati Uniti. Celebre rimase anche una telefonata intercettata nella quale Nuland, parlando con l’ambasciatore americano a Kiev, rispose alla domanda sul ruolo dell’Europa con la frase: “Fuck the EU”. Questa, secondo l’autore, rappresentava la reale considerazione americana nei confronti dell’Europa, poi trascinata nello scontro pur diventandone una delle principali vittime. Anche per responsabilità di una classe dirigente europea, con Ursula von der Leyen in prima fila, giudicata incapace di elaborare una strategia autonoma e non subordinata ad altri interessi.

L’ucrainizzazione del Donbas

Putin reagisce annettendo la Crimea e creando le condizioni per uno scontro destinato a maturare negli anni successivi. Il Donbass viene nel frattempo militarizzato e armato in vista di una possibile offensiva russa e la regione viene progressivamente “ucrainizzata”, con l’ucraino assunto come lingua ufficiale a scapito del russo. Secondo questa ricostruzione, la popolazione russofona sarebbe stata progressivamente marginalizzata, mentre si moltiplicavano tensioni, violenze e omicidi attribuiti al battaglione Azov, descritto come ispirato alla figura di Stepan Bandera, collaborazionista della Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale.

Va ricordato che nel 2022, prima dell’invasione russa, sarebbe stato raggiunto un accordo sulla neutralità dell’Ucraina, poi naufragato dopo l’intervento dell’allora primo ministro britannico Boris Johnson, che avrebbe convinto Zelensky a non firmarlo. Secondo questa interpretazione, Putin doveva essere lasciato impantanato nel conflitto, così da limitarne il ruolo internazionale. Un Putin libero avrebbe infatti potuto incidere maggiormente sugli equilibri in Siria e in Iran, creando problemi alla strategia di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente.

‘I polli di Renzo’ europei

Oggi Putin viene presentato come il problema principale e l’Unione europea sceglie di avviare un vasto piano di riarmo, seguendo, secondo questa lettura, le indicazioni dell’alleato americano, sempre più alle prese con le conseguenze delle proprie strategie globali e dei propri squilibri interni. L’Europa, priva di una leadership autorevole, continua così a seguire, come i polli di Renzo, chi la mantiene in una posizione di subordinazione.

Gli Stati Uniti continuano a farci combattere guerre che ritengono funzionali ai propri interessi, mentre le conseguenze ricadono soprattutto sull’Europa. Tornano allora alla mente le parole attribuite a Henry Kissinger:

Essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso, ma esserne amici può essere mortale.

Fabrizio Pezzani
Fabrizio Pezzani

Iscriviti alla newsletter di StrumentiPolitici