La guerra in Iran può spingere Trump a cercare in fretta un accordo con Mosca sull’Ucraina
Vi sono diverse ragioni per le quali Trump potrebbe cercare in fretta un accordo che soddisfi Mosca sull’Ucraina. Le cose in Iran vanno troppo le lunghe: di questo passo gli arsenali si prosciugheranno, così come il budget e il sostegno degli alleati. Ne derivano instabilità internazionale e cupe prospettive in politica interna. Perciò a Washington conviene ricucire il prima possibile la ferita che essa stessa aveva provocato qualche anno fa in Europa Orientale.
Trilaterale rimandata sine die
Le parti avevano concordato per la prima metà di marzo un’altra sessione del tavolo trilaterale. Avrebbero proseguito le discussioni sui punti principali, come i territori del Donbass ancora sotto controllo ucraino e le garanzie di sicurezza che pretende Kiev. E invece proprio Abu Dhabi, sede prevista dei negoziati, è stata attaccata dall’artiglieria iraniana, così il vertice è stato annullato. O meglio, posticipato sine die. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha spiegato che adesso è difficile stabilire giorno e luogo per un incontro, considerata l’attuale incertezza dei diplomatici statunitensi nel muoversi in certe zone del mondo.
Se da un lato i rappresentanti americani non possono recarsi in Medio Oriente, quelli russi non hanno voglia né ragione di scomodarsi per andare negli USA. Mosca ha indicato la Svizzera o la Turchia come sedi più appropriate per i prossimi incontri. Vi è comunque almeno un esponente del Cremlino che va a parlare con gli uomini di Trump, ed è Kirill Dmitriev, direttore del Fondo Russo per gli Investimenti Diretti (RDIF), che è stato in Florida l’11 marzo. Gli ucraini invece sono lieti di viaggiare fino a Miami o a Washington per svolgere le trattative, essendo là ormai da anni ospiti regolari. Zelensky ha dichiarato però che per il momento, a causa della situazione in Iran, i segnali necessari per un vertice trilaterale non sono ancora giunti.
Pausa oppure fine del formato attuale
Il formato trilaterale dei negoziati è solo in pausa oppure ormai è sepolto? Più gli USA devono dedicarsi alle ostilità contro l’Iran, meno possono impegnarsi nel processo di pace in Ucraina. Così, Kiev e gli alleati europei sono rimasti in un limbo nel quale si chiedono cosa accadrà quando (e se) Washington uscirà dal pasticcio che ha combinato nel Golfo Persico. Tornerà alla diplomazia oppure lascerà che il campo di battaglia decida le sorti del conflitto ucraino? In quest’ultimo caso, la risposta l’Europa la conosce già: sarà Mosca a vincere. Magari non a trionfare, magari con molte perdite, ma anche e soprattutto i Paesi europei e la stessa Ucraina avranno perso più di quanto avrebbero mai voluto in termini di soldi, armamenti e uomini.
Secondo l’ex ambasciatore a Kiev William Taylor Jr., la priorità statunitense oggi va all’Iran, ma una volta concluse le operazioni, Trump dovrà fare almeno un tentativo di fermare i combattimenti in Ucraina, anche senza necessariamente ottenere un accordo di pace. A questo scopo potrà usare le sanzioni economiche o riprendere l’assistenza militare agli ucraini. John Herbst, predecessore di Taylor all’ambasciata di Kiev, ritiene che il coinvolgimento delle truppe americane e i problemi dei mercati energetici costringono Washington a guardare soltanto al Medio Oriente. Un vantaggio per gli ucraini comunque c’è, perché stanno ottenendo l’interesse dei Paesi del Golfo grazie alla loro esperienza e alla loro tecnologia nel contrasto ai droni iraniani.
Iran ago della bilancia?
Le ostilità contro l’Iran potranno avere esiti diversi, che a loro volta determineranno l’atteggiamento della Casa Bianca verso la questione ucraina. Una chiara vittoria americana in Medio Oriente ringalluzzirebbe Trump, che tornerebbe così alla carica pressando Putin e la Russia con vari mezzi. Se invece gli USA ottengono solamente un “pareggio” o addirittura ne escono scornati, con gli arsenali depauperati e l’appoggio internazionale ridotto al lumicino, Mr. President cercherebbe con tutta probabilità di mettersi d’accordo con Mosca. È questa l’opinione di Peter Slezkine, esperto del centro studi Stimson. Quindi più vanno avanti le operazioni contro Teheran, più aumentano le chance che Kiev venga costretta dagli USA ad accettare le condizioni del Cremlino allo scopo di finire il prima possibile.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.


