“Nawar Achiya”, la bellezza che resiste nel buio delle periferie della Tunisia
C’è un cinema che nasce dall’urgenza di raccontare ciò che resta ai margini. “Nawar Achiya” — noto anche con il titolo internazionale “4 O’Clock Flower” o “Belle de Nuit” — debutto nel lungometraggio di finzione di Khedija Lemkecher, appartiene a questa categoria rara. Non è soltanto un film, ma una lente puntata sulle periferie tunisine — le cités, i quartierspopulaires — dove il disagio sociale si intreccia con criminalità, esclusione e una mortalità giovanile silenziosa ma persistente.
La regista tunisina, finora associata a commedie dal tono più leggero, compie qui una svolta netta: abbandona l’ironia per immergersi in un realismo crudo, quasi documentaristico, attraversato però da un onirismo profondo e silenzioso. La regista tunisina, finora associata a commedie dal tono più leggero, compie qui una svolta netta: abbandona l’ironia per immergersi in un realismo crudo, quasi documentaristico, attraversato però da un onirismo profondo e silenzioso.
Hay Helal, il centro del racconto
Il cuore pulsante del film è Hay Helal, uno dei quartieri periferici più difficili di Tunisi, lontano dai circuiti turistici e dalle luci dei festival di pochi giorni e dalle passerelle della cooperazione internazionale. Lemkecher ha raccontato di avervi trascorso quattro anni prima delle riprese, un tempo lungo e necessario per “addomesticare” il luogo, farsi accettare, quasi adottare, dai suoi abitanti. È una scelta che si riflette con forza sullo schermo.
La regista rifiuta consapevolmente ogni forma di miserabilismo. La periferia non è rappresentata come un universo di sole vittime, ma come uno spazio complesso, abitato da individui fieri, capaci di talento e reinvenzione. È il caso del protagonista Yahya, che tenta di riscrivere il proprio destino attraverso la boxe.
L’autenticità è radicale: niente scenografie costruite, nessun trucco. Case, strade, volti — molti appartenenti a veri abitanti di Hay Helal e di Jebel Lahmar — sono reali. Eppure, dentro questa verità aspra, Lemkecher trova spazio per una sorprendente estetica del margine: la macchina da presa indugia sui tramonti, sulla luce che scivola tra i palazzi, trasformando il paesaggio urbano in un luogo di contemplazione, trattato con un amore quasi poetico. Non è un caso. La disoccupazione giovanile in Tunisia oscilla a livello nazionale tra il 16 e il 18 per cento, ma nelle periferie urbane supera spesso il 35-40 per cento tra i 15 e i 24 anni. A questo si aggiunge l’abbandono scolastico, vera matrice del disagio: ogni anno circa 100 mila studenti lasciano la scuola, in larga parte provenienti dalle cinture urbane povere, alimentando il lavoro informale e l’assenza di prospettive.
Boxe, sogni e desiderio di emigrare
La trama del film segue il rapporto tra Yahya, giovane che passa le giornate a vagare senza meta nel quartiere, e Joe, proprietario di una palestra che intravede in lui un possibile campione. Ma mentre l’allenatore crede nella disciplina e nel futuro, Yahya è divorato da un’altra ossessione: la fuga, rappresentata dalla metafora di una sirena, che con il suo canto lo attrae verso il Mediterraneo. L’idea di attraversare quel mare che promette riscatto e che, troppo spesso, restituisce soltanto morte.
Il mare come ossessione
Ed è proprio il mare il vero antagonista invisibile di “Nawar Achiya”. Il desiderio di fuga che consuma Yahya rimanda direttamente alla harga, termine che in dialetto tunisino rimanda alla migrazione irregolare. Nell’ultimo decennio, migliaia di giovani tunisini sono morti o risultano dispersi nel Mediterraneo; molti provenivano proprio dalle periferie di Tunisi e Sfax.
Secondo gli osservatori locali, la migrazione è oggi una delle principali cause di mortalità giovanile indiretta. A questo si aggiungono i suicidi e i gesti di autolesionismo, spesso pubblici, come l’auto-immolazione, monitorati con preoccupazione crescente dalle autorità. La fascia più colpita è quella tra i 20 e i 35 anni, la stessa raccontata dal film.
La metafora della “Bella di Notte”
Il titolo non è ornamentale. La “Bella di Notte” è un fiore selvatico che cresce tra i rifiuti e sboccia solo al crepuscolo. Lemkecher lo usa come metafora dei giovani delle periferie: talenti invisibili, costretti a fiorire lontano dalla luce, se mai ci riescono.
Il ring come spazio di parola
La boxe non è soltanto un tema narrativo, ma un vero e proprio linguaggio del corpo. Lemkecher ha coinvolto la Federazione tunisina di boxe per garantire il realismo dei combattimenti, trasformando il ring in uno spazio di espressione primaria, dove chi non ha voce può finalmente farsi sentire attraverso il movimento, il respiro, il colpo.
Anche il tempo diventa materia cinematografica. La regista adotta una narrazione lenta, talvolta estenuante, per trasmettere allo spettatore l’ennui, ovvero la noiache opprime molti giovani tunisini nei quartieri popolari: un tempo sospeso, ripetitivo, che sembra una condanna più che un’attesa.
Un cinema che dice la verità
Lemkecher rifiuta il sensazionalismo. Eppure, il contesto che emerge è quello di quartieri dove la criminalità non è eccezione ma sottofondo. Dopo il 2011, studi sociologici parlano di un cambio qualitativo della micro-criminalità: aumento del consumo e dello spaccio di droghe sintetiche a basso costo, come ecstasy e farmaci oppioidi, che alimentano furti e aggressioni.
I rapporti giudiziari segnalano anche un incremento dei reati commessi da minori, spesso legati a bande di quartiere. La Tunisia mantiene un indice relativamente basso di criminalità organizzata rispetto alla media africana, ma nelle periferie urbane crescono fenomeni connessi alla tratta di esseri umani e al contrabbando, soprattutto nelle aree di transito. Nel film, tutto questo resta ai margini dell’inquadratura, come accade nella vita reale: una presenza costante, mai dichiarata, ma sempre pronta a emergere.
Nawar Achiya è, in definitiva, un atto di resistenza cinematografica. Lemkecher rifiuta qualsiasi “happy end”rassicurante per restare fedele alla realtà dei giovani incontrati durante la preparazione del film, gli stessi che le hanno chiesto di “dire la verità” sulla mancanza di sbocchi e di futuro. Non offre soluzioni facili, né illusioni. Costringe piuttosto lo spettatore a guardare dentro l’oscurità delle periferie — e a scoprire che, proprio lì, può esistere una luce diversa: non quella del riscatto promesso, ma quella ostinata della dignità.

Vanessa Tomassini è una giornalista pubblicista, corrispondente in Tunisia per Strumenti Politici. Nel 2016 ha fondato insieme ad accademici, attivisti e giornalisti “Speciale Libia, Centro di Ricerca sulle Questioni Libiche, la cui pubblicazione ha il pregio di attingere direttamente da fonti locali. Nel 2022, ha presentato al Senato il dossier “La nuova leadership della Libia, in mezzo al caos politico, c’è ancora speranza per le elezioni”, una raccolta di interviste a candidati presidenziali e leader sociali come sindaci e rappresentanti delle tribù.
Ha condotto il primo forum economico organizzato dall’Associazione Italo Libica per il Business e lo Sviluppo (ILBDA) che ha riunito istituzioni, comuni, banche, imprese e uomini d’affari da tre Paesi: Italia, Libia e Tunisia. Nel 2019, la sua prima esperienza in un teatro di conflitto, visitando Tripoli e Bengasi. Ha realizzato reportage sulla drammatica situazione dei campi profughi palestinesi e siriani in Libano, sui diritti dei minori e delle minoranze. Alla passione per il giornalismo investigativo, si aggiunge quella per l’arte, il cinema e la letteratura. È autrice di due libri e i suoi articoli sono apparsi su importanti quotidiani della stampa locale ed internazionale.

