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Crisi Migranti, Di Liddo: “La Bielorussia ha sfruttato una tendenza esistente e che aveva andamento ondivago, offrendo una strada alternativa al flusso migratorio. E’ una guerra ibrida, molto simile a quella che compie la Turchia”

La crisi migratoria che si sta vivendo ai confini tra Lituania e Polonia con la Bielorussia non pare smorzarsi. E’ di queste ore la notizia che le forze armate della Lituania hanno edificato una base militare al confine con la Bielorussia per rafforzare la propria presenza militare alla frontiera. La base è stata edificata in un’area industriale della città di Druskininkai, vicino al confine con Polonia e Bielorussia. La militarizzazione in corso ad opera di Vilnius e già in atto nei fatti sul confine polacco non è passata inosservata. L’accumulo di forze della Nato vicino ai confini bielorussi ed il rafforzamento delle infrastrutture e della componente militare nei due stati sono considerati “un insieme di misure di preparazione alla guerra” secondo il ministro della Difesa bielorusso, Viktor Khrenin. Ad aggravare la situazione l’annuncio da parte delle autorità polacche della possibile sospensione del traffico ferroviario con la Bielorussia da domenica attraverso il valico di Kuznica, la volontà dell’Ucraina della volontà di costruire un muro di 2.500 chilometri – al costo di 17miliardi di gravine pari a 565 milioni di euro, dotato anche di fossato largo 4 metri e profondo 2 lungo tutti i suoi confini con Bielorussia e Russia per provare a fermare l’afflusso di migranti illegali; ma soprattutto l’annuncio da parte dei ministri dell’Energia ucraino, Herman Haluschenko, e il ministro delle Infrastrutture e dello Sviluppo regionale della Moldova, il vice primo ministro Andrei Spinu, della sincronizzazione dei sistemi energetici dei due Paesi, con la rete europea continentale ENTSO-E, disconnettendosi insomma da quelli bielorussi e russi. La cancelliera Angela Merkel che – in comune accordo con il presidente russo Vladimir Putin – da alcuni giorni è impegnata a ricucire i rapporti tra Lituania, Polonia e Bielorussia è stata aspramente criticata dal premier polacco Mateusz Morawiecki e da alcuni esponenti Ue. Per approfondire le varie sfaccettature della crisi migratoria in atto ai confini dell’Europa orientale abbiamo deciso di ascoltare l’opinione del professore Marco Di Liddo, responsabile dell’Area Geopolitica e Analista responsabile del Desk Russia e Balcani presso il Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali.

Infografica – La biografia dell’intervistato Marco Di Liddo

– Professore potrebbe esporci la Sua opinione sulla crisi migratoria fra Polonia e Bielorussia?

– Questa crisi dei migranti è stata artificialmente messa in piedi da Minsk. La Bielorussia ha infatti sfruttato una tendenza esistente e che aveva andamento ondivago, offrendo una strada alternativa al flusso migratorio. In realtà c’era già una strada un po’ meno battuta delle altre, che attraversa la Russia e finisce in Norvegia, ma il numero di coloro che venivano dall’Afghanistan e dal Medio Oriente era molto inferiore ai volumi che passano sulle rotte che conosciamo meglio, cioè quelle attraverso la Turchia o lungo l’Africa fino al Mediterraneo. Minsk ha così iniziato una campagna di comunicazione sui social network, sapendo che soprattutto i canali Telegram sono lo strumento maggiormente utilizzato dai migranti come polo di condivisione delle informazioni o come strumento logistico per capire in quale direzione muoversi, e poi ha incentivato l’arrivo dei migranti promettendo loro maggiore facilità di ottenimento del visto per entrare in Bielorussia. Dopo di che ha rivolto la “bomba” migratoria verso la Polonia e il territorio europeo. Alcuni osservatori hanno notato correttamente che si tratta di uno strumento di guerra ibrida, che infatti consiste nella militarizzazione di qualunque elemento non strettamente militare (per esempio la finanza, la comunicazione e appunto i flussi migratori) allo scopo di ottenere un vantaggio sull’avversario, che in questo caso è l’Unione Europea. Bruxelles da diverso tempo sta sanzionando il regime di Lukashenko e dunque sta limitando le sue opzioni politiche. Ovviamente chi ha strutturato questa mega-operazione era perfettamente consapevole degli effetti che avrebbe creato, conosceva benissimo la tensione sociale che si respira in Europa a causa della pandemia e dei suoi effetti, esarcebata dal dibattito sul green pass e sui vaccini, ed è andato a scavare sotto l’argomento più polarizzante prima del COVID, cioè la gestione dei flussi migratori, e ha scelto la Polonia, un Paese da sempre contrario al sistema delle quote e che ha sempre rifiutato la solidarietà europea lasciando che a gestire il problema fossero i Paesi di primo approdo, quelli mediterranei, Grecia e Italia su tutti. Adesso Minsk con la sua strategia ha messo Varsavia nella medesima situazione di questi ultimi, sperando di poter ricattare non tanto la Polonia in sé, il cui governo probabilmente rimarrà stabile anche a fronte di questo problema, ma l’Europa nel suo insieme. La UE per disinnescare la “bomba” deve far sì che la Polonia abbia un atteggiamento più umano e meno muscolare rispetto a quello che ha sempre avuto, magari legando il dossier della gestione dei migranti ad altri dossier che in questo momento dividono Varsavia e Bruxelles, come ad esempio quello sulla rule of law e il rispetto di altri criteri politici ritenuti fondamentali per un Paese membro della UE. Non sono d’accordo con chi dice che dietro in realtà vi sia il Cremlino. La Russia ha infatti altri strumenti per esercitare pressione sull’Europa e aggiungerne un altro non era nella sua agenda politica. Mosca però è balzata a cavallo di questa crisi per sfruttarla a suo vantaggio, paradossalmente interpretando la parte del poliziotto buono: infatti nel momento in cui Lukashenko dichiara di voler usare l’arma del gas interrompendo il flusso del gasdotto Jamal-Europa, Putin interviene avvertendolo di non fare un’azione sconsiderata e di non gestire in questa maniera una situazione del genere. E forse è proprio ciò che voleva il presidente russo, ossia in circostanze di grande tensione in Europa sotto molti aspetti, anche quello energetico, mostrarsi come un soggetto politico che non intende cavalcare la crisi e che non minaccia il blocco delle forniture di gas. E invece tale minaccia l’ha già messa concretamente sul piatto nei confronti della Moldavia: quando il 25 ottobre il contratto di fornitura di gas è scaduto, Gazprom ha immediatamente chiuso i rubinetti e allora la Moldavia come gesto simbolico ha acquistato un piccolo quantitativo di gas dalla Polonia, per poi subito dopo sottoscrivere con Gazprom un contratto di 5 anni a prezzi sensibilmente più alti di prima. Così il Cremlino usa Lukashenko per mandare un messaggio all’Europa: finché la UE continua a rimandare il benestare definitivo al Nord Stream 2, rimarrà in balia di soggetti come Lukashenko che massimizzano il vantaggio relativo del transito del gas russo sul proprio territorio.

– È recentissima la notizia della battuta d’arresto del Nord Stream 2, a cui è stato sospeso il processo di approvazione da parte delle autorità tedesche. Pensa che con azioni simili l’Europa stia aprendo troppi fronti contemporaneamente contro la Russia e i Paesi extra UE?

– Il rapporto tra Russia ed Europa è sempre stato complicato, anzitutto perché come ente politico l’Europa non è uniforme, ma è composta da Paesi che possono permettersi di avere un rapporto più costruttivo con Mosca perché non la percepiscono come una minaccia diretta, ma anzi ci vogliono fare affari, e da Paesi che invece per diversi motivi storici o politici la vedono come una minaccia alla sicurezza nazionale. In Germania sono in gioco entrambe le tendenze, ma quando si parla di affari prevale il fronte pro-russo. L’esempio del Nord Stream 2 è lampante in questo senso, pensiamo ad esempio all’ex cancelliere Schröder che è capo del consorzio Nord Stream AG, e alla stessa Merkel che nei momenti più duri dei rapporti russo-tedeschi quali la guerra in Ucraina e la crisi Navalny ha sempre mantenuto distinte le questioni politiche da quelle energetiche. Col Nord Stream 2 Germania e Russia hanno infatti allestito una situazione che nel business viene definita win-win, cioè entrambe le parti ci guadagnano: Mosca avrà un canale privilegiato per la fornitura di gas e Berlino diventa il principale hub per la sua distribuzione, diminuendo anche il peso strategico di Paesi come Bielorussia e Ucraina che hanno usato la presenza delle condutture sul proprio territorio al fine di tirare per la giacchetta tanto Bruxelles quanto Mosca. I veri sconfitti del Nord Stream 2 saranno proprio gli Stati cuscinetto: quando il gasdotto entrerà a regime – e sicuramente lo farà – allora la politica europea verso di essi potrebbe cambiare in maniera significativa, potrebbe permettersi di diventare più muscolare, non limitandosi a rimproveri o sanzioni. Gli USA hanno un arsenale nucleare e nei confronti della Russia hanno problematiche diverse. Lo stretto di Bering separa due zone di questi Paesi che sono scarsamente abitate, Alaska ed Estremo Oriente russo. Il problema geografico-strategico ricade invece sull’Europa, verso la quale è orientato il cuore economico, politico, industriale, e anche demografico della Russia, le cui città più popolose si trovano nella zona occidentale. L’Europa non può e non vuole inasprire troppo la crisi, perchè il problema russo è anzitutto un problema europeo.

Crisi Migratoria tra Polonia e Bielorussia

Crisi Migratoria tra Polonia e Bielorussia

Crisi Migratoria tra Polonia e Bielorussia

Crisi Migratoria tra Polonia e Bielorussia

Crisi Migratoria tra Polonia e Bielorussia

Crisi Migratoria tra Polonia e Bielorussia

Crisi Migratoria tra Polonia e Bielorussia

Crisi Migratoria tra Polonia e Bielorussia

Crisi Migratoria tra Polonia e Bielorussia

Crisi Migratoria tra Polonia e Bielorussia

Crisi Migratoria tra Grecia e Turchia

Crisi Migratoria tra Grecia e Turchia

Crisi Migratoria tra Grecia e Turchia

Crisi Migratoria tra Grecia e Turchia

Crisi Migratoria tra Grecia e Turchia

Crisi Migratoria tra Grecia e Turchia

Crisi Migratoria tra Grecia e Turchia

Crisi Migratoria tra Grecia e Turchia

Crisi Migratoria tra Grecia e Turchia

Crisi Migratoria tra Grecia e Turchia

– Non vede un trattamento ambiguo da parte dell’Europa a proposito della crisi migratoria? Da un lato il disinteresse che persiste perché il problema viene scaricato sull’Italia, la quale si ritrova da sola a gestire i flussi migratori, tranne quando si alza la tensione politica e i sovranisti si aggiudicano quote consistenti alle elezioni; dall’altro sulla questione polacca si sta aprendo un fronte che somiglia di più a una questione geopolitica che non umanitaria e che serve come argomento per attaccare Paesi che non sono affini. Facciamo due esempi. Il Marocco, quando ha riversato i migranti su Ceuta, e la Turchia, che facendo da “muro” ai flussi dal Medio Oriente prende miliardi di euro ricattando costantemente Bruxelles. Non pensa che Paesi come Bielorussia e Russia abbiano finalmente percepito questa disparità di trattamento?

– Sì, bisogna riconoscere che alle volte il trattamento verso questi Paesi è più duro perché si inserisce nel complesso dei rapporti generali fra le due parti. La Russia, ad esempio, ha tanti dossier aperti con l’Europa sui quali vi è contrasto.

– La Turchia non ha anch’essa molti dossier aperti? Pensi a quello sulla Libia che ha spostato i pesi per far prevalere la sua fazione (Gna), oppure a quello sulla vendita di armi, ad esempio droni all’Etiopia sui quali non viene sanzionata, a differenza dell’Iran che li rifornisce allo Yemen.

– Sì, è vero, la Turchia ha un trattamento favorevole nonostante tali spinose questioni, proprio perché essa rappresenta la valvola che controlla il canale più sostanzioso di immigrazione illegale verso l’Unione Europea. La paura è che Erdoğan utilizzi la massa di migranti come arma strategica: nessuno in Europa sarebbe in grado di gestire tale flusso.

– E allora perché non definiamo “guerra ibrida” i nostri rapporti con la Turchia?

– È una questione di scelte politiche. Per quanto mi riguarda, io li definirei proprio così, guerra ibrida. Per avere una definizione più strutturata, comunque, dovremmo mettere a sistema tutti i rapporti esistenti. La guerra ibrida, come da manuale, è in realtà quella attuata dalla Russia, cioè in maniera sistematica e variegata. Se comunque ci riferiamo alla guerra ibrida come alla militarizzazione di singoli fenomeni, allora a farla è sicuramente pure la Turchia con i migranti, come la Bielorussia.

– Sulla stampa italiana si nota un uso di terminologie diverse a seconda di chi siano gli interlocutori. Si può dire che Erdoğan e Lukashenko riservino lo stesso trattamento ai loro cittadini e ai loro avversari politici, ma col primo dialoghiamo e il secondo lo sanzioniamo, chiamandolo pure dittatore.

– È proprio così. Tuttavia dobbiamo tenere a mente l’importanza degli interscambi commerciali con l’uno e con l’altro Stato e il fatto che la Turchia è membro della NATO.

– Ma certi comportamenti sarebbero più gravi proprio se attuati da un Paese NATO…

– In teoria sì, ma in pratica proprio grazie all’adesione militare gli interessi sono tali da farci “sorvolare” su questi comportamenti. In poche parole, bisogna tenersi buono un Paese che è al tempo stesso alleato militare e partner commerciale.

– Lukashenko potrebbe rischiare di cadere a causa di questa crisi, magari dopo che l’Occidente inasprirà ancora di più le sanzioni?

– Le sanzioni non hanno mai fatto cadere nessun dittatore. Nella storia, i dittatori sono stati deposti con le rivolte interne o per interventi militari stranieri. Nel caso più recente, quello di Gheddafi, si sono verificati entrambi i fattori quasi per intero. Credo che se Lukashenko cadrà, sarà per una rivolta interna.

– Quanto ha influito l’Afghanistan nella scelta di Lukashenko sui flussi migratori?

– Relativamente poco. Si è trattato invece di una congiuntura del momento. Credo che avesse in mente questa strategia già da prima, perché l’emergenza migratoria esiste già da un decennio, con un picco nel 2015, dunque Lukashenko si era sicuramente accorto di questa chance e attendeva il momento più opportuno per usarla come arma.

– Se la crisi balcanica, che con le sue spinte separatiste coinvolge Albania, Macedonia del Nord, Serbia e Bosnia, dovesse portare a una parcellizzazione di tali Paesi, si verifichirebbe un ulteriore fronte migratorio verso l’Europa?

– Bisognerebbe distinguere se si tratta di migranti cittadini di tali Paesi o di migranti che sostano in questi Paesi ma che provengono dal Medio Oriente. La differenza è sostanziale. Un altro fattore è il come avverebbe tale parcellizzazione, in maniera pacifica oppure violenta: in quest’ultimo caso, ovviamente, pur di scappare dal conflitto molti sarebbero disposti a cercare rifugio verso la UE, che in quell’area è rappresentata dalla Slovenia, dalla Croazia, dall’Austria e anche dall’Italia. Se invece la divisione fosse pacifica, allora bisognerebbe prima vedere che cosa intendono fare i nuovi Stati, rimanere autonomi e indipendenti (e lo escludo) oppure riunirsi alla fonte, quindi per esempio i territori a maggioranza albanesi si farebbero annettere da Tirana e quelli serbi da Belgrado. Comunque, la possibilità che gli Stati balcanici si suddividano ulteriormente è una variante da calcolare con estrema cautela, perché la dialettica sulle minoranze incrociate e sul nazionalismo è anzitutto uno strumento politico che viene utilizzato tanto in casa quanto all’estero. In Bosnia, per esempio, questa retorica serve affinché il governo di Sarajevo faccia quante più concessioni possibili alle autorità locali e serve ai partiti populisti per continuare ad avere il consenso popolare. Ma serve anche alla Serbia, perché proprio grazie alle vicende del nord del Kosovo e della Repubblica Srpska può avere sempre a disposizione un tema per esternalizzare le crisi interne e distrarre l’opinione pubblica da temi come la corruzione e lo sviluppo. Non dimentichiamo poi che l’attuale stato di cose se mette in difficoltà alcuni attori politici ed economici ne valorizza e ne tutela altri: ad esempio le guerre dei dazi tecnicamente arricchiscono gli importatori ma anche i contrabbandieri, e nei Balcani questi sono soggetti di primo piano a livello politico. Con queste premesse, la parcellizzazione dei Balcani resta per il momento un argomento che nessuno vuole affrontare seriamente, ma tutti lo usano solo per fare bagarre politica. E poi in Bosnia sono pur sempre ancora presenti truppe internazionali e il Paese collabora attivamente con la NATO e con gli USA. Sono elementi importanti di deterrenza rispetto ad eventuali secessioni, che poi diventerebbero subito annessioni: sarebbe il caso della Repubblica Srpska, che oggi non ha interesse a diventare un corpo indipendente, ma vorrebbe seguire l’esempio della Crimea verso la Federazione Russa, e sarebbe comunque ancora tutta da valutare la convenienza che avrebbe a ricongiungersi con la Serbia e non rimanere un soggetto “turbolento” ma pur sempre interno alla Bosnia.

– Il forte interventismo europeo verso questi Paesi con la finalità di evitare divisioni e secessioni non Le sembra mirato più a conservare lo status quo che non a far rispettare quel principio di autodeterminazione dei popoli che la UE esalta invece quando si tratta di Stati al di fuori dei suoi confini?

– Vero, ed è sempre così quando parliamo di diritto internazionale, che infatti è l’unico diritto a non avere un organo esecutivo giudiziario dotato di forze di polizia atte a farlo applicare in caso di violazione. Ed è anche il diritto più “politico” di tutti, perché può interpretato un po’ come conviene ai vari Stati, a seconda delle fattispecie.

– Pensiamo alla Catalogna, dove l’Europa si è sempre schierata a favore dello Stato unitario mentre dei politici locali che erano stati reiteratamente eletti dal popolo venivano addirittura condannati…

– Se andiamo a vivisezionare il diritto internazionale, vediamo che è un diritto molto più complesso di come solitamente ci viene presentato. Il principio di autodeterminazione dei popoli prevale sul diritto nazionale o il principio di integrità dello Stato prevale sul diritto di autodeterminazione? Invocare l’autodeterminazione si può a patto di passare attraverso condizioni molto ostative, tra cui un regime coloniale o con caratteristiche coloniali quali lo sfruttamento sistematico delle risorse di un territorio o della popolazione che lo abita, la violazione sistematica dei diritti della popolazione locale e la sua discriminazione politica, economica e sociale. Stando alla carta, per applicare il diritto di autodeterminazione bisognerebbe tornare alle condizioni di inizio XX secolo, quando appunto fu concepito questo tipo di diritto e poi in seguito aggiornato per il processo di decolonizzazione. Ma appunto, si parlava di colonie. E infatti può essere applicato più facilmente in Africa, dove determinate violazioni sono più palesi e perché c’è un maggiore impegno da parte degli attori politici esterni affinché certe minoranze discriminate possano emanciparsi, come nel caso del Sud Sudan. In Europa, i casi più recenti in cui è stata invocata l’autodeterminazione sono stati il Kosovo e la Crimea, in cui vi erano elementi di partenza profondamente diversi, ma l’esito è stato il medesimo, in un caso grazie agli USA e nell’altro grazie alla Russia; tra i due, forse quello con la base legale più solida è il Kosovo, stante il trattamento ricevuto dagli albanesi e le minacce che hanno subito.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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