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In Libia cento anni dopo la Conferenza di Sirte si combatte ancora occupazione ed intrighi stranieri

La storia è fatta di corsi e ricorsi. Secondo Giovan Battista Vico, i corsi ed i ricorsi storici rappresentano il cammino dell’umanità che passa dal senso alla fantasia ed alla ragione e poi, corrompendosi, ricade in basso, nello stato selvaggio, per riprendere di nuovo il processo ascensivo ed iniziare il ricorso della civiltà. Sabato, Sirte ha ospitato un simposio in occasione del 100° anniversario della Conferenza di Sirte, incentrato sulla necessità di unificare la leadership politica tra Oriente e Occidente. Il simposio ha visto la partecipazione di un gran numero di ricercatori, accademici e appassionati di storia della Libia, attraverso la tecnologia Google Meeting oltre ad un’ampia partecipazione in presenza. Il simposio è stato organizzato dalla Fondazione Al-Burhan per il Dialogo e lo Sviluppo, guidata da un professore universitario ed ex segretario generale dell’Università di Sirte. Durante le due ore di simposio, gli esperti hanno discusso del periodo storico in Libia tra i due conflitti mondiali, il ruolo dell’Impero Ottomano, Regno Unito e Francia nel processo di unificazione del Paese attraverso la storia delle tre regioni. “Dobbiamo riconoscere che il governo italiano è ben educato e custodisce la nostra vera storia senza fuorviarla. Il generale Graziani ha scritto molti libri che hanno conservato il nostro passato. Le autorità italiane sostengono fermamente il referendum costituzionale poiché sono ben consapevoli della sua importanza prima di dirigersi alle elezioni. L’attuale situazione politica deve rompere il ghiaccio tra gli attori esterni, in particolare Unione Europea, Italia, Francia, Regno Unito, Turchia, Russia e infine Stati Uniti d’America”. Ci racconta Zakaria Khaled Alfageh, attivista civile e ricercatore di Sirte che ha preso parte ai lavori. Cento anni fa, il 22 gennaio 1922, Sirte ospitava una conferenza dopo che, il governo italiano e le forze di occupazione hanno tentato di impedire la convocazione di un incontro da parte della Resistenza a Gharyan, come scrive Ibrahim Omesh nella sua opera “Storia politica e futuro della società civile in Libia”. Quell’appello arrivò alla luce degli sviluppi locali e internazionali che ebbero un impatto significativo sull’arena del conflitto libico di fronte ai piani delle autorità di occupazione e delle loro forze in agguato sul Paese nordafricano, compiendo attacchi e ostacolando i movimenti di membri, delegazioni e leader che cercavano di unificare la lotta nelle varie regioni del Paese contro il colonialismo. Omesh ricorda che ci furono diversi fattori che hanno spinto la resistenza ad accelerare questa conferenza cento anni fa: gli strenui sforzi e gli intrighi maligni portati avanti dalle autorità di occupazione italiane per differenziare tra gli elementi ei capi della resistenza; il martirio del combattente nazionale e leader del movimento di resistenza nella regione di Tripoli, il mujahid Ramadan Al-Shitawi Al-Swehli; i cambiamenti internazionali che hanno accompagnato l’emergere della rivoluzione bolscevica in Russia e il suo sostegno ai movimenti di liberazione e alle questioni di autodeterminazione; gli echi della rivoluzione nazionale guidata da Saad Zagloul nel 1919 di fronte alle forze britanniche, che chiedevano l’evacuazione degli inglesi e l’indipendenza dell’Egitto; l’annuncio della fondazione della “Lega delle Nazioni” nel 1920, dopo la fine della prima guerra mondiale, e la firma del trattato di pace, che ha portato alla dichiarazione dei quattordici principi del presidente americano Wilson, che sancivano definitivamente il diritto dei popoli all’autodeterminazione e al non riconoscimento di trattati segreti. E infine: i cattivi effetti dei principi di Wilson sull’Italia che gli impedirono di ottenere la ricompensa promessa da Francia e Gran Bretagna nel Trattato segreto di Londra del 1915. I punti di quella conferenza sembrano essere tanto attuali da essere stati scritti ieri. L’articolo (4) della dichiarazione di Sirte afferma: “chi trama intrighi stranieri al governo a cui è attribuito, sarà giustiziato e il suo denaro confiscato secondo la legge islamica.” Così, invece, l’articolo 5: “le due parti (est ed ovest) ritengono che l’interesse della Nazione e la necessità di difenderla dal nemico comune richieda l’unificazione della leadership nel paese”. Tanto attuali che ricordano vagamente una dichiarazione rilasciata proprio ieri dai gruppi militari della regione occidentale che riconoscendo la leadership del generale Mohamed El-Haddad e del Governo di Unità Nazionale, mettono in guardia di chi dice di rappresentali, senza posizione o ruolo, alla ricerca di un accordo politico tra Cairo, Abu Dhabi, Amman e Turchia. La dichiarazione è arrivata poche ore prima dall’inizio della sessione parlamentare che ha già annunciato, la scorsa settimana, la necessità di sostituire l’attuale Governo di Abdel Hamid Dbeibah, la cui legittimità secondo il capo dell’HoR, Aguila Saleh, sarebbe scaduta il 24 dicembre.  Ciò che emerge in questi cento anni di storia, ciò che ha dato ai partiti stranieri così ampio margine di manovra, e la ragione dietro agli incessanti incontri all’estero tra diversi attori libici è la mancanza di fiducia. Una mancanza che si riflette forse anche tra i membri della Comunità internazionale, anche tra chi siamo abituati a considerare alleati, o che perlomeno, dovrebbe esserlo. Commentando l’attuale situazione politica in Libia, Zakaria afferma: “abbiamo bisogno di una reale volontà nazionale per tirarci fuori da questa difficile situazione in cui siamo caduti e porre fine alle fasi di transizione, perché i decisori della Camera dei Rappresentanti, dell’Alto Consiglio di Stato, del Governo di Unità Nazionale e Consiglio presidenziale non lasceranno facilmente il potere, così come le formazioni militari nella Libia occidentale e l’esercito nazionale libico ad est non lasceranno le armi né seguiranno istruzioni ed ordini. Secondo me, alla Libia serviranno altri dieci anni per raggiungere una maturità politica. E forse, nel prossimo decennio, molti dei cattivi decisori e politici che ci hanno condotto nell’abisso saranno morti”.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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