Groenlandia, forse l’ultimo chiodo sulla bara della NATO
La Groenlandia potrebbe essere l’ultimo proverbiale chiodo sulla bara della NATO. Non è certo la prima volta che si verificano dissidi fra i membri dell’Alleanza né diatribe fra il grande fratello americano e i partner europei. Stavolta però la misura sembra colma. E negli USA stessi si levano voci per uscire dal Patto Atlantico.
Diversi crisi nei decenni
Fra i momenti più scottanti nella storia nella NATO il primo fu la crisi di Suez del 1956, quando gli USA premettero sul piano diplomatico ed economico per stoppare l’aggressione militare franco-britannica in Egitto. Negli anni ‘70 la guerra del Vietnam scatenò fortissime reazioni anche a livello popolare e di partiti politici nazionali, con le tante marce di protesta e i memorabili slogan (Yankees go home!). Negli anni ‘80, la crisi degli euromissili diede qualche mal di testa ai vertici dell’Alleanza, quando fu chiaro che Washington considerava l’Europa Occidentale assolutamente sacrificabile nel quadro di un’eventuale guerra nucleare “limitata” contro l’URSS.
In tempi più recenti, l’invasione dell’Iraq nel 2003 generò problemi nelle relazioni fra la Casa Bianca e i governi europei, specialmente quando Parigi e Berlino rifiutarono il loro appoggio all’attacco contro Saddam Hussein e cercarono di bloccarlo. Col ritorno di Trump al potere, si è toccato un altro minimo storico nei rapporti fra i membri della NATO. Vedremo se toccheranno il fondo oppure se il clima tornerà sereno. Tuttavia prevale il pessimismo.
La crisi groenlandese
L’attuale amministrazione repubblicana ha più volte descritto gli alleati europei come deboli e inaffidabili e ha preteso da loro un impegno finanziario molto maggiore. A ciò si aggiunge la breve guerra commerciale scatenata da Trump l’estate scorsa e vinta praticamente subito contro la Commissione UE. In Groenlandia oggi pare che gli alleati abbiano trovato un qualche tipo di intesa, un accordo-quadro di cui però ancora non si conoscono i dettagli. L’invasione diretta da parte degli USA è stata evitata, così come l’eventuale incontro-scontro con i pochi soldati europei inviati a presiedere l’isola. I groenlandesi tirano un sospiro di sollievo, ma temono comunque di essere diventati una pedina sacrificabile, anzi già sacrificata.
Resta da vedere se e come reagirà il membro NATO più interessato alla vicenda, cioè la Danimarca. Il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen si dice lieto che le minacce militari statunitensi siano cadute, ma ribadisce che nessuno ha il diritto di negoziare accordi riguardanti la sua terra senza il coinvolgimento di Copenhagen. Intanto la premier danese Mette Frederiksen si è recata in Groenlandia per esprimere il suo “forte sostegno” e sottolineare come la difesa e la sicurezza nell’Artico siano un punto comune di tutta l’Alleanza, quindi non gestibile in autonomia da uno o più membri.
Fine della NATO in arrivo…
È questa la prima parte del titolo di un editoriale del New York Times. Una frase piuttosto scioccante per coloro che in Europa sono abituati a credere nell’inevitabile superiorità dell’Occidente. La seconda parte del titolo è questa: è non un disastro. Lo sostiene Rajan Menon, professore emerito al City College di New York. Secondo lui, l’accordo ventilato sulla Groenlandia non può più cancellare l’onta della minaccia di Trump di un’aggressione militare.
Gli USA, fondatori e membro più potente della NATO, stanno cercando di prendersi con le buone o con le cattive un territorio appartenente a uno dei loro alleati. Dopo lo shock delle settimane recenti, nessuno può più avere dubbi: la NATO per come la conosciamo, l’alleanza che è stata il fondamento della sicurezza transatlantica per oltre 75 anni, sta giungendo al termine. Non sarà un disastro, dice Menon, perché l’Europa – che a lungo subappaltato a Washington la propria sicurezza – ha i mezzi e le motivazioni per proteggere sé stessa e ha una chance di uscire dall’ombra che le fanno gli americani. E Trump a sua volta lamenta che gli Stati Uniti danno tanto e in cambio ricevono poco.
Ritiro immediato dall’Alleanza
Ci va pesante anche la rivista politica americana The Hill con un titolo esplicito: “L’America dovrebbe ritirarsi dalla NATO immediatamente”. L’Alleanza Atlantica ormai è finita. Ha perso di senso: non c’è più il Patto di Varsavia, non c’è più la Guerra Fredda, non ci sono più quegli elementi che ne determinarono la creazione e l’esistenza. Collassata l’Unione Sovietica, invece di dichiarare vittoria e sciogliersi la NATO è rimasta come patto difensivo senza un nemico contro cui difendersi. Ha cominciato a fare moralismo e a espandersi fino ai confini della Russia, assorbendo pure due Paesi storicamente neutrali come Svezia e Finlandia in nome della “stabilità”. Definisce un’escalation come “rassicurazione”, un accerchiamento come “difesa”.
L’articolo cita Kosovo, Iraq, Libia e Afghanistan: ciascuna di queste operazioni doveva essere un’eccezione e invece è diventava il precedente per l’intervento successivo. Soprattutto l’Afghanistan, con migliaia di miliardi e venti anni sprecati per lasciare poi il Paese in mano ai talebani, dovrebbe insegnare qualcosa su ciò che è la NATO. In Ucraina si è vista la sua trasformazione definitiva in un brand politico-militare la cui sopravvivenza dipende da un conflitto perpetuo. Gli USA dovrebbero uscirne prima che vengano perse altre vite e prima di sentire nuove giustificazioni fabbricate per far funzionare la macchina di morte.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.


