Gli Stati europei hanno un nuovo nemico contro cui coalizzarsi: la geopolitica di Trump

Gli Stati europei hanno un nuovo nemico contro cui coalizzarsi: la geopolitica di Trump

17 Gennaio 2026 0

Si verificano riallineamenti ed emergono nuove coalizioni in questo scoppiettante inizio del 2026. I progetti geopolitici di Trump tengono svegli la notte certi leader europei, che in vari modo tentano di elaborare per sé e per l’Europa delle garanzie di sicurezza. Il nemico adesso è il nuovo corso di Washington, mentre Mosca o Pechino sembra facciano meno paura. Ne fa un’approfondita analisi Howard French, docente della Columbia University ed editorialista del Foreign Policy.

L’ascensore di Luttwak

Anni fa, mentre facevo ricerche per un libro sull’immagine crescente che la Cina ha di sé stessa come potenza globale, mi sono imbattuto in una parabola sui rischi delle ambizioni geopolitiche improvvise e troppo esplicite. Una storia così avvincente che ho deciso di riportarla interamente, come farò qui. Le immagini evocate dal suo autore, lo stratega Edward Luttwak, non hanno assolutamente perso di efficacia. Oggi però si evidenzia come il mondo al quale le applicava sia cambiato e i ruoli principali si siano scambiati.

“I passeggeri di un ascensore affollato nel quale un obeso signor Cina è appena entrato devono reagire in autodifesa, se costui diventa velocemente ancor più grasso schiacciandoli contro le pareti, persino se è totalmente inoffensivo e addirittura affabile. A dire il vero, l’ascensore affollato conteneva già un signor America ancor più grasso, rumoroso e spesso violento. Però soltanto perché era con loro da molto tempo, quasi tutti erano giunti a una soddisfacente intesa con tale omone chiassoso…”.

Si temeva la Cina

Questo scenario di Luttwak, con le sue ingiuriosi metafore corporee, è stato pubblicato più di un decennio orsono, in un’epoca di acuta ansietà verso la Cina in rapida crescita. Quello che era infatti lo Stato più popoloso del mondo e quello con il record della trasformazione economica più intensa, che durava da oltre un quarto di secolo e stava inquietando moltissima gente. Fra di loro naturalmente c’erano i Paesi occidentali guidati dagli USA, che si erano da lungo tempo abituati al loro incredibile benessere, all’esteso potere e all’influenza che ne derivava. E adesso erano ridotti sempre di più a dover guardare nervosamente nello specchietto retrovisore una Cina che li stava raggiungendo.

La Cina poteva anche dimostrare affabilità – lo scrive Luttwak – ma era lontana dall’essere “totalmente inoffensiva”. Per come lo descrive, il senso di un ascensore sovraffollato con un nuovo passeggero fuori misura era qualcosa di soffocante per i vicini di Pechino, tipo il Giappone e gli Stati marittimi del Sud-Est asiatico. Essi si sentivano apertamente bullizzati dagli investimenti cinesi in una flotta d’alto mare che iniziava a sfruttare per rafforzare le sue pretese extralegali su quasi tutti i mari circostanti della regione.

Elementi nuovi

Il primo dei due elementi che sono cambiati di più da allora è il modo in cui la maggior parte dei passeggeri del nostro ascensore si è abituata alla massa del signor Cina. La fenomenale crescita economica di questo Paese è un po’ rallentata e – cosa più importante – ora la vedono nei termini di un dato di fatto più che una realtà sconcertante. Il secondo elemento è ovviamente la condotta incredibile degli USA sotto la guida di Trump. Mentre scrivevo nel 2017 il mio libro “Everything under the heavens: how the past helps shape China’s push for global power” mi appariva buon senso il consigliare la calma agli Stati Uniti. La via migliore per il Paese era secondo me tenere in buon ordine la propria casa e cioè restare relativamente aperti al resto del mondo. E intanto investire costantemente nelle proprie straordinarie capacità di scienza e istruzione.

Consigli agli USA

Washington non doveva quindi reagire in maniera esagerata alla nuova forza cinese facendo così l’errore di comportarsi in modo più aggressivo o evidenziando troppo la potenza militare. Invece deve ricompattare le sue alleanze e far applicare il diritto internazionale, fattori che rinnovano la sua attrattività per il resto del mondo e impongono a Pechino di competere su un terreno largamente favorevole agli USA, che include soft power, democrazia, stato di diritto e l’accoglimento di persone talentuose e lavoratrici da qualunque angolo del pianeta. La Cina ha fatto poco su tali elementi, ma ha sempre reinvestito nei suoi punti di forza, mantenendo un profilo diplomatico contenuto e migliorando il suo sistema scolastico come garanzia di una futura competitività.

Ora il passeggero enorme sono gli USA

Da presidente in due mandati non consecutivi, Trump ha fatto praticamente l’opposto di tutto ciò. Secondo me, comunque, è solamente in queste ultime settimane che la vivace metafora di Luttwak è prepotentemente tornata in mente. Con le sue azioni estremamente aggressive in Paesi geograficamente lontani come Nigeria, Siria e Venezuela (nel quale Trump si è dichiarato “presidente ad interim” dopo aver ordinato il rapimento di Maduro), e con minacce di ulteriori attacchi in luoghi come l’Iran, ora sono gli USA che premono una serie di Stati contro le pareti dell’ascensore.

Nella storiella di Luttwak la Cina si espandeva soprattutto per tramite della crescita economica. Nel secondo mandato di Trump, Washington lo sta facendo in un modo completamente diverso, che rammenta l’epoca imperiale quando il primo istinto di nazioni che concorrevano per la ricchezza e il potere nel mondo era l’espansione territoriale. Tutto ciò ha dato come risultato qualcosa di quasi inimmaginabile per l’epoca nella quale la parabola dell’ascensore venne scritta.

Oggi è spesso la Cina più che gli Stati Uniti ad apparire come la potenza globale dello status quo. L’esempio lampante di ciò riguarda la recente escalation di Trump nelle pretese verso la Groenlandia, con cui minaccia di trasformare l’immagine degli USA in quella di uno Stato-canaglia. Col suo linguaggio promette di ottenere l’isola in un modo o nell’altro, con le buone o con le cattive: riecheggiano qui i dialoghi criminali dei film di Hollywood più che quelli della diplomazia tradizionale. Ciò potrebbe infine preannunciare una rottura dei rapporti di Washington con l’Europa, portandola dall’essere un’alleanza sempre più sospettosa a qualcosa di più contingente e potenzialmente distante.

Comportamento e obiettivi di Trump

E forse era proprio questo il suo obiettivo fin dall’inizio, come forse dimostrano il suo apparente debole verso Putin e il relativo ambiguo supporto all’Ucraina assediata. Il presidente americano non mi ha mai impressionato in qualità di pensatore sistematico o di soggetto capace di una visione a lungo termine. Ma seguendo lo scenario di Luttwak fino alla sua logica conclusione, allora esso può dire molto su cosa attenderci in un mondo in rapido cambiamento. E alcuni di questi cambiamenti sono effettivamente già in corso. Quando un passeggero dell’ascensore sovraffollato inizia a comportarsi in maniera aggressiva, sgomitando ferocemente e tossendo in faccia alle persone, disprezzando così tutte le convenzioni sociali, gli altri passeggeri a un certo momento non avranno altra scelta se non quella di spingerlo via.

È proprio la realtà alla quale il mondo si sta risvegliando dopo che Trump ha proclamato di “non aver bisogno” del diritto internazionale perché è limitato solamente dalla propria “moralità”. Il respingimento, specialmente in una fase iniziale, può avere forse diverse e non implica necessariamente un atteggiamento offensivo. Qualcuno potrebbe mostrare l’audacia di affrontare da solo il gigante. Passando però alla terminologia delle relazioni internazionali, essi cercano la forza nel numero, formando coalizioni coi loro vicini afflitti e persino con passeggeri empatici che stanno fuori dal loro giro più stretto.

Gli alleati si riallineano

Questo è almeno in parte il senso della recente e a lungo rimandata conclusione dell’accordo commerciale dell’Europa col Sud America. È la logica del ridurre i rischi, ciò che fanno gli Stati quando le partnership durature vengono messe in dubbio. Possiamo aspettarci di vederlo ancora nel mondo in risposta a un Trump che pare cedere alla megalomania. Un altro esempio, anch’esso complicato e sorprendente, arriva con la notizia che l’Arabia Saudita, una potenza petrolifera che Trump ha corteggiato intensamente, ha avuto colloqui per l’acquisizione dei caccia cinesi per la propria aviazione militare e ha firmato un patto difensivo reciproco con il Pakistan che è potenza nucleare.

Sotto l’attuale presidenza, Washington ha mostrato la disponibilità a vendere ai sauditi praticamente qualunque tipo di armamento desiderassero, compresi i jet statunitensi da combattimento più avanzati. Il problema è che il comportamento imprevedibile e aggressivo di Trump li ha resi nervosi, proprio come ha fatto con tutti gli altri.

Cambio di paradigma azzardato

L’urgenza di mettersi al riparo non è un buon segno per gli USA, che sono nel bel mezzo di un cambio di paradigma geopolitico estremamente azzardato. Esso è tale da indebolire i suoi impegni e l’interdipendenza con gli alleati di vecchia data in Europa e in Asia a favore di una nozione fantasiosa per la quale dominando l’emisfero occidentale l’America sarà a posto, anzi pure meglio di prima. L’America Latina è poca cosa in confronto ai più stretti alleati tradizionali della NATO e poi Giappone e Corea del Sud, in termini di ricchezza, innovazione, tecnologia, abilità produttive, popolazione e quasi ogni altro parametro di competitività che si possa immaginare.

Non vi sono argomenti a favore del reinvestire in America Latina, che per lungo tempo gli USA hanno tenuto in secondo piano. Ecco che l’idea che l’America di Trump emerga più ricca e più forte ricalibrando la propria geopolitica sul proprio emisfero è una follia totale. Tuttavia qui emerge un secondo problema. Immischiandosi nell’America Latina nel modo in cui hanno fatto in Venezuela e minacciando di fare lo stesso in Colombia, in Messico e a cuba, gli Stati Uniti stanno facendo sì che un riequilibrio avvenga pure nel loro cortile di casa. E’ solo una questione di tempo.

Redazione Strumenti Politici
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