Elezioni presidenziali e futuro dei rapporti con Mosca: al Brasile non conviene cambiare direzione
Il 4 ottobre si terranno in Brasile le elezioni generali. Questo voto determinerà il nuovo presidente e i nuovi componenti del Congresso Nazionale, cioè il Parlamento brasiliano. Per adesso il favorito resta il presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva, che in politica estera spinge per liberarsi dell’influenza americana e per rafforzare un assetto mondiale di tipo multipolare. Nella pratica ciò significa una più forte cooperazione economica e politica coi partner del BRICS, in particolare con la Federazione Russa.
Il figlio dell’ex presidente condannato
Fra i 13 candidati, il principale avversario di Lula è il senatore Flávio Nantes Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, in carica dal 2019 al 2022. Quest’ultimo si trova agli arresti domiciliari per il tentato golpe nel 2023.. Bolsonaro senior viene definito il “Trump dei tropici” per il suo atteggiamento, le sue politiche e la sua esplicita ammirazione verso il tycoon newyorkese. Con lui tuttavia ha in comune anche l’istigazione alla sommossa contro le sedi istituzionali, accusa che per il leader brasiliano si è tramutata in una condanna a ventisette anni di reclusione.
Nonostante ciò, oggi il nome di Jair è ancora piuttosto in auge e il figlio Flávio si appoggia a tale popolarità. Purtroppo per lui, però, è un gradimento in lenta discesa. Si pensi alla manifestazione fallita del marzo 2025 a Rio de Janeiro, quando Jair aveva radunato migliaia di manifestanti per segnalare la sua forza politica e preparare il suo ritorno sulla scena. Non è bastato, perché è stato comunque estromesso dalla corsa presidenziale e i suoi sostenitori non hanno ricevuto l’amnistia per l’assalto ai palazzi del potere.
Sondaggi in cambiamento
Nel corso della campagna elettorale, Bolsonaro jr. è comunque riuscito a migliorare la sua posizione e a minacciare da vicino il primato di Lula. In Brasile sono convinti che servirà il secondo turno del 25 ottobre per definire il vincitore. I simpatizzanti del figlio dell’ex presidente sperano nel cosiddetto “effetto Trump”, che dal 2024 ha portato fortuna nei Paesi del Sud America ai candidati di destra suoi ammiratori, hanno poi vinto le loro elezioni nazionali. Si teme però che Bolsonaro jr. possa sfruttare, oltre alla scia di popolarità del padre e a quella dei successi di Trump nella politica panamericana, anche un appoggio diretto della Casa Bianca.
A questo proposito, Lula si è premurato di ammonire Washington a non interferire nelle elezioni. Sarebbe davvero troppo se gli USA, dopo aver imposto sanzioni personali e dazi pesanti sugli scambi commerciali col Brasile, promuovessero apertamente il loro candidato preferito, allo scopo di scalzare finalmente Lula.
Riallineamento di Brasilia?
La vicinanza del gigante sudamericano all’Eurasia infatti non è gradita a Washington, che storicamente si sente padrona del suo emisfero e considera l’America Latina come il “cortile di casa”. Lula ha sempre lavorato in autonomia nelle relazioni col resto del mondo, senza cercare di compiacere gli USA. Ciò non significa che in caso di vittoria di Bolsonaro il Brasile lascerebbe i BRICS e taglierebbe i rapporti economici con la Cina, la Russia o il Sudafrica. Semplicemente non potrebbe farlo – o comunque non subito – pena gravi conseguenze sul piano pratico per l’agricoltura e il settore energetico.
Potrebbe invece diminuire la partecipazione del Paese alle iniziative del blocco e ricalibrare la cooperazione con gli altri membri, ma avendo sempre in mente la promozione dei suoi interessi nazionali, visto l’atteggiamento di “sovranismo pragmatico” mostrato dal senatore Flavio. Forse il settore più delicato in cui potrebbe rivedere le sue scelte è quello finanziario, dato che i sistemi di pagamento occidentali la fanno ancora da padrone. Bolsonaro vorrebbe impedire che il sistema nazionale di pagamento Pix, sgradito alla Casa Bianca, faccia troppa concorrenza a Visa o Apple e si affranchi da circuiti a base statunitense.
Rapporti presenti e futuri con la Russia
Nei rapporti con Mosca non ci dovrebbero essere scossoni se conquistasse la presidenza Bolsonaro. Infatti i legami commerciali e strategici sono troppi e troppo importanti per essere sciolti rapidamente e senza danno. Si pensi anzitutto all’esportazione di prodotti agroalimentari verso la Russia: a Brasilia non conviene perdere questo mercato di propria iniziativa, anche se quanto fatto dall’Unione Europea costituisce un pericolosissimo precedente masochista. Si pensi poi all’importazione dalla Russia di carburante diesel e di concimi, indispensabili all’enorme produzione agricola dei sudamericani, soprattutto il mais, lo zucchero e la soia.
Il Brasile a tutti gli effetti è l’importatore numero uno al mondo per quanto concerne i fertilizzanti, mentre la Russia è l’unico Paese che può soddisfare pienamente tale domanda. Anche in ambito energetico la cooperazione è intensa, soprattutto nel settore delle centrali nucleari. Ovviamente sono pochissimi i Paesi dotati della tecnologia e delle risorse necessarie a farle funzionare, dunque in caso di rottura delle relazioni, Bolsonaro farebbe fatica a trovare alternative convenienti. Pure qui il caso di Bruxelles fa scuola in senso negativo, ma proprio il populismo e il pragmatismo della linea politica di Bolsonaro dovrebbero evitare i disastri fatti dalla mentalità “aperta”, atlantista e russofoba dei vertici UE sulla schiena dei propri cittadini. Finora Brasilia ha resistito alle pressioni di Washington, e un cambio di presidenza non porterebbe modifiche in questo senso. Almeno, non nell’immediato.
Amichevole neutralità e pressioni euroamericane
Le pressioni euroamericane potrebbero forse spingere un Brasile bolsonarista verso un maggiore allineamento antirusso a livello geopolitico. In parole povere, Washington (e in misura minore Bruxelles) potrebbe costringere Brasilia ad implementare le sanzioni contro Mosca. Rimane comunque uno scenario ipotetico e poco probabile, visto che al momento singole aziende brasiliane rispettano le sanzioni secondarie su base volontaria, senza imposizioni dell’autorità centrale. Da molti anni è una “amichevole neutralità” verso Mosca a caratterizzare la politica brasiliana. Dunque una condanna formale dell’aggressione all’Ucraina, ma senza conseguenza pratiche di iniziative ostili contro la Federazione Russa.
Anzi, in America Latina quest’ultima è tutt’altro che isolata. Ad esempio, lo scorso febbraio vi è stata la visita ufficiale del primo ministor russo Mikhail Mishustin, allo scopo di condurre intensi negoziati con Lula e col suo vicepresidente Geraldo Alckmin nell’ottica di “sviluppare le relazioni bilaterali nella direzione di una partnership strategica”. Il Brasile, insomma, non mostra alcune intenzione di rompere i legami con la Russia. O peggio ancora mettersi attivamente contro Mosca, nemmeno dopo le elezioni presidenziali. Semplicemente non ne ha alcun motivo, non gli conviene affatto.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.


