Comprare la stabilità? La strategia saudita in Sudan tra preservazione dello Stato e proiezione di potenza
Dallo scoppio della guerra civile sudanese nell’aprile 2023 tra le Sudanese Armed Forces (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo («Hemedti»), l’Arabia Saudita ha progressivamente abbandonato una posizione di prudente mediazione per assumere quella di sostenitore politico, diplomatico e, secondo numerose fonti aperte convergenti, finanziario del governo riconosciuto di Port Sudan.
Questa evoluzione strategica rappresenta una delle trasformazioni più significative della politica estera saudita in Africa dall’avvio di Vision 2030.
L’ordine regionale
Lungi dall’essere motivata esclusivamente da considerazioni umanitarie o dal ripristino della stabilità regionale, tale politica riflette una volontà più profonda di preservare un ordine regionale favorevole agli interessi di Riyad sulla sponda occidentale del Mar Rosso, limitando al contempo la crescente influenza di attori concorrenti, primo fra tutti gli Emirati Arabi Uniti, il cui presunto sostegno alle RSF è ampiamente documentato da numerosi rapporti delle Nazioni Unite e dell’International Crisis Group (ICG).
Da un decennio il Mar Rosso è divenuto uno spazio di rivalità multidimensionale in cui convergono questioni di sicurezza marittima, protezione delle catene logistiche globali, controllo delle infrastrutture portuali, diplomazia economica e proiezione d’influenza.
Alcuni dati
Oltre il 12% del commercio marittimo mondiale transita attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, mentre circa il 30% del traffico mondiale di container e quasi il 10% del commercio internazionale di idrocarburi percorrono questo corridoio strategico che collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Per Riyad, qualsiasi destabilizzazione prolungata del Sudan rappresenta pertanto una minaccia diretta alla sicurezza economica di Vision 2030, i cui principali megaprogetti – in particolare la Coppa del Mondo FIFA 2034, NEOM, Oxagon e l’intero sviluppo della costa occidentale saudita – dipendono in larga misura dalla stabilità del Mar Rosso.
Le SAF
In questa prospettiva, il sostegno alle SAF non risponde esclusivamente a una logica militare. Esso si inserisce piuttosto in una strategia di state preservation, volta a impedire il definitivo collasso delle istituzioni centrali sudanesi. Le autorità saudite ritengono infatti che, nonostante le numerose critiche rivolte al regime di al-Burhan, esso rappresenti l’unico attore in grado di garantire una continuità giuridica dello Stato sudanese.
Tale interpretazione si inserisce nelle analisi secondo cui Riyad privilegia tradizionalmente gli attori istituzionali capaci di assicurare un livello minimo di stabilità rispetto ai movimenti armati suscettibili di favorire una frammentazione duratura degli spazi statali.
L’evoluzione della strategia saudita
Questa strategia spiega la progressiva evoluzione del posizionamento saudita a partire dai negoziati di Gedda, organizzati congiuntamente con gli Stati Uniti nel maggio 2023.
Inizialmente concepiti come un meccanismo di mediazione volto a instaurare diversi cessate il fuoco umanitari, tali colloqui hanno rapidamente mostrato i propri limiti a causa dell’assenza di incentivi coercitivi, della mancanza di fiducia tra le parti belligeranti e della prosecuzione simultanea delle operazioni militari.
Con il progressivo venir meno della credibilità dei negoziati, Riyad ha rafforzato gradualmente le proprie relazioni bilaterali con il governo di Port Sudana seguito di una decisione personale del principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS). Tale evoluzione è testimoniata dalla ricostituzione del Consiglio strategico di coordinamento saudita-sudanese, annunciata dopo numerosi incontri tra Mohammed bin Salman e il generale al-Burhan, nonché dalle dichiarazioni ufficiali che respingono esplicitamente la creazione di un’amministrazione parallela da parte delle RSF, considerata una violazione dell’unità dello Stato sudanese.
La dimensione militare
Uno degli aspetti più dibattuti riguarda tuttavia la dimensione militare di tale sostegno. Diversi media specializzati, tra cui Al-Monitor, hanno riferito nel 2026 dell’esistenza di un finanziamento saudita a un accordo di armamento tra il Pakistan e il Sudan, il cui valore si aggirerebbe intorno a 1,5 miliardi di dollari. Tale dispositivo comprenderebbe, in particolare, velivoli da combattimento JF-17 Thunder sviluppati congiuntamente da Islamabad e Pechino, aerei da addestramento K-8 Karakorum suscettibili di essere adattati a missioni di supporto aereo, droni tattici e veicoli blindati destinati a rafforzare le capacità convenzionali delle SAF.
Sebbene diversi elementi rimangano difficili da verificare in modo indipendente, tale ipotesi appare coerente con la strategia saudita volta a privilegiare un sostegno indiretto attraverso partner terzi piuttosto che un trasferimento diretto di equipaggiamenti militari. Questo metodo consente a Riyad di limitare i costi diplomatici di un coinvolgimento eccessivamente visibile, mantenendo al contempo un’influenza sostanziale sull’evoluzione del rapporto di forza militare.
Le similitudini regionali
Questa logica di proxy enablement corrisponde, del resto, alle tendenze osservate in numerosi altri teatri regionali. Contrariamente agli interventi diretti che hanno caratterizzato i primi anni della guerra nello Yemen, l’Arabia Saudita privilegia oggi meccanismi di assistenza finanziaria, sostegno logistico e cooperazione capacitiva volti a rafforzare i propri partner locali senza assumere direttamente i costi politici di un intervento militare aperto. Riyad mira sempre più a divenire un security manager regionale piuttosto che una classica potenza interventista.
Tuttavia, questa strategia solleva numerosi interrogativi di rilievo. In primo luogo, nulla garantisce che il rafforzamento delle capacità convenzionali delle SAF consentirà effettivamente di ristabilire il monopolio statale della violenza. Tre anni di conflitto hanno profondamente trasformato l’economia politica sudanese.
Le conseguenze del grande conflitto
Le Nazioni Unite stimano che il conflitto abbia provocato lo sfollamento di oltre 14 milioni di persone, facendo della crisi sudanese la più grave catastrofe umanitaria attualmente in corso. In tale contesto, l’accrescimento delle capacità militari di uno degli attori non si traduce automaticamente in un consolidamento dello Stato.
Le dinamiche per il proseguo della guerra?
Al contrario, esso può incoraggiare la prosecuzione delle operazioni militari, alimentare le dinamiche di guerra di logoramento e ritardare le condizioni necessarie all’avvio di un negoziato politico inclusivo.
Questa critica si inserisce in un’ampia letteratura sui limiti dello externally supported state-building. Nonostante il proprio sostegno al governo internazionalmente riconosciuto, Riyad sembra talvolta privilegiare una lettura essenzialmente securitaria del conflitto, postulando che una vittoria militare delle SAF aprirebbe automaticamente la strada a una stabilizzazione politica.
Tale ipotesi è tutt’altro che condivisa nella letteratura specialistica, che sottolinea invece i rischi di una vittoria incompleta capace di produrre uno Stato militarmente rafforzato ma politicamente fragile, incapace di riconciliare un territorio profondamente frammentato.



