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Praga: chiude il centro accoglienza per ucraini, critiche sul trattamento delle altre nazionalità

La Repubblica Ceca ha finora accordato quasi 400mila “visti di protezione temporanea” ad altrettanti profughi dall’Ucraina, ma dall’inizio di giugno il governo ha cominciato a diminuire il budget destinato all’accoglienza e a eliminare determinati benefici ai rifugiati di Kiev. In primo luogo, la Camera sta discutendo un emendamento che taglia i sussidi per l’acquisto di generi alimentari e di prodotti per l’igiene di base e che mette una scadenza all’occupazione degli alloggi senza pagamento e all’assicurazione sanitaria gratuita (tranne che per bambini e anziani); la proposta intende anche limitare gli aiuti agli ucraini che hanno già ottenuto la residenza permanente. Una misura già in atto, invece, è quella che dal 12 giugno ha tolto l’utilizzo gratuito dei mezzi pubblici ai rifugiati previa la semplice esibizione del passaporto ucraino e del visto speciale di emergenza.

Il sindaco di Praga Zdeněk Hřib ha dichiarato che la città è in difficoltà per l’alto numero di profughi – 83mila, su una popolazione urbana di quasi 1 milione e 300mila praghesi – e soprattutto perché non ha funzionato il piano nazionale di ricollocamento in regioni del Paese meno popolose. Dopo una riunione dell’unità di crisi dell’amministrazione comunale, il sindaco ha stabilito la necessità di chiudere temporaneamente il KACPU, il principale centro di accoglienza della città dedicato agli ucraini, che si trova nel quartiere di Vysočany e dal quale sono transitati 100mila rifugiati. È stato dichiarato in sovraffollamento senza la possibilità di spostare i rifugiati altrove. La decisione è stata aspramente criticata sia dal ministro degli Interni Vít Rakušan che dal premier Petr Fiala, che l’ha definita “irragionevole”. Poiché fino ad oggi l’afflusso verso la capitale è stato quattro volte superiore a quello verso altre zone della Repubblica Ceca, il sindaco Hřib ha espresso la sua insoddisfazione per l’incapacità del governo di implementare un sistema di smistamento in aree diverse e ha detto che terrà chiuso il KCPU finché il governo non provvederà a rendere equa la distribuzione dei profughi sul territorio. L’amministrazione comunale si incaricherà di informare della chiusura quelli scappati via treno e li inviterà a deviare su altre destinazioni. Fino alla fine del periodo di accoglienza obbligatoria, la capitale paga con i fondi comunali 140 corone (circa 5,65 euro) a persona al giorno, a cui si aggiungono i soldi dati dallo Stato. Hřib ha posto la questione di chi si accollerà le ulteriori spese e sosterrà la responsabilità politica di ricevere e mantenere ancora i profughi in un contesto di crisi energetica, inflazione, aumento del costo della vita e degli affitti.

Le critiche al governo ceco non arrivano solo dal sindaco di Praga, ma anche dalle associazioni di difesa dei diritti delle minoranze. A Fiala viene lanciata la stessa accusa formulata al suo omologo polacco Morawiecki: l’aver concesso ai profughi di passaporto ucraino un trattamento migliore rispetto a coloro che scappano dall’Ucraina ma non ne hanno la piena cittadinanza o appartengono a minoranze etniche. In effetti, come misura di alleggerimento del carico che pesa sui centri di accoglienza la Repubblica Ceca ha negato l’assistenza umanitaria ai rifugiati con la doppia cittadinanza ucraina e ungherese: in compenso ha offerto loro un passaggio gratuito in treno fino al confine con l’Ungheria. A Brno, un gruppo di zingari romaní supportato da altre due associazioni ha protestato di fronte al municipio contro il trattamento riservato ai connazionali fuggiti dall’Ucraina; il rappresentante della comunità gitana locale Gejza Horváth ha affermato apertamente che si tratta di “razzismo e discriminazione”, portando come esempio il fatto che gli ucraini di pelle bianca possono alloggiare negli alberghi mentre quelli di altre etnie sono costretti a dormire nelle stazioni. Secondo Tomáš Ščuka, membro del Consiglio governativo per gli Affari della minoranza romaní, le autorità ceche si comportano in modo contradditorio nel momento in cui proclamano di attuare politiche europeiste e al tempo stesso tollerano il fatto che alcune centinaia di zingari scappati dall’Ucraina non ricevano la medesima protezione concessa agli altri rifugiati.

Praga intanto si accinge a prendere da Parigi il testimone della presidenza dell’Unione Europea. Il 1° luglio inizierà il semestre che il premier Fiala ha caratterizzato con lo slogan “L’Europa come compito: ripensare, ricostruire, ripotenziare”, derivante da un discorso tenuto nel 1996 da Václav Havel, primo presidente della Repubblica Ceca. Il compito che grava sul semestre ceco è effettivamente gravoso: mentre in passato per altri Stati la presidenza aveva il solo obiettivo di portare a conclusione di procedure legislative di lungo periodo, per Praga si tratta invece di gestire una crisi aperta su più fronti: dovrà tentare di accomunare le diverse posizioni dei governi nazionali su temi caldissimi come la diversificazione delle forniture energetiche, l’inflazione galoppante e il supporto finanziario e politico all’Ucraina. A questo proposito, il ministro per gli Affari Europei Mikuláš Bek ha dichiarato che il leitmotiv della presidenza ceca riguarderà la “guerra in Ucraina e il suo impatto sull’Europa”, perché questo conflitto collega tutte le principali sfide con cui il Vecchio Continente deve misurarsi oggi: difesa, energia, valori e democrazia. La Repubblica Ceca ha messo come priorità trovare per l’Ucraina finanziamenti sufficienti, garantendo però che le economie dei Paesi membri continuino a girare e che arrivi loro l’energia per farle funzionare. Ma Kiev insiste per entrare nell’Unione Europea e sarà la Repubblica Ceca a dover gestire il suo percorso di accettazione. Sul governo ceco sono già piovute critiche a proposito dello scarso impegno che avrebbe messo nella preparazione del semestre di presidenza. D’altro canto, Praga si trova ad essere al centro della UE proprio mentre è guidata da un governo che ha dato la precedenza alle questioni interne e che è composto anche da euroscettici.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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