La rivoluzione finanziaria: la fine del gold exchange standard. La moneta domina il mondo

La rivoluzione finanziaria: la fine del gold exchange standard. La moneta domina il mondo

29 Settembre 2025 0

I grandi pensatori “globali” che leggevano la storia e i fatti nel loro insieme più ampio sono progressivamente finiti agli inizi degli anni ’60, quando la cultura tecnico- razionale è diventata dominante e ha progressivamente limitato l’analisi dei fatti alla loro misurabilità. Einstein ammoniva: Non tutto ciò che è misurabile conta né tutto ciò che conta è misurabile. Ma non è servito a niente.

La fase storica degli anni ’60

Da quegli anni ’60 in cui sembrava che il mondo voltasse pagina per non ripetere gli errori del passato, la ciclicità della storia ha rapidamente accelerato, con la spinta della cultura tecnica che ha finito per rompere i ponti con le scienze orientate a capire i comportamenti umani. La stessa sociologia ha subito questa invasione di campo, così oggi il criterio con cui si studia la società umana non è molto dissimile da quello usato per studiare un termitaio o una colonia di api.

Perdendo la profondità di un pensiero globale, abbiamo finito per conoscere sempre di più il sempre meno. Siamo quindi finiti in una sorta di epoca alessandrina molto attenta ai fatti, ma incapace di proporre un creatività che riporti l’uomo a contatto con sé stesso. Legati solo ai fatti misurabili messi insieme in infinite serie di modelli e di dati amministrativi, siamo passati a una cultura dai rendimenti decrescenti: più conosciamo e meno siamo in grado di rispondere alle inquietudini profonde che ci stanno staccando dal nostro essere persona e non soltanto un numero schedabile.

In questo fase storica di tipo sensistico, forse l’ultimo periodo creativo si è esaurito alla fine degli anni ‘60 in campo artistico, musicale, cinematografico, della letteratura e delle scienze in generale. Alla fine di quel decennio la speranza di un rinnovato cambiamento si spegneva. La storia degli USA è probabilmente la più diretta rappresentazione di quel cambiamento, perché è proprio in quegli anni che si forma definitivamente il destino della crisi umana ed esistenziale che stiamo vivendo.

Fine dei sogni e delle illusioni

Alla fine di quegli anni, di fronte ad una spinta rivoluzionaria espressa da figure come Kennedy e Martin Luther King la società ha avuto paura di un cambiamento troppo vicino ad un modello socialista. Gli assassinii di Luther King e di Robert Kennedy avvennero a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro: aprile il primo e giugno del 1968 il secondo. Poco prima, il 30 e 31 gennaio del 1968 vi era stata la violenta offensiva del Tet che pose fine ai sogni illusori di una guerra che descrissero all’opinione pubblica come “facile”.

Responsabile di tale descrizione fu in particolare il generale Westmoreland, che non aveva capito o non riteneva di dover capire chi aveva di fronte e che venne poi destituito dal comando. Lo scontro nel Vietnam dopo la guerra di Corea e le sconfitte subite dagli americani rappresentano la mancanza di cultura storica di un Paese che affidava tutto alla potenza tecnica, un tecnica che venne battuta sul fronte sociale e politico.

Cambiamenti sociali e geopolitici

Nessuno aveva seriamente considerato la storia del generale Nguyen Giap, che aveva sconfitto sullo stesso terreno i francesi a Dien Bien Phu nel 1954, ricorrendo poi alla medesima strategia nell’offensiva del Tet per trarre in inganno i vertici USA. Questo comandante vietnamita, che aveva sconfitto anche i nipponici ad Hanoi nel 1945, era uno studioso di storia, soprattutto delle guerre e delle tattiche napoleoniche. Ed era un genio della guerriglia. La supponenza e la mancanza di visione storica e politica rappresentano una grande criticità per gli Stati Uniti, come dimostrano gli ultimi 20 anni di politica estera legata soltanto alla supponenza del dominio tecnico.

Da lì, a fronte di proteste studentesche, di movimenti libertari, di proteste contro il razzismo e la guerra, il Paese voltò pagina. Quei sogni di diritti uguali per tutti e di uguaglianza anche per le minoranze – ora maggioranze – mutarono rapidamente direzione verso l’oligarchia e il dominio dell’economia della moneta e della finanza nella vita sociale e politica. La concentrazione di ricchezza fine a sé stessa e non indirizzata alla ricostituzione di un benessere condiviso distrugge la società, perché all’aumentare della disuguaglianza esplodono le patologie sociali. La piena asimmetria tra l’andamento del capitale sociale ed economico è espressa dai seguenti grafici, già presentati nel precedente lavoro:

I grafici mostrano la correlazione tra società (capitale sociale) ed economia (capitale economico); in particolare nell’ultimo si evidenzia la svolta di tutte le grandezza da un andamento positivo ad uno negativo. A partire dagli inizi degli anni ‘70 dopo la svolta della convertibilità in oro del dollaro, si può notare anche lo sviluppo industriale della manifattura cinese, che diventerà la fabbrica del mondo grazie al mantra “creare valore per gli azionisti”. Alla fine degli anni ‘80, quando la delocalizzazione diventerà la via più breve per realizzare il massimo profitto e la conseguente liquidità, si aprirà la strada alla cultura del monetarismo metafisico.

Fini materialistici

Tornando al tema dei fini e dei mezzi, la buona società dovrebbe restare il fine e l’economia il mezzo per la realizzazione di una felicità che non ha soltanto una dimensione materiale misurabile, ma anche una dimensione spirituale espressa dal grado di relazione associativa che lega gli uomini in una comunità condivisa ma non subita soltanto. La conseguenza culturale è la dimensione della felicità solamente materiale che viene espressa dalla quantità di beni e di risorse a disposizione di persone per i loro singoli bisogni.

Realizzare questa felicità genera una lotta infinita tra persone, gruppi e lobby per accumulare risorse che rispetto ai bisogni e i desideri illimitati sono finite. Tuttavia, il bisogno personale non ammette deroghe e giustifica la normalizzazione di comportamenti illeciti ed amorali. Se la finanza diventa il mezzo che consente la più rapida accumulazione, giustifica il suo innalzamento a verità incontrovertibile. E le conseguenze di questo modello culturale sono di fronte agli occhi di tutti, sebbene molti non le vogliano vedere.

I grafici presentati sopra mostrano l’evidenza dei fatti. In particolare va evidenziato l’arco temporale nel quale la storia della moneta e della finanza comincia ad assumere una posizione dominante nel modello socioculturale, in quanto più rappresentativo o coerente con l’evoluzione dello stesso verso un sistema di tipo individualista e materiale il cui dogma è: “Tutto e subito e gli altri non importano”. La svolta epocale avviene nell’arco temporale degli anni ‘70, quando i creditori degli USA non si fidavano più a ricevere pagamenti in dollari, ma volevano la soluzione del credito. In questo modo gli Stati Uniti si ritrovarono senza quelle riserve necessarie per giustificare la parità aurea del dollaro, come sta avvenendo adesso.

La fase storica degli anni ’70

Nel 1971, l’anno di svolta del nostro sistema e l’anno di inizio della rivoluzione finanziaria, il presidente Nixon (sotto la pressione di Paul Volcker, che sarebbe diventato poi governatore della Fed) unilateralmente dichiarò lo sganciamento del dollaro dall’oro, lanciando il mondo in un sistema di cambi fluttuanti e di determinazione dei valori dei beni scambiati in un contesto sempre più etereo e lontano dalla realtà. Da quel momento tutto cambiò: la forza militare divento la partita della convertibilità del dollaro. La forza militare americana consentì al mondo occidentale di subire la convertibilità del dollaro in “portaerei” e il cambio diventò un’arma. Per evitare la svalutazione del dollaro, nel 1973 Washington si inventò il petrodollaro e il sistema bancario di pagamento SWIFT basato sul dollaro.

In questo modo, tutti i Paesi occidentali per fare acquisti internazionali devono prima comprare i dollari; le monete locali collassarono e la nostra lira in soli dieci anni passò da 645 lire per dollaro a 2500 lire. Il processo di destabilizzazione degli americani contro gli altri Stati ci scaricò addosso un’inflazione devastante, pari al 20%. Da quel momento l’economia reale cominciò a distaccarsi definitivamente dalla moneta e dalla finanza.

Il mondo reale e finito in cui opera l’economia reale viene subordinato e sottomesso alla finanza che sempre più diventa un sistema indipendente dalla prima, per innalzarsi in un mondo astrale e infinito governato da immensi volumi di prodotti tossici totalmente e volutamente fuori controllo. Ma la tempesta non ha tardato ad arrivare e a presentare il conto.

Il crollo dell’oro e l’aumento del reddito monetario

Dal 1971 il salto nel vuoto dell’iperuranio monetario avvenne con una violenza inaudita. Fecero crollare di conseguenza il valore dell’oro per sostenere il passaggio ad un diverso sistema valutario. Tra il 1945 ed il 1970 il reddito monetario nel mondo triplicò e il commercio mondiale quadruplicò, anche grazie al sistema dei tassi di cambio fissi instaurati a Bretton Wood per minimizzare la fluttuazione della moneta. Il pianeta usciva così dal dramma delle due guerre mondiale, ma stava per entrare in ostaggio della finanza. Tuttavia prima era necessario ammantare il neoliberismo di verità infallibile e avviare il processo di deregulation, funzionale a scardinare le società per renderle aggredibili alla rapacità di una finanza e di un monetarismo senza limiti né giuridici né morali. Le grandi banche e le grandi istituzioni finanziarie capeggiarono tale campagna.

Nel 1970 cominciarono ad avere accesso a nuovi strumenti di pagamento elettronico e di ricezione computerizzata che facilitarono sia il deposito che il prestito di denaro. Non potevano comunque avere accesso a quei mercati in cui le banche locali erano protette dalla concorrenza. Dunque ciò le spinse a chiedere l’abbattimento delle regolazioni (si veda “Supercapitalismo” di Robert Reich, pag.79, Fazi Editore 2008). Dopo il 1970 il mito dei mercati razionali e della finanza ha preso progressivamente il sopravvento sull’economia reale, riducendo l’attività manifatturiera che genera ricchezza reale.

L’occupazione nella manifattura crolla a favore di quella nei servizi che troverà compimento con la delocalizzazione selvaggia degli anni ‘90, con la caduta del prodotto interno lordo e con una crescita implacabile del debito pubblico.

L’uovo di Colombo e gli anni ’90

Venendo meno per la moneta il vincolo reale, questa assume una dimensione infinita: la finanza ha sposato tale infinitezza con un’evidenza da definirla “l’uovo di Colombo”. Questa falsa scienza ha preteso di affermare che un infinito che di per sé non ha un’unità di misura si possa usare per misurare il mondo reale, che invece è misurabile. Cancellarono così il principio di non contraddizione aristotelico, secondo cui A non può essere contemporaneamente non-A. I prezzi dei beni reali finiti vengono determinati e influenzati nel loro andamento da infinite scommesse, con scambi che non si chiudono mai e generano volumi finanziari infiniti che nessuno controlla. Nasce allora la “finanza-locusta”.

La svolta definitiva sarà, come vedremo, dopo la caduta del Muro di Berlino, con cui sono caduti tutti i contrappesi geopolitici che mantenevano ancora un precario equilibrio dei mercati. Negli anni ‘90 si prepararono le catastrofi culturali del nuovo secolo. In quegli anni esplodono con violenza le contraddizioni che sfociarono nei disastri delle tigri asiatiche, del Messico, dell’Argentina, della Russia. In quel modo la finanza andava oltre alla logica dei mercati privati, diventando una vera arma di destabilizzazione non democratica dei singoli Stati.

In quel decennio i premi Nobel alla finanza razionale allestirono la dolosa collusione tra accademia, finanza e politica. La deregulation di Alan Greenspan del 1999, contro le finalità istituzionali della Fed, sancirà definitivamente “il tempo della finanza razionale che non sbaglia mai” nell’allocazione delle risorse.

Le grandi tendenze

I grafici indicati evidenziano sempre come in quell’intorno temporale sia avvenuta la svolta della finanza sull’economia e come il trend socioculturale si sia totalmente cambiato con i seguenti trend:

-all’aumentare dell’uguaglianza nella redistribuzione dei redditi aumenta la tenuta della società in senso relazionale. Cresce il capitale sociale. Dimunuiscono le conflittualità perché la sperimentazione della solidarietà evidenzia la tensione ad un più intenso bene comune. Si sviluppa la cultura della solidarietà e la sua diffusione alimenta la forma più educativa per la società che è l’esempio. Per riprendere la tesi di Sorokin, la diffusione di un modello socioculturale orientato alla solidarietà condivisa contribuisce a sviluppare nell’animo di ogni singola persona la componente affettiva al posto o in contrapposizione a quella aggressiva;

-all’aumentare della disuguaglianza il cui trend comincia a partire dagli anni ‘70 in modo sempre più vistoso per arrivare ad un livello di rischio sociale come è la situazione attuale, sale il livello di conflittualità e di aggressività reciproca.

Bellum omnium contra omnes

Unitamente al fine di massimizzazione del risultato personale a scapito di quello collettivo, la tensione alla soddisfazione personale sviluppa un modello socioculturale asimmetrico al bene comune e riduce l’attenzione alla socialità influenzando le politiche pubbliche alla riduzione dei sistemi di welfare.

In questo modo l’aumento dei conflitti genera il mostro del “bellum omnium contra omnes” che finisce per rompere i legami sociali e diventa la precondizione per la caduta della tensione morale verso una felicità di breve da realizzarsi con beni materiali. Così la vita stessa diventa un bene di consumo. La minore attenzione al rispetto reciproco alimenta il moral hazard e comportamenti fraudolenti a tutti i livelli. E la società diventa sempre esposta alla rapacità dei più forti.

Fabrizio Pezzani
Fabrizio Pezzani

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