Intervista col giornalista islandese Stefán Sveinsson sul referendum vinto dai “no” all’Unione Europea
L’Islanda sta recentemente giocando un ruolo importante nel dibattito politico europeo. Ci si aspettava che al referendum del 29 agosto trionfassero i “sì” alla ripresa dei negoziati per l’ingresso del Paese nell’Unione Europea. E invece, anche se di poco, hanno vinto i “no”. Reykjavik rimane così fuori dalla UE, pur essendo perfettamente integrata nell’economia continentale e membro fondatore della NATO. Abbiamo chiesto delucidazioni sulla scelta islandese di non entrare nell’Unione a Stefán Gunnar Sveinsson, giornalista specializzato in politica, relazioni internazionali e difesa. Scrive per il quotidiano più diffuso di Islanda, il Morgunblaðið, il cui sito di notizie è il più visitato del Paese.

– Il fronte del “no” ha vinto con un margine non troppo ampio. Che cos’è che ha determinato la vittoria dei contrari alla UE?
– Si è trattato in effetti di un margine sottile. Esso riflette il fatto che su questo tema la nostra società è divisa in parti quasi uguali. A mio parere, l’elemento che ha fatto la differenza è che le persone tendono a mantenersi fedeli a ciò che conoscono, in risposta a qualcosa di ignoto. Inoltre, il fronte del “no” è riuscito a raccogliere l’adesione di alcuni personaggi piuttosto importanti della politica islandese, portando così gli indecisi dalla propria parte. Ad esempio l’ex presidente Ólafur Ragnar Grímsson, che ha ancora un certo peso nel dibattito pubblico nazionale, soprattutto fra quelli della sua generazione. Invece, il fronte del “sì” non aveva alcun nome di rilievo che potessi impegnarsi totalmente a favore della causa. Alla fine, probabilmente è ciò che ha danneggiato il suo risultato.
– Può spiegare i motivi della differenza di voto fra la capitale Reykjavik, in gran parte per il sì, e gli altri distretti elettorali, che hanno preferito il no. Sembra che la maggioranza dei giovani abbia votato no, ma ciò contraddice la narrativa dominante che vede una gioventù europea completamente in favore della UE.
– Come nel caso di molti altri Paesi occidentali, anche l’Islanda ha una divisione di tipo urbano/rurale nel panorama politico interno. Questa spaccatura esiste su su tutti i livelli, anche sulla questione dell’ingresso nella UE. Gli elettori delle campagne sono più propensi ad essere scettici verso un’ulteriore integrazione con l’Europa. Ci sono state peraltro delle domande rimaste senza risposta a proposito degli effetti dell’adesione a Bruxelles sull’agricoltura e sulla pesca, i principali settori lavorativi del Paese.
A proposito del voto giovane, bisogna evidenziare come i partiti politici islandesi abbiano una lunga storia di gruppi di base e di sezioni giovanili ben organizzate. I partiti contrari alla UE hanno unito le forze a livello di giovani: si sono viste ad esempio pubblicità online nella quali i leader della gioventù del Partito dell’Indipendenza e del Partito Socialista apparivano insieme dichiarando di essere in disaccordo su tutto tranne che sul fatto che aderire alla UE sia una pessima idea. Credo che questo sforzo abbia prodotto effetti sulle preferenze degli elettori di età più bassa.
– Da molti anni l’Islanda coopera con la UE, è membro della NATO e dello Spazio economico europeo (SEE). Inoltre ha ottimi rapporti con tutti i Paesi europei. Allora perché Bruxelles desidera tanto che Reykjavik entri nell’Unione? E in che modo l’adesione peserebbe sull’economia e sulla società islandese?
– Non posso dare un commento sulle intenzioni di Bruxelles. Il problema principale dell’Islanda è che siamo già ben integrati, per il tramite del SEE, della NATO e così via. Quindi sono molti a ritenere che stiamo già beneficiando al massimo dalla cooperazione con l’Europa, senza avere bisogno di sacrificare troppo della nostra sovranità. Il quesito referendario era se volessimo riprendere i colloqui sull’adesione: tali negoziati non avrebbero necessariamente condotto a un risultato gradito anche a molti islandesi che hanno votato sì.

– L’Islanda è più prospera di molti Stati membri della UE e molto più ricca di tutti gli altri Paesi-candidati. Ed è anche praticamente pronta alla membership dal punto di vista legislativo. Eppure gli islandesi hanno deciso che non è ancora giunto il momento. Crede che la gente in futuro possa cambiare idea? Che cosa servirebbe per modificare questa opinione?
– È difficile rispondere. L’Islanda avanzò la sua candidatura nel 2009 a seguito di una catastrofe economica, ma quei negoziati terminarono senza alcun risultato. Forse ci vorrebbe un evento simile, qui da noi oppure all’estero, per convincere la maggioranza dei cittadini che unirsi alla UE sia qualcosa di indispensabile nel prossimo futuro.
– Pensa che il governo Frostadóttir o un altro governo futuro possa riprovare a spingere per l’ingresso nella UE?
– Il governo Frostadóttir ha già detto in modo chiaro che rispetterà l’esito del referendum e che quindi non tornerà sulla questione dei negoziati con Bruxelles. O comunque non lo farà senza un voto parlamentare e nel frattempo con un mandato rinnovato dato dal popolo, cosa piuttosto improbabile in questo momento. Non è semplice stabilire se un prossimo governo possa riprovarci con la UE. In circostanze normali mi sembra occorrano alcuni anni prima che il fronte europeista possa guadagnare nuovo slancio per tentare ancora.


Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.


