In dialogo con Lorenzo Bugli (PDC) “Da San Marino al mondo, la sfida della libertà e della pace” per leggere in profondità la visita di Leone XIV alla Repubblica sul Monte Titano

In dialogo con Lorenzo Bugli (PDC) “Da San Marino al mondo, la sfida della libertà e della pace” per leggere in profondità la visita di Leone XIV alla Repubblica sul Monte Titano

4 Settembre 2026 0

Il Papa ha usato un’immagine che porto con me: San Marino può essere un “laboratorio” di buona politica. Un laboratorio, si badi. Non un museo. Sessantuno chilometri quadrati non sono un limite. Sono una condizione di verità. Da noi la politica non può nascondersi dietro la distanza: chi decide incontra al mercato chi subisce le decisioni. Questa prossimità è una scuola di responsabilità che le grandi democrazie hanno smarrito.

Così Lorenzo Bugli, esponente del Partito Democratico Cristiano Sammarinese, membro del Consiglio Grande e Generale e presidente dei Giovani Democratici Cristiani, realtà che mantiene anche rapporti di collaborazione con i Giovani Popolari di Italia Popolare, la cui sede operativa è a Moncalieri, presso l’ultima sezione sturziana operante in Italia.

Capitano Reggente della Repubblica di San Marino dal 1° ottobre 2025 al 1° aprile 2026, insieme a Matteo Rossi, è stato proprio durante il loro semestre di Reggenza che i due Capi dello Stato hanno formulato a Papa Leone XIV l’invito ufficiale a visitare San Marino, accolto dal Pontefice con la visita del 22 agosto scorso.

La Reggenza rappresenta una delle peculiarità dell’ordinamento sammarinese: per sei mesi, due Capitani Reggenti esercitano collegialmente le funzioni di Capi dello Stato, in una forma istituzionale che affonda le proprie radici nella storia della Repubblica. Bugli ha dunque vissuto da Capo dello Stato la fase nella quale è maturato e si è concretizzato l’invito al Pontefice. Concluso il semestre di Reggenza, il suo impegno ha assunto una nuova dimensione internazionale. Nel luglio 2026, a Bruxelles, è stato nominato Coordinatore dei Giovani della Centrist Democrat International (IDC-CDI), diventando il primo sammarinese a ricoprire questo incarico.

Un percorso che, dai Giovani Democratici Cristiani ai rapporti con il Partito Popolare Europeo fino alla nuova responsabilità nell’IDC, porta Bugli a confrontarsi con la politica cristiano-democratica nelle sue dimensioni europea e internazionale. È da questa particolare prospettiva – insieme sammarinese, istituzionale e internazionale – che gli chiediamo di rileggere il discorso pronunciato da Leone XIV davanti al Consiglio Grande e Generale: una visita nata da un invito rivolto quando Bugli era Capo dello Stato e che, nel suo significato, va ben oltre i confini del Titano, toccando i temi della libertà, dell’impegno politico dei cattolici, della democrazia, della pace e del ruolo delle nuove generazioni nella costruzione del bene comune.

Lei e Matteo Rossi avete invitato Papa Leone XIV a San Marino quando eravate Capitani Reggenti. Ora che quella visita si è compiuta, che cosa prova nel vedere realizzato quell’invito? E, soprattutto, quale significato assume oggi per lei quella giornata che era stata immaginata durante il vostro semestre di Reggenza?

Gratitudine, prima di tutto. E una certa emozione, lo confesso. Quando, durante il nostro semestre, formulammo con Matteo Rossi l’invito ufficiale al Santo Padre, sapevamo di compiere un gesto che apparteneva alla storia più che alla cronaca.

Il 2026 segna il centenario delle relazioni diplomatiche tra San Marino e la Santa Sede. Cento anni. Non una ricorrenza qualunque. Il 22 agosto, quando siamo stati presentati al Papa nell’Atrio di Palazzo Pubblico insieme ai Reggenti in carica, ho pensato una cosa semplice: le istituzioni sono più grandi di chi le serve. Noi avevamo seminato. Altri hanno raccolto.

Ed è giusto così. La Reggenza dura sei mesi, la Repubblica dura da diciassette secoli. Questa è la lezione sammarinese: nessuno è indispensabile, tutti sono responsabili. Il significato di quella giornata? Che un piccolo Stato può ancora parlare al mondo. Non con la forza. Con la testimonianza.

Nel suo discorso al Consiglio Grande e Generale, Leone XIV ha posto al centro una parola che appartiene profondamente alla storia sammarinese: “Libertas”. Ma ne ha dato una lettura che va oltre la dimensione istituzionale, collegandola alla libertà della persona, alla coscienza e alla responsabilità.

Che cosa significa, per una Repubblica che ha fatto della libertà uno dei cardini della propria identità, raccogliere oggi questa provocazione del Papa?

Il Papa ci ha fatto un dono e ci ha dato un compito. Il dono: riconoscere che Libertas non è un ornamento araldico, ma un atto di nascita. Il compito: ricordarci che non c’è libertà civile senza libertà della persona, senza il rispetto della sua dignità. Ecco il punto. Noi sammarinesi rischiamo, a volte, di trattare la libertà come un’eredità.

Qualcosa che si riceve, si custodisce, si espone. Leone XIV ci ha ricordato che la libertà è un verbo, non un sostantivo. Si esercita. Si difende negli spazi della coscienza. Si realizza, ha detto , nell’incontro e nel dialogo, non nella chiusura. Per la mia generazione politica questa è la sfida vera: dimostrare che una Repubblica fondata da un tagliapietre fuggito per libertà religiosa sa ancora tradurre quel motto in scelte concrete. Nelle leggi. Nelle istituzioni. Nel modo in cui trattiamo chi arriva sul Titano cercando ciò che Marino cercava: un luogo dove essere liberi.

Leone XIV ha riconosciuto a San Marino una vocazione che sembra andare oltre le sue dimensioni territoriali e demografiche: quella di testimoniare, attraverso la propria storia, che libertà e responsabilità non possono essere separate.

Quale messaggio può offrire oggi San Marino all’Europa e alla comunità internazionale, proprio a partire dalla sua esperienza di piccolo Stato?

Il Papa ha usato un’immagine che porto con me: San Marino può essere un “laboratorio” di buona politica. Un laboratorio, si badi. Non un museo. Sessantuno chilometri quadrati non sono un limite. Sono una condizione di verità. Da noi la politica non può nascondersi dietro la distanza: chi decide incontra al mercato chi subisce le decisioni.

Questa prossimità è una scuola di responsabilità che le grandi democrazie hanno smarrito. Il messaggio all’Europa è duplice. Primo: la sovranità non si misura in divisioni corazzate, ma nella capacità di durare restando fedeli a se stessi. Secondo: l’apertura non è una minaccia all’identità, ne è la prova. Lo stiamo dimostrando con l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea, che ho l’onore di seguire in Commissione: San Marino si avvicina all’Europa non per diluirsi, ma per contare. Piccoli sì. Irrilevanti mai.

Nel suo intervento il Papa ha richiamato il valore del dialogo, della partecipazione e della ricerca del bene comune, in un momento nel quale le democrazie sono attraversate da polarizzazione, sfiducia e conflitti.

Da giovane politico e da persona che ha vissuto direttamente la responsabilità di Capo dello Stato, quali sono secondo lei le condizioni perché la democrazia torni a essere percepita non soltanto come un sistema di regole, ma come una forma di convivenza e di corresponsabilità?

Tre condizioni. La prima: abbassare la voce. La democrazia muore di urla e vive di ascolto. La polarizzazione è un modello di business, non un destino: qualcuno guadagna dividendo. Alla politica tocca il compito opposto, meno redditizio e più necessario: ricomporre. La seconda: dire la verità sui limiti.

Ho fatto il Capo dello Stato a trentun anni e ho imparato una cosa: chi promette tutto prepara la sfiducia di domani. La corresponsabilità nasce quando il cittadino è trattato da adulto, non da consumatore di slogan. La terza: restituire alla politica la sua dimensione di servizio. Il Papa ha parlato di bene comune. Due parole che sembrano d’altri tempi e sono, invece, l’unica modernità possibile. Quando la politica torna a essere un “per” — per la comunità, per chi verrà — la democrazia smette di essere una procedura e torna a essere una casa.

Lei proviene dalla tradizione democratico-cristiana e ha dedicato una parte significativa del suo impegno alla costruzione di rapporti internazionali per i Giovani Democratici Cristiani, anche attraverso il rapporto con il Partito Popolare Europeo.

Il messaggio di Leone XIV sembra riproporre, con un linguaggio rivolto all’intera società, alcune categorie fondamentali della cultura cristiano-democratica: dignità della persona, libertà, responsabilità, bene comune. Quale spazio può avere oggi l’ispirazione cristiana nella politica democratica senza ridursi né a una presenza identitaria né a un’ideologia?

Uno spazio enorme. A una condizione: che i cristiani tornino a fare politica invece di farsi rappresentare da chi usa il crocifisso come un vessillo elettorale. Il Papa lo ha detto con precisione chirurgica: si può attingere alla dottrina sociale della Chiesa senza derogare alla laicità dello Stato. È esattamente la lezione di Sturzo e di De Gasperi.

L’ispirazione cristiana non è un’ideologia da imporre, è una grammatica da praticare: la persona prima del profitto, la comunità prima della fazione, la coscienza prima dell’obbedienza. L’identitarismo è la tentazione opposta e speculare: ridurre la fede a bandiera, svuotandola. Un cristianesimo che serve solo a dire “noi contro loro” ha già tradito se stesso. La via è più stretta ed è più feconda: laici credenti che stanno nelle istituzioni con competenza, mitezza e fermezza. Senza esibire la fede. Senza nasconderla.

È il lavoro che portiamo avanti nel PPE e nelle nostre reti internazionali: non un partito confessionale, ma una politica che non si vergogna delle proprie radici.

Nel suo nuovo ruolo di Coordinatore dei Giovani dell’Internazionale Democratica Centrista lei avrà il compito di mettere in relazione giovani politici di Paesi e continenti diversi e di contribuire alla formazione della futura classe dirigente di area centrista e cristiano-democratica.

Il discorso di Leone XIV a San Marino sembra offrire proprio alcuni elementi di una grammatica politica comune: libertà, responsabilità, bene comune, dialogo e pace. È ancora possibile, oggi, costruire su questi valori una proposta politica internazionale riconoscibile, capace di andare oltre le singole appartenenze nazionali?

Non solo è possibile. È urgente. A Bruxelles, in luglio, quando ho ricevuto questo incarico, primo sammarinese a farlo, ho trovato giovani dell’America Latina, dell’Africa, dell’Asia, dell’Europa. Lingue diverse, storie diverse. E le stesse domande. I nazionalismi hanno una loro internazionale, paradossalmente ben organizzata.

I democratici cristiani e i centristi devono ricostruire la propria. Con la rifondazione dei giovani dell’IDCCDI, verso il Congresso del 2027, stiamo facendo esattamente questo: una rete che formi una classe dirigente capace di parlare la grammatica che il Papa ha ricordato a San Marino. Libertà. Responsabilità. Bene comune.

C’è un dettaglio che non è un dettaglio: queste parole funzionano a Buenos Aires come a Nairobi, a Manila come sul Titano. Le ideologie dividono per definizione. I principi, quando sono veri, uniscono. La nostra proposta internazionale sarà riconoscibile se saprà essere questo: non un cartello di sigle, ma una scuola di responsabilità. I giovani non chiedono appartenenze. Chiedono ragioni.

La pace è stata una delle parole-chiave della visita. In un mondo segnato da guerre che sembrano difficili da ricomporre, Leone XIV ha insistito sulla necessità di costruire la pace attraverso il dialogo, la giustizia e la fraternità.

San Marino, piccolo Stato senza esercito e con una lunga tradizione diplomatica, può avere una voce specifica nella costruzione di una cultura della pace? E quale ruolo possono avere, più in generale, i piccoli Stati negli equilibri internazionali?

Il Papa ha espresso apprezzamento per l’impegno sammarinese per la pace e ha parlato di una consonanza con la Santa Sede. Non è cortesia diplomatica. È il riconoscimento di una vocazione. San Marino non ha un esercito da mille e settecento anni, o quasi. Non per debolezza: per scelta di civiltà. Abbiamo accolto rifugiati durante l’ultima guerra mondiale, abbiamo accolto ucraini all’inizio dell’invasione, portiamo nelle sedi internazionali battaglie come quella per l’abolizione universale della pena di morte.

La nostra forza è non avere forza. E quindi poter parlare con tutti. I piccoli Stati sono i custodi del diritto internazionale, perché senza diritto esiste solo la forza, e la forza non è mai dalla parte dei piccoli. In un’epoca in cui il diritto umanitario viene calpestato, questa custodia diventa una funzione politica precisa. Nei consessi multilaterali, dall’IPU alle organizzazioni internazionali, San Marino può fare ciò che i grandi non possono: dire la verità senza secondi fini. È poco? È moltissimo.

Il Papa ha richiamato anche il rischio che la libertà venga svuotata quando l’uomo diventa subordinato al potere, al profitto o ad altri “idoli” del nostro tempo. Guardando alla politica europea e internazionale dalla sua posizione, quali sono oggi le minacce più profonde alla libertà dell’uomo? E quale responsabilità ha la politica nel contrastarle?

Gli idoli di cui ha parlato il Papa hanno oggi nomi precisi. Il primo è la tecnica senza coscienza: algoritmi che decidono cosa vediamo, cosa pensiamo, persino cosa desideriamo. Una servitù volontaria, direbbe La Boétie. Comodissima. E per questo più pericolosa. Il secondo è il profitto eretto a misura di tutte le cose. Quando l’uomo vale quanto produce, la dignità diventa una variabile di bilancio. Il terzo è il potere che si traveste da protezione: l’uomo forte che promette sicurezza in cambio di libertà.

La storia conosce questo baratto. Finisce sempre allo stesso modo. La responsabilità della politica? Tornare a essere un contropotere rispetto agli idoli, non il loro cerimoniere. Regolare la tecnologia mettendo la persona al centro. Ricordare che l’economia è un mezzo. Difendere le istituzioni libere quando è impopolare farlo, non quando conviene.

La libertà si perde raramente in un giorno. Si perde a rate. Il compito della politica è non firmare quel piano di ammortamento.

La visita di Leone XIV ha mostrato come una vicenda apparentemente “locale” — quella di una piccola Repubblica e del suo rapporto con il Papa — possa assumere un significato più ampio.

Lei ha vissuto questa esperienza prima come Capitano Reggente e oggi la osserva anche dalla prospettiva internazionale dell’IDC. Che cosa può insegnare San Marino alla politica europea e internazionale sul rapporto tra identità, apertura e dialogo?

Che identità e apertura non sono nemiche. Sono alleate. Anzi: l’una senza l’altra degenera. L’identità senza apertura diventa fortezza, e le fortezze prima o poi diventano prigioni. L’apertura senza identità diventa dissolvenza, e nessuno dialoga con chi non è nessuno. San Marino è l’esperimento più lungo della storia su questo equilibrio.

Diciassette secoli di indipendenza custodita non chiudendosi, ma tessendo relazioni: con l’Italia che ci circonda, con la Santa Sede da cento anni, oggi con l’Unione Europea attraverso l’Accordo di Associazione. Ogni volta la stessa domanda: come stare nel mondo senza smarrirsi? E ogni volta la stessa risposta: sapendo chi siamo. Alla politica europea, lacerata tra sovranismi che assolutizzano l’identità e tecnocrazie che la ignorano, San Marino offre una terza via vissuta, non teorizzata. Il dialogo non è la rinuncia a se stessi. È il modo in cui un’identità matura si racconta agli altri. Il Papa, venendo da noi, lo ha certificato davanti al mondo.

Vorrei chiudere con una domanda rivolta soprattutto alla sua generazione. Lei ha vissuto la visita di Leone XIV prima da Capo dello Stato che aveva contribuito a renderla possibile e oggi la affronta con una responsabilità internazionale rivolta ai giovani politici di diversi continenti.

Se dovesse trasformare il messaggio che il Papa ha consegnato a San Marino in una consegna per i giovani che si impegnano in politica, quali parole sceglierebbe? E quale contributo possono dare oggi i giovani cristiani alla costruzione della pace, della democrazia e del bene comune?

Sceglierei tre parole. Coscienza, perché la libertà comincia lì e lì viene attaccata per prima. Servizio, perché la politica o è un “per gli altri” o è un mestiere come un altro, e allora non vale una vita. Pazienza, perché il bene comune si costruisce come le mura del Titano: pietra su pietra, generazione dopo generazione.

Ai giovani che si impegnano in politica direi: non abbiate fretta di arrivare, abbiate fretta di servire. Io ho avuto la fortuna di guidare il mio Paese a trentun anni. Non è stata una consacrazione. È stata una scuola di umiltà.

E i giovani cristiani? Possono dare il contributo più controcorrente di tutti: dimostrare che si può fare politica senza odiare nessuno. Che si può essere fermi senza essere feroci. Il fondatore della nostra Repubblica ci lasciò liberi da ogni potere umano. Sta a noi, adesso, meritare quell’eredità. Non custodendola in una teca. Consegnandola, viva, a chi verrà dopo di noi.

Marco Margrita
Marco Margrita

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