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Guerra alla memoria storica o pacificazione per una memoria condivisa?

È un dibattito acceso quello che si è sviluppato tra l’Università del Salento e il Consiglio Comunale della Città di Lecce sull’intitolazione di una strada o di una piazzetta a Sergio Ramelli e alle vittime dell’odio politico. Un dibattito che, com’è giusto che sia, è andato oltre le mura istituzionali e ha coinvolto la società civile, in quella che sembra una lotta per decidere da che parte stare, come se la Storia, Magistra Vitae, non avesse già tracciato la strada da seguire affidandoci insegnamenti di fondamentale importanza. 

Da un po’ di anni sembra siano in atto diversi tentativi che mirano a riscrivere alcuni aspetti legati ad accadimenti storici, nell’intento di rivedere le vicende a seconda di quelle che sono le esigenze di chi gli avvenimenti li usa, estrapolandoli dal contesto e dal preciso momento in cui essi si son verificati. L’uso politico della Storia, per riscrivere una memoria di parte, va in direzione opposta a quella che è ormai una necessità da troppo tempo rimandata: fare i conti con il nostro passato. 
Con quel passato che ci ha mostrato l’orrore della Seconda Guerra Mondiale e degli anni che ne seguirono, un passato in cui l’odio politico che pervadeva la società si manifestava nelle più violente e brutali uccisioni. 

Proprio da quel periodo così buio della nostra Storia nazionale nasceva l’esigenza di porre un argine a difesa dei valori democratici della nostra neonata Repubblica, minacciata da forze antisistema, incompatibili con le garanzie delle nostra Costituzione. Pertanto, la decisione di vietare la riorganizzazione del Partito Nazionale Fascista, introducendo anche il reato di apologia del fascismo, mediante la Legge Scelba del 1952, tracciava il solco della rinascita democratica dopo gli anni della dittatura fascista. 

Ed è lungo quel percorso, ancora oggi per certi versi insidioso, che ci si è imbattuti in uno scontro al vertice tra Consiglio Comunale di Lecce e Università del Salento. Il casus belli che ha fatto scattare la diatriba è stata la decisione del Consiglio Comunale cittadino di intitolare una strada o una piazza a “Sergio Ramelli e a tutte le vittime dell’odio politico”. La mozione, presentata da Fratelli d’Italia e discussa nella seduta del 28 Maggio del Consiglio Comunale alla quarta ora, inizialmente prevedeva l’intitolazione alla sola memoria di Ramelli, successivamente modificata con l’aggiunta della dicitura “a tutte le vittime dell’odio politico”.

Tale decisione non ha lasciato indifferente il Consiglio Didattico dei Corsi di Laurea di Area Politologica (Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e Studi Geopolitici e Internazionali) del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo dell’Università del Salento, che, in un comunicato, ha espresso le perplessità a riguardo. In quanto “agenzia educativa, e nell’ottica della leale collaborazione tra Istituzioni, il nostro unico obiettivo resta quello di rafforzare un messaggio di inequivoca e più che mai indispensabile pace civile e sociale, nella comune condanna di ogni forma di intolleranza e di violenza” per questo il Consiglio ha avanzato la proposta di un’eventuale intitolazione del luogo “A tutte le vittime dell’odio politico e degli Anni di Piombo (senza differenze di ruolo, di età e – soprattutto – colore politico)”.

Immediata la replica del Presidente del Consiglio Comunale che, a mezzo comunicato stampa, ha fatto sapere che “Chiunque voglia attribuire alla deliberazione un significato di presunta “pacificazione” o “riconciliazione politica” incorre in errore”.

Anche l’On. Giorgia Meloni, dalle pagine del Il Giornale ha espresso la sua opinione a riguardo, esprimendo, in contrasto con quanto afferma il Presidente del Consiglio Comunale , ma in accordo con il comunicato dell’Università, la necessità di una “pacificazione”. 

Un groviglio di intenzioni che a prima vista sembrerebbero andare quasi tutte in un’unica direzione, ma che potrebbero nascondere insidie pericolose, se non ci si sofferma a chiarire alcuni margini che non dovrebbero essere travalicati, per non incorrere nell’errore di far guerra alla memoria, al posto di costruire una pacificazione rispettosa della Storia e trasversalmente condivisa.

Proviamo a fare il punto incontrando il Prof. Daniele De Luca, Presidente dei Corsi di Laurea in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e Studi Geopolitici e Internazionali dell’Università del Salento.

Infografica – La biografia dell’intervistato Daniele De Luca

Prof.re la decisione del Consiglio Comunale di Lecce è una presa di posizione nei confronti della memoria storica, come si evince anche dal comunicato stampa del Presidente del Consiglio, nel quale si lascia intendere che non vi sono margini né per una pacificazione, né per una memoria condivisa. 

La risposta del Consiglio Comunale al nostro Comunicato in realtà ci ha fatto un favore. Dal 1945 ad oggi sono passati ormai 76 anni ed è giunto il momento della pacificazione, ma se, citando la Dichiarazione del Presidente del Consiglio, il Comune di Lecce vuole fare di Sergio Ramelli un emblema delle vittime politiche, c’è un problema. Sergio Ramelli è stato vittima di un attacco brutale, ma nell’ambito del neofascismo è diventato un simbolo insieme ai caduti di Acca Larentia. Se di pacificazione si vuole parlare bisognerebbe prendere altre direzioni, magari ricordando tutte le vittime dell’odio politico e degli Anni di Piombo, anche quelle vittime che si sono trovate coinvolte per caso.

Lecce è una città che ha espresso spesso governi di destra, e l’intitolazione a Sergio Ramelli sarebbe solo l’ultima di una serie di strade e piazze che hanno nomi che rimandano ad un passato fascista, nei pressi delle quali ancora oggi si depositano fiori come omaggio: che pacificazione si intende cercare? 

Se io faccio lo storico noto che questa città ha un’idea particolare riguardo alla pacificazione. Noto che nel 2016 su proposta di Alessandro Delli Noci è stata istituita una via dedicata Alle Vittime di Acca Larentia. Se guardo la toponomastica della Città vedo che c’è Via Predappio, istituita dalla Giunta Poli Bortone (luogo di nascita di Mussolini e meta tutt’oggi di pellegrinaggi e manifestazioni neofasciste n.d.r.), che mi può anche andare bene essendo un riferimento geografico, ma anche c’è una via intitolata a Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano, che scriveva sulla Difesa della Razza, e poi c’è un’altra strada intitolata a Ettore Muti, uno squadrista del cui nome si fregiò una delle più violente bande delle Brigate Nere durante la Guerra Civile. Se metto insieme tutte queste cose mi sembra ci sia una chiusura del cerchio. Tralasciando Via Giorgio Almirante, Via Predappio, Via Muti, negli attuali gruppi neofascisti le Vittime di Acca Larentia e Sergio Ramelli sono i loro totem e quindi richiamarli oggi sembra quasi un voler strizzare l’occhio a quell’ala di estrema destra ultranazionalista, antieuropea, antisemita e xenofoba.

L’apologia di fascismo è un reato. In Italia ci sono già le normative, vedi Legge Scelba e la nuova proposta di legge a iniziativa popolare contro la propaganda fascista e nazista promossa dal Sindaco di Stazzema e depositata in Parlamento il 19 Ottobre 2020. Abbiamo dunque gli strumenti affinché si possa porre un freno ad una nuova deriva della destra estremista, ma i gruppi neofascisti sono comunque in Parlamento e continuano a organizzare raduni e manifestazioni, restando di fatto impuniti.

Abbiamo già le leggi, ma non risolviamo nulla se non cominciano ad applicarle. Se un gruppo di persone si ritrovano per celebrare la morte di una persona e lo fanno alzando il braccio destro e inneggiando al Fascismo, quello è un reato e come tale dovrebbe essere punito. Qui non si tratta di punire un’idea, perché le idee non si puniscono, ma qui c’è una legge che vieta questi comportamenti e andrebbe applicata. Quando gli esponenti di Casa Pound si definiscono “i fascisti del Terzo Millennio” dovrebbero essere perseguiti legalmente e sciolti quei partiti che si richiamano all’ideologia e al simbolismo fascista.

Con il comunicato del Consiglio Didattico l’Università ha tracciato una linea, esponendosi pubblicamente e prendendo una posizione netta, che non a tutti è piaciuta. Soprattutto non è stata gradita dall’On. Giorgia Meloni che dalle colonne de Il Giornale ha sottolineato che “la violenza politica non è morta. […] Certo, non si tratta di una violenza fisica ma di una violenza verbale, morale, comunicativa molto simile a quella che negli anni più bui del dopoguerra ha armato la mano a troppi carnefici.” Forse un paragone un po’ esagerato e comunque anche l’On. Meloni conclude, in accordo con quanto dall’Università già proposto, “Continueremo a batterci perché […] la storia drammatica di quegli anni faccia germogliare il fiore della pacificazione, perché la libertà di espressione abbia sempre la meglio sull’oscurantismo ideologico. È una battaglia che per essere vinta deve essere combattuta trasversalmente, al di là degli steccati.”.

Se l’Università non partecipa alla vita politica, sociale, diciamo che si chiude nella torre d’avorio, e noi docenti siamo gli intellettuali che prendono le distanze dal resto del mondo, quando lo facciamo, stiamo compiendo una scelta politica, di campo, ma allora dobbiamo intenderci. Questi sono dei Corsi di Laurea di Scienze Politiche e quindi è stato per noi come un dovere intervenire nella questione, con una decisione che è stata presa all’unanimità all’interno del Consiglio Didattico, dopo una discussione che ha coinvolto docenti e studenti. La risposta dell’On. Meloni me l’aspettavo, e la ringrazio. Che l’On. Giorgia Meloni ci attacchi è giusto, com’è giusto che Fratelli d’Italia faccia la sua proposta, ciò che non è giusto è che tale proposta venga accettata. 

Dal vostro comunicato si legge che “L’antifascismo non riguarda esclusivamente la questione morale, ma anche e soprattutto il rispetto della Costituzione e del divieto di ricostituzione del Partito fascista. L’antifascismo non è una scialba e stucchevole retorica salottiera di proprietà di alcuni gruppi elitari che si professano “progressisti”. L’antifascismo non è rappresentato da belle e ricercate parole nei giorni delle commemorazioni d’obbligo. L’antifascismo è azione! Azione quotidiana di riconoscimento nei principi di libertà, giustizia e uguaglianza, impressi dalla Costituzione.” È dunque questo il nocciolo dell’Antifascismo oggi?

L’Antifascismo è una discriminante. La gente dovrebbe capire che il Fascismo è un modo di pensare, è un insieme di comportamenti di intolleranza ideologica, di intolleranza nelle scelte sessuali, religiose, mentre l’Antifascimo è una discriminate perché è basato sui valori della tolleranza, dell’antirazzismo. Son passati oltre 70 anni dalla caduta del Fascismo ma la narrazione che ne facciamo deve essere rispettosa della Memoria storica, e dovremmo essere d’accordo tutti. Perché le vittime non sono tutte uguali per scelta ideologica, i morti sì. Ecco perché noi siamo andati verso quella proposta: una scelta non politica, non una scelta di campo, ma una proposta assolutamente inclusiva, che ricordi tutte le vittime. Questo è.

Ora la palla passa alla Commissione Toponomastica che dopo “accurata istruttoria” deciderà come procedere. E le altre Istituzioni si regoleranno di conseguenza. 

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Nata nel sud della Puglia, laureata in Studi Geopolitici Internazionali, attualmente frequenta il Master Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy. Appassionata di Politica, Geopolitica Internazionale e Ambiente, adora viaggiare e scoprire il Mondo e la sua gente.

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