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L’arco saheliano: tra le sfide legate all’avanzata del terrorismo internazionale di matrice jihadista e quelle politico-sociali

Il conflitto russo ucraino ha spostato i riflettori dei media dalla grave crisi umanitaria che sta piegando la regione del Sahel, attanagliata dall’avanzata del terrorismo internazionale, di matrice jihadista, e dalle crisi politiche-sociali che attraversano molti dei Paesi dell’area. La situazione nel quadrante centro africano è veramente calda, non è un caso che come riferito da Agi il presidente del Niger, Mohamed Bazoum, temendo una nuova spinta jihadista nell’immensa regione di Tillabéri, nella zona dei “tre confini”, abbia aperto un dialogo con elementi del gruppo jihadista dello Stato Islamico del Grande Sahara (Eigs). Ma come nasce il terrorismo di matrice islamista in Sahel? Come è frammentato nei vari Paesi africani? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Roberta La Fortezza, analista di intelligence e Sicurezza per la regione Middle East and North Africa e il Sahel.

Infografica – La biografia dell’intervistata A. Roberta La Fortezza

– Vediamo ogni giorno un bollettino di guerra di vittime dei jihadisti. Come nascono i gruppi jihadisti nel Sahel, che consistenza hanno? E soprattutto sono finanziati da qualche Paese straniero?

– Almeno dal 2018 si registra un numero crescente di attacchi da parte dei gruppi appartenenti alla galassia jihadista internazionale e proprio da quell’anno la presenza di gruppi nella regione saheliana è diventata un fenomeno di crescente preoccupazione. Se parliamo di terrorismo di matrice jihadista, allora per il Sahel ci riferiamo in particolare alla sua zona centrale, composta da MaliNiger Burkina Faso (mentre in altri Paesi del Sahel si osservano dinamiche che in varia misura divergono). Possiamo suddividere i gruppi attivi nell’area in due fronti principali. Il primo è Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin, noto come JNIM, un’organizzazione “ombrello” che raccoglie sotto la propria sigla diverse bande che in precedenza avevano già giurato fedeltà alla galassia qaedista. All’interno dello JNIM troviamo AQIM (al-Qaeda nel Maghreb Islamico), che era operativo soprattutto a Timbuktu e Mopti nel Mali ed è formato soprattutto da combattenti arabi e foreign fighters: il primo nucleo AQIM venne creato in Algeria e nel 2006 è diventato ciò che è oggi dopo aver giurato fedeltà ad al-Qaeda, mentre dal 2010 ha incrementato le azioni compiute in Mali rendendosi protagonista nell’area. L’altra formazione che rientra nello JNIM è Harakat el-Din, conosciuto anche come Ansar Dine ed è guidato da Iyad ag Ghaly, che è anche leader formale dello JNIM; è attivo soprattutto nella zona di Kidal e il suo bacino di reclutamento è costituito dalla popolazione seminomade dei tuareg. Il terzo gruppo che forma lo JNIM è il Fronte di Liberazione del Macina (FLM), operativo nel Mali centrale e settentrionale, guidato da Amadou Koufa, un predicatore musulmano di etnia peul. Più di altri gruppi, maggiormente eterogenei dal punto di vista etnico, il gruppo di Koufa si struttura soprattutto intorno ai pastori peul. Occorre ricordare che il dato etnico è un elemento fondamentale nel Sahel. Nella regione vi sono anche formazioni di più recente formazione collegate allo Stato Islamico, in particolare il gruppo ISGS (Stato Islamico del Grande Sahara). Segnaliamo un evento di qualche giorno fa: la rivendicazione di un attacco da parte del gruppo centrale Stato Islamico che per la prima volta non viene siglata con ISWAP (Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale), ma come provincia del Sahel. Si tratta di un attacco in un’area in cui si incontrano i confini di tre Stati, cioè Mali, Niger e Burkina Faso. Il riferimento preciso della rivendicazione alla provincia del Sahel fa ipotizzare che quest’ultima sia ormai divenuta una provincia indipendente dello Stato Islamico. È appunto dal 2018 che si è allargata la minaccia nata nel Mali, nelle sue parti settentrionali, ma che progressivamente si è estesa anche alle zone centrali e meridionali, anche sotto la spinta delle operazioni francesi e internazionali a guida francese che ha ricacciato i terroristi sempre più a sud e che sono sfociate esse stesse anche in Burkina Faso. Quest’ultimo era usato dai terroristi come base logistica e zona di transito verso il Mali. Il Burkina Faso era zona di interesse diretto dell’azione jihadista, ma il 18 settembre 2018 al-Qaeda annunciò la sua presenza stabile nel Paese, spingendosi anche verso i confini meridionali con il Benin e il Togo, e poi ad est nel Niger. Il Niger quindi è sottoposto a doppia pressione: da ovest e da nord quella che deriva ancora oggi dai gruppi che penetrano dal Mali e dal Burkina Faso, e da sud dai miliziani che si infiltrano dalla Nigeria, specialmente quelli di Boko Haram. Per ora l’area del Niger confinante con il Burkina Faso è quella più colpita dal terrorismo: il 90-95% degli attacchi terroristici si registra, infatti, nella regione di Tillabéri, regione molto ampia che circonda il dipartimento della capitale Niamey e confina con Mali e Burkina Faso. Lo Stato Islamico si è così interessato alla zona dal 2018: l’interesse per il Sahel è emblematicamente emerso dall’ultimo video dell’ormai defunto leader al-Baghdadi, pubblicato il 29 aprile 2019 dalla Fondazione Al-Furqaan in cui fa riferimento esplicito ai mujaheddin della regione saheliana e alla loro fedeltà allo Stato Islamico. Ciò è importante, perché se inizialmente IS operava in zone dove non si riscontrava l’interesse della galassia qaedista, con l’allargamento della loro operatività oggi i due gruppi si ritrovano ad agire nelle medesime zone, sfociando non di rado in scontri a fuoco per il controllo di porzioni di territorio, come ad esempio nelle regioni di Mopti e di Gao, e anche in quella di Liptako-Gourma. Per le ragioni su esposte possiamo quindi dire che il Sahel è un nuovo “hub” per il terrorismo internazionale di matrice jihadista. Ciò però non implica che il terrorismo islamico sia scomparso da altri quadranti, come quello siriano e iracheno.

– Parlando proprio di Siria e Iraq, vediamo come l’ISIS abbia rivendicato nuovi attentati in quei Paesi e sembra quindi ricomparso con ancor più forza. Esistono dei trasferimenti dei combattenti dell’ISIS da queste aree verso il Sahel, in particolare dopo che la Francia ha costretto gli altri a spostarsi, o si tratta di dinamiche completamente diverse?

– No, non sono dinamiche del tutto diverse. Ci sono comunque dei flussi di combattenti da una zona del mondo all’altra. Lo Stato Islamico, soprattutto quello del cosidetto SIRAQ (Siria e Iraq), rispetto a quello nel Sahel è diverso. Anzitutto per la provenienza. Nei periodi iniziali di esistenza dell’ISIS il gruppo era composto da individui reclutati un po’ ovunque nel mondo islamico – erano appunto i foreign fighters mandati a combattere in Siria e Iraq sotto la spinta della propaganda che faceva leva sulle emozioni e sulle idee di costoro in senso anti-americano e anti-occidentale. Non erano certo escluse temporanee alleanze con alcune tribù locali, come in Iraq nella regione dell’Anbar. Nel Sahel la situazione è leggermente diversa in quanto ha un gran peso l’aspetto etnico dei combattenti, ossia è una realtà locale senza, al momento, il riferimento a una vocazione internazionale come osservato nel SIRAQ. L’aspetto etnico vale sia per il reclutamento sia per le aspirazioni. In alcuni Paesi, in particolare in Mali, le autorità nazionali stanno cercando di avviare un dialogo con alcuni gruppi più legati alle rivendicazioni territoriali (quelli della galassia qaedista, soprattutto) perché sono talvoltaportatori di interessi locali che preesistevano alla creazione dei gruppi terroristici.

– Gli attacchi influiscono sui flussi migratori verso l’Europa? E in che misura?

– Gli attacchi influiscono sullo spostamento delle persone, certo, ma l’impatto è soprattutto sulla migrazione interna, nella zona del Niger, ad esempio, che è fondamentale per le rotte migratorie subsahariane tramite le quali i migranti arrivano sulle coste del Mediterraneo, passando specialmente dalla Libia.

– Dalla Sua analisi emergono realtà locali. Sembrerebbe quindi che senza una volontà esterna, i flussi migratori non portano i foreign fighters verso l’Europa. E allora non è vero che l’ISIS approfitta delle migrazioni umanitarie per portare i suoi combattenti in Europa?

– L’arrivo di terroristi tramite i flussi migratori dal Medio Oriente o dal Nord Africa è discutibile, non vi sono certezze in tal senso. Vi sono sia conferme che smentite, è un discorso complesso. Per il Sahel, la formazione dei gruppi e i loro obiettivi assumono, per il momento, principalmente una dimensione locale: ciò esclude, allo stato attuale, la necessità di spostamenti verso l’Europa. Il problema di individuare miliziani islamisti in Europa comunque resta.

– Le missioni internazionali come l’African Focus Group e quelle militari stanno ottenendo risultati nell’area? Quali sono quelle più efficaci?

– Per quanto riguarda l’African Focus Group, è presto per giudicarne i risultati. Esso appartiene alla Global Colation against Daesh costituita nel settembre 2014 con 84 membri, di cui l’ultimo ammesso è stato proprio il Burkina Faso, e intende arginare la minaccia dell’ISIS e sconfiggerla a livello globale in tutte le sue diramazioni. La coalizione si è impegnata a contrastare anche i finanziamenti all’IS e il flusso di foreign fighters verso l’Europa, oltre a essersi dedicata alla lotta contro la propaganda e ilreclutamento. Negli ultimi due anni, in Iraq e poi anche in Siria abbiamo assistito a una ripresa dell’attività di IS, dunque quest’ultimo vi ha conservato capacità di reclutamento, di movimento e di attacco anche su obiettivi rilevanti. Nonostante la Global Coalition abbia ottenuto buoni risultati, restano comunque dei passi da fare in Medio Oriente. All’interno della Global Coalition è stato creato proprio su iniziativa italiana nel dicembre 2021 l’African Focus Group. Quindi è ancora presto per vedere dei risultati apprezzabili. Nel giugno dello scorso anno erano stati convocati come osservatori nella riunione per la prima volta anche Paesi africani, una scelta che sottolinea la preoccupazione per l’espansione dei gruppi jihadisti nel continente. Al vertice si è preso atto dell’emersione di tale minaccia in particolare nella regione saheliana. Ricordiamo che il Sahel è una sorta di cerniera per tutto il continente africano, è uno snodo sia per i terroristi che per l’attività di antiterrorismo. L’impegno da mettere nella realtà del Sahel è anche più complesso che in Iraq e Siria. Benchè si agisca entro la Global Coalition, bisogna rimodulare le azioni in base alla realtà locale, non si possono semplicemente seguire gli schemi elaborati per il Medio Oriente – si rammenti ad esempio la presenza fondamentale dell’elemento etnico. Con scopi non diversi esiste la formazione delle forze di polizia MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali), che operasotto l’egida dell’ONU, rimasta fino a questo momento in posizione di stretta neutralità anche nella definizione dei rapporti fra Mali e Francia. Un eventuale ritiro delle missioni militari metterebbe in dubbio anche la permanenza della MINUSMA stessa. Poi vi sono le missioni europee: l’EUTM, missione di addestramento dell’Unione Europea in Mali, e l’EUKM Niger, poi le missioni dell’Unione Africana, e l’AFRICOM, il comando combattente unificato che ha preso in gestione le operazioni militari statunitensi in Sahel. Ricordiamo anche la missione regionale G5 Sahel, un quadro istituzionale di coordinamento e monitoraggio della cooperazione regionale. Le missioni francesi ed europee hanno lavorato in stretta cooperazione con G5 Sahel. Infine vi sono altri tipi di task force.

Foto – Rinforzi dal Regno Unito per la missione MINUSMA (21 gennaio 2021)

– Il ritiro francese dal Mali è stato da alcuni descritto come una sconfitta di Macron paragonabile a quella di Biden in Afghanistan. La decisione francese corrisponde di fatto a un disimpegno europeo nella zona oppure grazie alle altre missioni e task force si continua a contrastare il terrorismo islamista nel Sahel?

– Era stata la stessa Francia a chiedere la costituzione della task force Takuba, e già nell’aprile 2019 il Capo di Stato maggiore francese aveva invitato l’Europa a formare una forza internazionale composta da elementi del comparto delle Operazioni Speciali (OS). La Takuba fa consulenza e assistenza alle forze maliane nella lotta al terrorismo e lavorerà fino a che le forze maliane possano operare autonomamente. La Takuba collabora con la MINUSMA e con le altre missioni. Se la Francia da un lato si ritira, dall’altra con Takuba cerca comunque di costruire per il Sahel una valida alternativa. Forse i francesi volevano già fare affidamento sul dispositivo europeo, alleviando la pressione sui propri militari. Macron a giugno 2021 ha annunciato che avrebbe ritirato circa 2000 soldati dal Sahel entro inizio 2022 e che avrebbe puntato sull’addestramento degli eserciti locali, dichiarando poi che la missione francese sarebbe stata progressivamente sostituita dalla Takuba, che è proprio a guida francese. Vi è stato un deterioramento nei rapporti tra Francia e Mali, al punto che le autorità maliane hanno chiesto l’espulsione dell’ambasciatore francese. Le tensioni diplomatiche hanno inciso sulla Takuba, così che alcuni Paesi hanno deciso di ritirarsi, anche per via della dislocazione dei russi della compagnia militare privata Wagner Group. La Norvegia ha rinunciato alla partecipazione, Danimarca e Svezia ritireranno il proprio contingente. Takuba oggi è indebolita ma ancora in piedi. I soldati francesi restaranno fra Ciad e Niger, quest’ultimo un Paese in cui la Francia detiene molti interessi. Per ora non parlerei quindi di “disimpegno”, ma di “rimodellamento”. Nei prossimi mesi i francesi decideranno come ridefinire la propria presenza nell’area. Un ritiro definitivo potrebbe avere gravi conseguenze in una regione che come si è visto è già un hub del terrorismo internazionale: le forze locali non sono ancora in grado di gestire autonomamente le operazioni antiterrorismo, dunque necessiterebbero di avere l’appoggio di reparti militari internazionali.

– Quanto influiscono sull’instabilità politica del Sahel fattori come la povertà, le questioni religiose e i cambiamenti climatici?

– A generare l’instabilità nel Sahel concorrono fattori diversi, difficile annoverarli tutti o fare una classifica della loro incidenza. L’elemento religioso, il cambiamento climatico e la povertà vanno certamente considerati tra i più importanti. La povertà in generale, non solo nel Sahel, rende ovviamente più agevole ai gruppi jihadisti la penetrazione “nel cuore e nelle menti” delle popolazioni locali. Il clima che peggiora provoca emergenze alimentari e sanitarie e aumenta a sua volta la povertà, portando anche le persone a spostarsi in massa verso altre zone, finendo per alterare gli equilibri etnici già estremamente precari in un contesto regionale come quello saheliano. Bisogna tenere presente che le tensioni etniche nel Sahel dipendono spesso dalla gestione della terra: mi riferisco alla rivalità tradizionale che esiste fra i pastori, che essendo nomadi che seguono la transumanza e per definizione si spostano da un luogo all’altro, e gli agricoltori che sono invece sedentari. La riduzione della terra disponibile, a causa ad esempio della desertificazione, non fa che aumentare i contrasti. Parlando di religione, notiamo che sebbene nel Sahel la maggioranza sia musulmana, all’interno di Paesi come la Mauritania – Repubblica Islamica dove il riferimento alla religione è incluso nella Costituzione – vi sono comunque divisioni interne, dovute alle varie interpretazioni che vengono date all’Islam: anche se la frattura non si nota in superficie, tali divergenze possono essere potenzialmente disgreganti.

Poi vi sono fattori come la mancanza di capacità effettiva di controllo del territorio da parte delle autorità centrali, la presenza di sub-livelli indentitari e di riconoscimento dei singoli gruppi che risultano predominanti rispetto al livello di identificazione centrale, generando tensione fra il centro e le periferie. Lo scarso controllo degli Stati è dovuto alla vastità dei territori scarsamente abitati, con una popolazione concentrata nelle capitali e in alcune aree urbane. Ciò comporta la formazione di milizie autoctone che operano talvolta anche con il consenso dello Stato stesso, ma che con il passare del tempo sviluppano politiche autonome partendo da basi etniche. Le milizie costituite per la difesa di alcune regioni vengono accusate di agire contro l’etnia opposta e non a difesa degli interessi statali. Altri fattori disgreganti sono la tensioni fra l’élite/etnie al potere e quelle minoritarie o maggioritarie che siano escluse dal potere. Citiamo infine il malcontento cresciuto negli ultimi anni a causa dell’insicurezza e della povertà che è sfociato in ampie proteste, che hanno favorito in diverse occasioni anche i golpe registratisi nella regione: sotto questo punto di vista il biennio 2020/21 è stato davvero critico non solo per il Sahel, con i governi rovesciati e sostituiti da giunte militari in Ciad, Guinea, Sudan, Mali e Burkina Faso. Persino in Niger, in cui non si è verificato un golpe, a marzo del 2021 vi sono stati spari nei pressi del palazzo presidenziale nella capitale.

– Qual è il ruolo delle potenze come Cina e Russia?

– La Cina è il principale partner commerciale del continente africano. Da almeno un decennio ha superato gli USA per interscambio con l’Africa. Si aggiungono poi gli investimenti infrastrutturali e i prestiti elargiti dalle banche cinesi. Il punto è questo: il Sahel è ricco di materie prime (oro in Burkina Faso e uranio in Niger, per esempio), ma è instabile a livello politico, sociale e sul piano della sicurezza, e ciò rappresenta per Pechino una grossa sfida perché va contro uno dei postulati della dottrina cinese, il bisogno di stabilità. La forma principale della presenza cinese è quella economica: attraverso il potere economico fa politica e fa il proprio interesse nazionale, ma se manca la stabilità Pechino si muove con estrema prudenza. La Cina non è mai stata una potenza coloniale e ha sempre evitato di far sentire la sua ingerenza politica e militare nei Paesi in cui ha investito. Dal punto di vista militare ha spesso criticato gli interventi occidentali, descrivendoli come una forma di neo-imperialismo. D’altra parte, la Cina non ha le capacità operative o l’esperienza militare di altri Stati, così deve affidarsi più che altro al soft power, mentre sviluppa le sue possibilità di agire militarmente. In un rapporto del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti sugli sviluppi militari della Cina si dice che Pechino sta sondando la disponibilità dei Paesi africani di creare supporti logistici alle sue forze navali, aree e di terra. Si sta già strutturando una rete di basi cinesi nel contiente africano, anche se non ancora nel Sahel: Angola, Kenya, Tanzania, mentre a Gibuti una base è già in funzione. Nel documento finale del summit Cina-Africa a Dakar del novembre 2021 la sicurezza viene citata come punto fondamentale delle relazioni sino-africane. Sono infine state annunciate possibili esercitazioni congiunte fra Cina e Paesi africani per il contrasto al traffico di stupefacenti, alla pirateria e al terrorismo.

Per quanto riguarda la Russia, bisogna dire che è protagonista nel Sahel ma rispetto alla Cina lo è in forma diversa, direi complementare. La Russia non dispone della forza economica per penetrare nell’area, dunque si propone come obiettivo il portare la sicurezza e l’avere un’influenza geopolitica usando sia la forza militare (ad esempio con compagnie mercenarie private come la Wagner) sia il soft power. A partire dagli anni 2000 e poi sempre di più dopo l’intervento in Siria, la politica estera russa si è fatta pressante in varie parti del mondo, Libia compresa, dove il Wagner Group ha sostenuto e tuttora sostiene la fazione legata all’LNA del generale Haftar. I combattenti del Wagner sono anche portatori dell’influenza di Mosca, facilitatori delle relazioni fra il Cremlino e i governi degli Stati in cui agiscono. L’appoggio di cui la Russia gode nella fascia saheliana e in altre zone dell’Africa è emerso nella votazione dell’Assemblea ONU sulla crisi ucraina, in cui Niger e Ciad hanno votato a favore, ma l’Eritrea ha votato contro, mentre Senegal, Mali, Sudan, Sud Sudan e Repubblica Centroafricana si sono astenuti, e Guinea, Burkina Faso, Camerun ed Etiopia erano assenti. Dopo il golpe, il Mali si è avvicinato sempre di più alla Russia, forse anche come merce di scambio dopo la decisione dell’ECOWAS (Economic Community of West African States) di sanzionarlo e dopo che la Francia ha sospeso i voli da e per Bamako. Il Mali potrebbe usare il dialogo con i russi e l’accordo col gruppo Wagner, di cui si prevede arrivino mille uomini, affinché l’Occidente si mostri più disponibile verso la giunta militare. Tuttavia nella capitale Bamako alcune fasce dellapopolazione hanno mostrato preoccupazione per questo accordo, a seguito delle accuse rivolte alla Wagner di violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani in altri Paesi, tra i quali la Repubblica Centroafricana. In Sudan i rapporti coi russi sono già ben definiti da diversi anni; il Sudan era isolato sia durante che dopo al-Bashir, quindi il dialogo con Mosca è stato fondalmentale. Da parte sua, il Sudan è per la Russia un nodo strategico fondamentale per controllare le rotte nel Mar Rosso e l’accesso all’Oceano Indiano, e in questo rapporto entrambi i Paesi ci guadagnano. A proposito della Risoluzione ONU sull’Ucraina, il Sudan ha dichiarato che Mosca ha tutto il diritto di agire nell’interesse dei suoi cittadini e a difesa del suo popolo. In Burkina Faso, invece, i rapporti sono ancora in divenire. Il presidente che governava prima del golpe, Kaborè, aveva rifiutato di assumere i contractors Wagner per contrastare i gruppi jihadisti nel Paese. Se l’ex presidente coltivava una politica vicina a Parigi, oggi la nuova giunta militare potrebbe mostrare una maggiore apertura versoMosca permettendo l’ingresso del Wagner: alcuni cittadini sarebbero già scesi in piazza sventolando bandiere russe e mostrando un crescente sentimento filorusso.

– Quanto può influire il conflitto in Ucraina sul fatto che Occidente e Russia perdano interesse nell’Africa e riducano gli aiuti al Sahel?

– Le preoccupazioni riguardano la possibile interruzione dell’operazione Takuba e la riduzione degli aiuti, o meglio del “rimodellamento” dei mezzi finanziari dei principali donatori internazionali, che ora vengono dirottati verso altre aree, come appunto quella ucraina. Ma di questi timori si parlava già da tempo, in ragione della pandemia Covid-19. L’indebolimento delle difese e del coordinamento antiterrorismo e minori mezzi per le forze armate aprirebbero ovviamente nuovi spazi di manovra per i gruppi jihadisti nel Sahel; con il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, aumenterebbero i margini per il reclutamento dei terroristi. Questa è la sfida attuale nella regione. I Paesi stessi dell’area dovranno riuscire a rispondere ai problemi dei cittadini, non solamente con una soluzione militare al terrorismo, ma con soluzioni articolate che guardino alle questioni etniche, demografiche, sociali ed economiche. Ma con le giunte militari al potere, l’approccio potrebbe inevitabilmente concentrarsi sugli aspetti militari. L’Occidente deve fornire ancora un sostegno multilivello: militare, politico, umanitario e sociale, finalizzato alla stabilizzazione dell’area che sarà una precondizione per una sconfitta del terrorismo in una prospettiva di lungo periodo. Infine, essendo tanti gli attori che operano nell’area, per essere decisiva la risposta della comunità internazionale dovrebbe essere coordinata e concordata non solo a livello internazionale e regionale, ma anche con gli attori nazionali.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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