Zelensky sta perdendo il consenso dei cittadini e l’appoggio degli alleati
Nelle ultime settimane il presidente ucraino Zelensky ha visto il calo del consenso dei cittadini verso le sue posizioni e l’erosione dell’appoggio occidentale su questioni fondamentali. Lo testimoniano gli ultimi sondaggi e le mosse recenti di USA e UE.
L’opinione di una larga maggioranza
La rivista britannica The Spectator definisce “esplosivo” il sondaggio effettuato dal 1° all’8 marzo dal Kyiv International Institute of Sociology (KIIS). Il 61% degli ucraini è disposto a votare un referendum sulla pace con cui fare dei compromessi territoriali con la Russia a patto di ottenere l’adesione alla UE nonché solide garanzie di sicurezza dagli alleati occidentali. Anche fra coloro che sono categoricamente contrari a cedere il Donbass in cambio delle garanzie, addirittura il 54% voterebbe comunque “sì” e soltanto il 14% sarebbe per il “no”.
Con questi numeri è chiaro come la posizione testarda di Zelensky sulla prosecuzione della guerra fino alla vittoria abbia gravemente perso autorità presso gli ucraini, stanchi di anni di ostilità e di difficoltà. Il KIIS spiega comunque che l’esito del sondaggio può essere dipeso molto dalla formulazione della domanda. E senza considerare poi la questione della legittimità, perché occorre valutare se il referendum venga fatto solo nei territori sotto il controllo di Kiev e quanto peserebbe il voto degli ucraini all’estero.
L’ombra di Zaluzhny
Lo stesso sondaggio però ha attestato un certo aumento della popolarità del presidente. Infatti il gradimento di Zelensky, che a febbraio era sceso dal 61% al 53%, a inizio marzo è risalito al 62%. Il 32% degli ucraini rimane comunque totalmente insoddisfatto di lui. E nel frattempo prosegue la campagna promozionale all’inglese per l’ex comandante in capo delle Forze armate ucraine, oggi ambasciatore a Londra Valery Zaluzhny. La rivista Monocle titola infatti chiedendosi se l’ex generale possa davvero diventare il prossimo presidente dell’Ucraina.
Pur tenendo un profilo basso, spiega l’articolo, gli occhi del Paese sono tutti sul comandante militare trasformatosi in ambasciatore e in oratore presso la prestigiosa Chatham House di Londra. A sostegno della sua implicita candidature vi è lo storico e scrittore Yaroslav Hrytsak, che spiega come gli ucraini stiano cercando qualcuno che preservi la loro sicurezza e che abbia una storia fatta di successi. La giornalista Kateryna Denisova del Kyiv Independent afferma che Zaluzhny è già diventato una figura politica prominente nel Paese, pur non avendo mai proclamato ufficialmente la sua intenzione di scendere in politica.
Prestiti e oleodotti
Gli ucraini non si sono piegati dopo che i russi hanno distrutto le loro infrastrutture energetiche e di trasporto, dice lo Spectator, ma nota come il colpo di grazie per Kiev possa invece arrivare dalla mancanza di denaro. C’è bisogno – e con urgenza – dei fondi per pagare i dipendenti pubblici e più in generale per mandare avanti l’intero apparato statale. Cosa forse più importante, i soldi servono all’esercito per funzionare e per acquistare gli armamenti in vista delle operazione nella stagione calda.
Quei soldi li può dare solamente l’Unione Europea, ma la tranche da 90 miliardi di euro è stata bloccata dal veto dell’Ungheria e della Slovacchia. Ora la Commissione sta cercando ogni maniera per aggirare quei “no”. Il premier magiaro Orban si è impuntato sulla questione dell’oleodotto Druzhba, che porta il petrolio russo a Budapest e Bratislava e che oggi non è funzionante a causa dei danni provocati da un attacco ucraino (o da un drone russo, secondo la versione di Kiev). Mentre Orban accusa Zelensky di impedire le riparazioni all’infrastruttura, quest’ultimo denuncia addirittura un “ricatto” degli alleati europei per costringerlo a permettere la riattivazione delle condutture.
Oleodotti e sanzioni
Secondo lui, lasciare che Ungheria e Slovacchia importino petrolio dalla Russia significa di fatto annullare le sanzioni. Ma oggi i Paesi membri della UE sono di fronte a scelte difficili, tali da contraddire la decisione presa da Bruxelles di rinunciare del tutto alle risorse energetiche russe entro la fine del prossimo anno. Il divertente paradosso c’è già nell’offerta della UE di finanziare e supervisionare la riparazione di un oleodotto di epoca sovietica per permettere l’afflusso di petrolio russo nel cuore dell’Europa.
Poi ci sono i leader come il primo ministro belga De Wever, il quale non ha paura di dire le cose come stanno: cioè che le sanzioni non hanno funzionato e che occorre dialogare col Cremlino prima di perdere rovinosamente il conflitto. E sulla normalizzazione dei rapporti con Mosca (con annessa ripresa della cooperazione energetica) concordano con lui pure altri capi di governo, dice, ma non osano dichiararlo apertamente. Poi ci sono gli USA, che hanno appena revocato le sanzioni sul greggio russo per un mese al fine di stabilizzare i mercati mondiali. Zelensky si oppone a questa scelta, ma dice anche che Kiev “non vuole perdere gli americani” e dunque deve fare buon viso a cattivo gioco.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.

