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Vertice Russia-Usa, Sami Haddad: “Mi sarei aspettato almeno qualche riferimento alla tragedia che continua a vivere il popolo siriano”

Gli occhi del mondo erano puntati ieri sull’attesissimo faccia a faccia fra il presidente americano Joe Biden e il presidente russo Vladimir Putin. Il vertice fra i leader delle due potenze mondiali si è svolto nella suggestiva cornice settecentesca di Villa La Grange a Ginevra, capitale dello spionaggio mondiale, delle  speranze disilluse dove già nel novembre del 1985 si erano incontrati Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev, inaugurando un ordine mondiale nuovo che passava attraverso  la decisione comune di ridurre i rispettivi arsenali nucleari del 50%.  A distanza di anni le tensioni fra le due superpotenze non si sono mai sopite e anzi si erano acuite negli ultimi mesi con Biden che dà dell’assassino all’ex veterano del Kgb, che di rimando gli augura “buona salute”. Ieri a Villa La Grange il coup de théâtre. Il settantottenne inquilino della Casa bianca e il capo del Cremlino, che ha visto già passare cinque presidenti Usa,  non sono più come ben evidenza Le Figaro, “rivali sistemici e accaniti che vogliono la distruzione reciproca”, ma potrebbero persino cooperare rispettando alcune linee rosse, evitando ingerenze nei rispettivi affari interni. Quattro ore di conversazione pragmatica che hanno sortito l’accordo per il ritorno dei degli ambasciatori a Mosca e Washington, l’impegno di  “compiere progressi sui nostri obiettivi condivisi di garantire prevedibilità in ambito strategico, riducendo il rischio di conflitti armati e la minaccia di una guerra nucleare” e la decisone “di lavorare insieme per  impedire che l’Iran ottenga armi nucleari“. I temi in agenda erano tanti, cyberattacchi e interferenze elettorali, vicenda Navalny, diritti umani solo per citarne alcuni, ma poco o nulla è trapelato rispetto al sostegno della Russia al regime di Damasco. Di questo abbiamo parlato con Sami Haddad, docente siriano di lingua araba all’Università L’Orientale di Napoli.

Infografica – La biografia dell’intervistato Sami Haddad

Cosa si aspettava da questo summit?

Non ci aspettavamo certo che si dedicasse un’ora ad un conflitto volutamente dimenticato dal mondo, ma almeno qualche riferimento alla tragedia che continua a vivere il popolo siriano. A noi premono soprattutto alcune questioni fondamentali: la prima è l’applicazione delle risoluzioni Onu, dalla dichiarazione di Ginevra del 2012 e tutte quelle che ne sono seguite, in particolare la 2254 che indica la transizione politica, per giungere ad una soluzione duratura della crisi siriana. Decisioni prese in sede di Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e adottate da tutti, Russia compresa. Un’altra questione rimasta insoluta e passata nell’oblio, riguarda le persone scomparse e tutti i prigionieri di cui non si conosce più la sorte dall’inizio del conflitto. Per tutti loro, chiediamo verità e giustizia, vogliamo che tutti i responsabili di crimini di guerra si assumano le proprie responsabilità. È importante agli occhi del mondo e della Siria che sia evidente l’assunzione della colpa, altrimenti tutto passa nell’impunità e questo finirebbe per creare un pericoloso precedente non solo per il mio Paese, ma a livello mondiale.

Foto – Siria, Aleppo – 17 Aprile 2018. Le squadre di soccorso distribuiscono aiuti ai rifugiati.
Un camion che trasporta mobili per i profughi in fuga dai bombardamenti.

Un altro tema che ci sta a cuore è il fatto di non ridurre la questione siriana al mero problema, che esiste, di aiuti umanitari, bisogna andare oltre per arrivare al nocciolo del dramma vissuto dal Paese. Russia e Stati Uniti sono coinvolti in questo conflitto e un accordo politico non può che passare tra queste le due super potenze. Mosca si è impantanata con Damasco e cerca una via d’uscita, usando la Siria come terreno di scambio. Cerca di compiere delle manovre per uscire da uno stallo, che sta affrontando nel dossier siriano per l’incapacità di far passare la sua agenda politica e di barattare Assad con nessuna delle sue questioni aperte con l’Occidente. Oggi, il suo interesse è concentrato sulla prevenzione del crollo del regime, accreditando le “elezioni di Bashar al Assad” e imponendolo come “legittimo” presidente della Siria. Ma Mosca non è in grado di rilanciare economicamente il regime damasceno, che soffre di una gravissima crisi finanziaria ed economica e non può quindi impedirne il crollo economico. Sa anche che scommettere su una soluzione politica e sulla ricostruzione è un terreno impraticabile, senza un accordo con gli americani e gli europei su una soluzione vera e duratura che sia conforme alla risoluzione 2254. Che non potrà esserci, se al comando del Paese rimarrà Bashar al Assad, implicato in crimini di guerra e contro l’umanità. Pertanto, vediamo che il Cremlino tenta di riportare la questione siriana sul binario diplomatico e negoziale per uscire dal pantano, ma le mosse russe portano a percorsi diversi e si rivolgono a tutte le parti per molteplici obiettivi, non limitati alla sola Siria.

Si arriverà prima o dopo ad un punto sul conflitto siriano? 

Giungere a una svolta sulla questione siriana dipenderà dall’accordo Usa-Russia, ma ciò a cui stiamo assistendo oggi è l’intensificarsi del contrasto e della competizione tra loro su molti fronti a livello globale. Perciò parlare della prossima fine del conflitto è inverosimile, il suo momento non è ancora arrivato, perché continua a rimanere collegato alla risoluzione delle crisi della regione, compresa la questione del nucleare iraniano. Tutto questo avviene in un momento particolare nel complicato scacchiere mediorientale, legato a due importanti cambiamenti: la fine dell’era Netanyahu, che è un fatto positivo, e le elezioni presidenziali in Iran, che avranno un impatto negativo perché ad assumere la guida del Paese degli ayatollah sarà un conservatore intransigente. Questo non è di buon auspicio e non prelude ad una apertura e a un cambiamento di prospettiva.

Sul versante americano, Trump già nel 2018 aveva annunciato il disimpegno Usa dal Paese, ma di fatto gli americani sono ancora in Siria…

Gli Stati Uniti hanno mantenuto la base militare di al Tanf, nel sud-est del Paese, il corridoio congiunge l’Iran al Libano. Hanno volutamente tenuto quel presidio militare strategico per evitare la continuità territoriale fra Teheran e Beirut.

Foto – La base militare Usa di al Tank
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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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