La legge degli zeloti in mimetica. Come i coloni armati e l’estrema destra israeliana tengono in ostaggio la Cisgiordania
C’è una parola che in Israele, tra generali in pensione e capi dei servizi segreti, oggi fa paura. Coloni. Settlers. Nei giorni scorsi, a Tal, nella Cisgiordania nord-occidentale, a pochi chilometri dalla città di Nablus, un gruppo di coloni provenienti dall’area di Havat Gilad ha fatto irruzione nei pressi del villaggio, scontrandosi con i residenti palestinesi. Sono intervenute anche le forze israeliane e il bilancio finale, secondo le prime ricostruzioni, parla di almeno sei vittime e diversi feriti.
Havat Gilad torna così sotto i riflettori, avamposto considerato illegale dal diritto internazionale, già al centro in passato di accuse per violenze, intimidazioni e attacchi contro le comunità circostanti. Il 2026 segna già un’impennata degli scontri tra sgherri in kippah, palestinesi ed esercito israeliano in tutta la regione.
L’escalation
L’escalation aveva spinto 550 colonnelli e generali in pensione dell’Idf, del Mossad, dello Shin Bet, della polizia, del Consiglio di sicurezza nazionale e del corpo diplomatico a scrivere una lettera a Donald Trump. Il 27 luglio scorso, a poche ore dall’incontro tra il presidente americano e Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, hanno reso pubblico un appello firmato dall’ex capo dell’Idf Matan Vilnai a nome dei Commanders for Israel Security, da sempre sostenitori della soluzione dei due stati.
Se la crescente ondata di attacchi terroristici dei coloni ebrei dovesse continuare, le conseguenze potrebbero rivelarsi ancora più catastrofiche delle atrocità di Hamas del 7 ottobre – scrivono -. Mentre le nostre agenzie di sicurezza eccellono nel trattare con Hamas e altri gruppi terroristici palestinesi, in Cisgiordania incontrano notevoli limitazioni quando si tratta di terroristi ebrei. È di dominio pubblico che alcuni membri del nostro attuale governo orchestrino gran parte di questo caos proteggendo i loro seguaci – rincarano – armati e animati da impulsi messianici, dalla legge e dalla sua applicazione.
Auspicano, poi, che l’incontro serva a trasmettere, finalmente, un messaggio fermo e chiaro al primo ministro israeliano. A rischio, avvertono, il piano in 20 punti per Gaza e gli Accordi di Abramo.
Il giorno dopo, il vertice si è tenuto. Un’ora e mezza, formato allargato, colloquio dedicato quasi per intero all’Iran, al nucleare, alla “solida partnership” tra i due paesi. Netanyahu lo ha definito «uno dei migliori colloqui» mai avuti con Trump. La Cisgiordania resta fuori dai resoconti pubblicati.
L’identikit di controlla chi

Chi controlla il territorio dove tutto questo accade lo racconta un documento delle Nazioni Unite, la mappa “West Bank: Access Restrictions”, pubblicata dall’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei territori palestinesi occupati (Ocha), con dati aggiornati a dicembre 2025. In Cisgiordania, Gerusalemme Est inclusa, vivono oggi «oltre 750mila coloni israeliani, in violazione del diritto internazionale», specifica la stessa mappa citando i dati dell’Ufficio centrale di statistica israeliano e del Jerusalem Institute for Israel Studies.
Sono distribuiti in 279 insediamenti, di cui almeno 147 avamposti illegali anche secondo la legge israeliana, un dato che arriva direttamente dai rapporti Onu sul cosiddetto “colonialismo israeliano” presentati al Consiglio per i Diritti Umani. Tra il 2012 e il 2022 la loro popolazione è passata da 520mila a oltre 700mila.
Solo nel 2025 sono stati avanzati, approvati o messi in gara progetti per quasi 47.390 nuove unità abitative, contro le 26.170 del 2024, il livello più alto dal 2017, l’anno in cui l’Onu ha iniziato a monitorare sistematicamente il fenomeno.
Il diritto internazionale calpestato
Pochi giorni fa, dopo la decisione d’Israele di conferire lo status di città all’insediamento israeliano di Givat Ze’ev, nella Cisgiordania occupata, il Segretario generale António Guterres ha ribadito che tutti gli insediamenti, Gerusalemme Est compresa, sono privi di validità giuridica e costituiscono una violazione del diritto internazionale e delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite. Posizione fondata sulla Quarta Convenzione di Ginevra, sulla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza (2016) e sul parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024.
Attorno a loro, ai teppisti sacri, la mappa delle Nazioni Unite disegna il perimetro esatto della vita quotidiana palestinese. Un muro lungo 710 chilometri, più del doppio della Linea Verde (323 km), per il 61,8 per cento già costruito, l’8,2 per cento in cantiere, il resto ancora sulla carta.
A dicembre 2025 l’Ocha ha fatto la conta, 925 ostacoli fisici sparsi per la Cisgiordania, un bestiario burocratico di checkpoint, cancelli, terrapieni, trincee, posti di blocco, come se il territorio fosse un percorso a ostacoli disegnato apposta per rallentare chi ci è nato. Il governatorato di Ramallah vince la gara con 183 esemplari, Nablus segue a ruota con 135, Hebron con 126. Nella sola zona H2 della città vecchia, quella che dal 2015 porta l’etichetta “zona militare chiusa”, se ne contano altri 101, un timbro elegante per dire, in burocratese, che puoi restare a casa tua solo se riesci a dimostrare, documenti alla mano, di abitarci ancora. Per la maggior parte di questi ostacoli il braccio umanitario delle Nazioni Unite registra un impatto “continuativo” sull’accesso e la mobilità dei palestinesi, un impatto strutturale, permanente.
La situazione peculiare di Gerusalemme Est
A Gerusalemme Est la mappa riserva un riquadro a parte. A fine 2023 la città contava circa 390mila palestinesi contro oltre 230mila coloni israeliani. I circa cinque milioni di palestinesi residenti nel resto dei territori occupati restano confinati fuori dalla città, vincolati a un permesso israeliano difficile da ottenere, per alcuni impossibile. «Dei tredici checkpoint lungo il muro, solo tre restano disponibili a chi riesce a procurarsi quel permesso», evidenzia la mappa.
Chi sono, di preciso, questi zeloti in tuta mimetica, che fanno razzie di ulivi e case, quando non le danno alle fiamme, lo ha raccontato chi ci ha vissuto in mezzo per quasi due anni. È l’antropologo e ricercatore israeliano Amir Reicher, autore della tesi di dottorato Between Two Messiahs: An Ethnography of Settler-Colonizers in the West Bank (per leggerlo clicca qui), discussa nel 2023 alla City University of New York e frutto di un’intensa ricerca etnografica condotta vivendo all’interno di un avamposto illegale della Cisgiordania.
Il loro aspetto, Reicher lo fissa in una riga sola. Descrivendo un uomo incontrato nell’avamposto
ha esattamente l’aspetto che ci si aspetta da un colono, lunga barba bianca, grande kippah di lana, tzitzit che pende dalla camicia.
La vita dei predoni
Nella vita di ogni giorno, tra un’incursione contro i palestinesi e l’altra, si dedicano a un artigianato quasi bucolico. Sandali, scarponi da trekking pesanti, pantaloni cargo logori, camicie sbottonate, la kippah lavorata a maglia tenuta ferma da una molletta. Con addosso quella stessa uniforme, questi predoni messianici hanno fatto irruzione a Tal. Il servizio pubblico quelle immagini le ha chiamate “escursionismo”, un’operazione di eufemizzazione cinica e grottesca, che trasforma un’incursione armata in una gita fuori porta, il fucile d’assalto in un bastone da passeggio.
La parola “terrorismo” che fa scandalo, l’aveva già scritta Ofer Cassif, deputato della Knesset per Hadash, il fronte democratico ebraico-arabo per la pace, il 31 dicembre 2024, in una memoria alla Camera dei Comuni britannica. Scrive da sospeso, tutte le attività parlamentari congelate da novembre 2024 a maggio 2025, la sospensione più lunga mai inflitta a un parlamentare israeliano, per avere denunciato crimini di guerra a Gaza davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.
Una forza paramilitare
Ai deputati britannici, Ofer Cassif chiarisce che questi cavernicoli costituiscono
una forza paramilitare o quasi militare illegale, impegnata in illeciti attacchi terroristici contro palestinesi innocenti.
A supporto della denuncia, cita i dati Onu, ben 591 attacchi registrati nel solo primo semestre del 2023, quasi tre al giorno e quelli dell’organizzazione Yesh Din, secondo cui il 93,7 per cento dei fascicoli aperti nei loro confronti finisce archiviato.
Poi Ofer Cassif affronta il tema della copertura politica, evidenziando che «nel marzo 2023 il ministro delle Finanze e ministro presso il ministero della Difesa, Betzalel Smotrich, ha dichiarato chiaramente di credere che non esista una cosa chiamata terrorismo ebraico». Nella sua veste al ministero della Difesa, ricorda ancora Cassif, «Smotrich ha piena autorità sull’amministrazione civile, la forza di governo di fatto nei territori occupati della Cisgiordania». E richiamando la detenzione amministrativa, l’unico strumento raramente impiegato per frenare la violenza dei coloni, aggiunge che «nel novembre 2024 il ministro della Difesa ha annunciato che avrebbe smesso di firmare ordini di detenzione amministrativa contro i coloni violenti, coinvolti in attività terroristiche».

Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.


