«Sanzionare Israele? Forse L’Occidente lo vive come un atto contro se stesso». Così la Cisgiordania resta sotto assedio

«Sanzionare Israele? Forse L’Occidente lo vive come un atto contro se stesso». Così la Cisgiordania resta sotto assedio

27 Agosto 2026 0

La denuncia di un operatore della cooperazione italiana tra il controverso piano edilizio E1, le aggressioni dei coloni e il blocco dei visti per gli operatori umanitari.

L’apertura del bando per oltre 1.200 abitazioni nella cosiddetta “Area E1”, il corridoio di 12 chilometri quadrati situato nella parte orientale di Gerusalemme Est, ha riaperto una spaccatura tra Tel Aviv e le diplomazie occidentali. Quanto questa spaccatura sia profonda è ancora da vedere, ma intanto Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Norvegia e Canada hanno alzato i toni contro i piani di espansione, chiedendo con una nota congiunta l’immediata sospensione del progetto e denunciando il picco di violenze contro la popolazione civile.

La realizzazione di queste unità abitative creerebbe un blocco di cemento ininterrotto da Gerusalemme verso est, erigendo una vera e propria barriera che spezzerebbe in due la Cisgiordania e isolerebbe i villaggi palestinesi circostanti. Un’operazione definita dal Segretario Generale dell’Onu, António Guterres, una vera e propria “minaccia esistenziale” per la nascita di uno Stato palestinese, destinata a cancellare nei fatti la soluzione a due Stati.

Nel frattempo, sul terreno si consuma l’assedio quotidiano ai danni dei villaggi e degli abitanti. Incursioni di coloni armati, espropri, blocchi stradali e revoca dei permessi per gli operatori umanitari. Per comprendere la portata reale di questa pressione sulla popolazione civile, abbiamo raccolto la testimonianza di Moreno Caporalini, esperto di cooperazione allo sviluppo tra enti locali, che ha vissuto per oltre 10 anni ha vissuto tra Italia e Ramallah. Caporalini traccia un quadro crudo della situazione, dal governatorato di Hebron fino al sito archeologico di Sebastia, cittadina palestinese nel Governatorato di Nablus, in Cisgiordania.

Qual è stata l’evoluzione della presenza dei coloni in Cisgiordania?

Assistiamo a un incremento significativo, sia in termini di quantità di incursioni sia per la violenza delle attività condotte. Tuttavia, si tratta della prosecuzione di un’operazione andata avanti incessantemente nel corso degli anni. Siamo passati da qualche decina di insediamenti a una cifra che oggi sfiora le 300 unità.

Dopo gli eventi del 7 ottobre la situazione è ulteriormente precipitata, ma il metodo di fondo non è cambiato. Un insediamento nasceva e nasce sempre allo stesso modo: un accampamento su una collina che domina un villaggio palestinese, che diventa poi il pretesto per far intervenire l’esercito a protezione dei civili (coloni israeliani) presenti nella tenda, poi sostituita da una roulotte, poi da container, fino alla trasformazione in vere e proprie città.

È cambiato qualcosa nella modalità di occupazione del territorio?

È cambiata drammaticamente la diffusione in tutta la Cisgiordania e la brutalità con cui questa procedura si sviluppa. Se prima si cercava di evitare il contatto diretto, agendo di notte su colline isolate e contando sulla copertura dell’esercito per installare recinzioni, oggi ci troviamo di fronte a incursioni aperte e organizzate da gruppi di coloni molto più numerosi, aggressivi e armati. Si pretende di insediarsi dove esistono già abitazioni, colture e allevamenti, ricorrendo a metodi molto violenti.

Si può parlare apertamente di una strategia di terrorismo?

Non ho alcuna reticenza a definirlo terrorismo, lo ha appena fatto l’ambasciatore americano. Aggrediscono direttamente le popolazioni civili ricorrendo ad armi, bastoni o coltelli. Non hanno alcun ritegno a spaventare e umiliare anche bambine e bambini.

L’intero sistema educativo è a rischio, molte scuole sono state isolate, assediate con gli studenti all’interno, e in diversi casi gli insegnanti hanno dovuto fare da scudo per impedire l’ingresso dei coloni. Un esempio è la cittadina situata tra Ramallah e il muro di separazione verso Gerusalemme, lungo la strada per l’aeroporto. Ha subito assedi per mesi perché volevano impadronirsi dei terreni di fronte al villaggio, bloccando l’accesso alla scuola locale.

Qual è l’impatto sul settore agricolo e sulle risorse della popolazione?

C’è un’aggressione sistematica a tutto ciò che riguarda la sussistenza, la quotidianità. Assistiamo al sequestro o al massacro del bestiame, soprattutto pecore e capre, che vengono sgozzate sul posto e all’incendio degli uliveti. Il fine ultimo di questo metodo terroristico è ridurre la vita dei palestinesi a una condizione impossibile da condurre normalmente, costringendoli ad abbandonare la terra e le case. E di fronte a qualsiasi forma di resistenza, l’esercito si guarda bene dall’intervenire a protezione dei civili aggrediti. Spesso è quasi impossibile distinguere se chi compie questi atti sia un colono civile o un colono inquadrato nelle forze armate. L’esercito nei fatti li appoggia costantemente e non c’è mai stata una reale reazione a difesa dei palestinesi.

Per fare un esempio, negli ultimi mesi Sebastia, uno dei siti archeologici più importanti del Medio Oriente, è diventata un obiettivo fisso dell’esercito e dei coloni. Vogliono impadronirsi di tutto. La parte risalente all’epoca di Erode è già stata da tempo requisita dal governo israeliano per affidarla al controllo della Agenzia archeologica nazionale, interdetta e lasciata in stato di abbandono. Ora puntano a tutto ciò che c’è intorno, compresa una basilica bizantina con la tomba di Giovanni Battista e circondata da un complesso musulmano e altre rovine di enorme valore storico. La popolazione viene aggredita quotidianamente, la vita economica è interrotta e le visite turistiche sono bloccate. A gestire i blocchi stradali ci sono spesso gruppi di giovanissimi coloni tra i 14 e i 18 anni, armati di mitragliatori dal valore di decine di migliaia di euro, distribuiti loro fisicamente dal ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir.

Quale dovrebbe essere il ruolo della comunità internazionale e dell’Europa?

L’Europa e l’Italia dovrebbero adottare misure chiare. Se l’Unione Europea decidesse di interrompere i rapporti economici privilegiati e le cooperazioni militari con Israele, il sistema attuale non reggerebbe sei mesi. Tuttavia non lo si fa perché un pezzo d’Occidente considera Israele come parte di sé, vivendo l’ipotesi di sanzioni come un atto contro se stesso.

Nel frattempo, sul campo, la presenza di soggetti internazionali che operano a difesa dei diritti civili viene materialmente impedita. Il permesso di svolgere attività di cooperazione o umanitarie viene negato ormai al 90% degli operatori, compresi i funzionari delle Nazioni Unite e dell’Unrwa. Chiunque abbia uno storico di lavoro in questi campi rischia di essere bloccato alla frontiera e di ricevere un divieto d’ingresso pluriennale.

 

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Marina Pupella
MarinaPupella

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