Servono ucraini al fronte: la UE stringe le maglie dell’accoglienza
Servono uomini ucraini al fronte. Kiev ha chiesto a Bruxelles e alle capitali europee di fare qualcosa in merito. Si cammina sul filo sospeso fra le impellenti necessità di un Paese da cui fugge chi può e la narrativa eroico-valoriale della UE accogliente e democratica.
Formule burocratiche e tragica realtà
A Bruxelles il re è nudo. Non può mandar via gli ucraini già accolti, ma non può evitare di accogliere chi fugge dalle guerre e dalle carestie, perché non può contraddire le fondamenta delle sue tesi. Di certo nessuno dirà apertamente che occorre espellere gli ucraini che devono tornarsene in patria e arruolarsi per difendere quella patria da cui hanno preferito scappare. Andarsene significherebbe per molti finire in prima linea e morire. Così si cercano formule asettiche, burocratiche e rispondenti a tematiche quali il “ritorno sostenibile” e le “legittime esigenze di Kiev”. Eppure non può andare avanti così proprio perché è da Kiev che chiedono uomini, soprattutto ora che ha prevalso la linea tradizionale del generale Syrsky contro quella innovativa dell’ex ministro della Difesa Fedorov.
Quest’ultimo aveva denunciato la situazione drammatica con riferimento al numero colossale di renitenti e disertori. Stava inoltre ottenendo buoni risultati coi droni, ma stava anche dando fastidio a troppi soggetti interni. Così Zelensky lo ha destituito. L’Europa non può semplicemente rispedire indietro tutti i maschi rifugiati nell’età di leva, soprattutto qualora abbiano ottenuto la protezione umanitaria. E ormai si tratta davvero di proteggerli dalla disumanità dei centri di reclutamento, contro i quali si rivoltano gli stessi ucraini, e da un destino tragico una volta spediti al fronte. Ma intanto i singoli Paesi europei hanno preso iniziative per rendere loro più difficile restare legalmente.
Quasi 4 milioni e mezzo di rifugiati ucraini
Ad oggi sono circa 4,38 milioni gli ucraini rifugiati nell’Unione Europea. La maggior parte di loro si trova in Polonia, nella Repubblica Ceca e in soprattutto in Germania, dove ne sono registrati almeno 1,3 milioni. Di essi, più di 260mila hanno un’età fra i 25 e i 60 anni, cioè sono potenzialmente reclutabili nell’esercito. Dunque costoro sono sfuggiti alla mobilitazione forzata e contraddicono la narrativa degli ucraini impavidi che rimangono per difendere il proprio Paese.
I tedeschi cominciano ad esserne stufi e il governo si è reso conto di quanto pesano sul bilancio statale. Lo stesso cancelliere Merz aveva chiesto a Zelensky di non farne uscire ancora, ma quest’ultimo aveva invece aperto i cancelli ai più giovani, salvo poi chiedere a Berlino di non accoglierne troppi. Di recente l’ambasciatore ucraino in Germania Oleksii Makeiev ha rivelato che i rispettivi governi stanno cercando il modo per “incoraggiare” gli uomini ucraini che risiedono in Germania a ritornare a casa (e quindi al fronte). Con la possibilità di far deportare quelli che Kiev considera a tutti gli effetti come disertori. Ma su questo punto l’ambasciatore non si è sbottonato.
Misure nazionali
Fuori dall’Unione Europa (ma da dentro la NATO), la Norvegia ha introdotto procedure individuali per l’ottenimento del diritto di asilo: dunque non più accoglienza automatica per gli ucraini che entrano. Anzi, se gli uomini in età da mobilitazione sono entrati illegalmente, non potranno avere la protezione temporanea. Dentro la UE, la Danimarca a sua volta ha stabilito regole diverse per i maschi ucraini fra i 23 e i 60 anni, che per poter restare legalmente devono presentare un documento fornito dai Centri territoriali di reclutamento che dimostri la loro esenzione dalla mobilitazione.
Come forma di “incoraggiamento” ad andarsene, il governo polacco ha proposto di tagliare i sussidi ai maschi ucraini. Ci va giù deciso il ministro svedese per la Migrazione Johan Forssell. Da un lato chiede che si neghi il visto ai russi che vogliono venire in Europa a fare i turisti in “weekend di shopping” (no comment!), dall’altro chiede di ridurre la protezione temporanea agli ucraini in età di leva, perché, dice esplicitamente, “la guerra deve essere combattuta e vinta”. A questo proposito “è essenziale che più uomini rimangano in Ucraina a combattere”. Le restrizioni non saranno retroattive, ma andranno applicate ai “nuovi arrivati”.
Cerchiobottismo UE
Un colpo al cerchio e uno alla botte, è questa forse la tattica dei rappresentanti degli Stati membri che a metà luglio hanno raggiunto l’accordo per estendere la protezione temporanea agli ucraini fino al 4 marzo 2028. E al tempo stesso hanno escluso gli uomini dai 23 ai 60 anni, i quali per rientrare nello status di rifugiati dovranno provare di essere usciti dal Paese legalmente mostrando il passaporto avente un timbro di uscita oppure un documento di esenzione dal servizio militare. La direzione quindi è stata tracciata.
Il ministro irlandese per Giustizia, Interni e Migrazione Jim O’Callaghan compie il personale capolavoro di cerchiobottismo, affermando che con la proroga di un altro anno della protezione “alle persone in fuga dalla guerra” – illegale, di aggressione… le solite formule – “si garantisce stabilità a coloro che hanno trovato sicurezza nell’UE”. Posto il sostegno inequivocabile a Kiev, l’Unione “rispetta le legittime esigenze” di difesa richieste dalla stessa Ucraina: “vogliamo anche garantire che tale Paese possa difendersi”. E allora Bruxelles non intravede per il conflitto (e non cerca nemmeno) una fine all’orizzonte, anzi chiude le porte a chi fugge da una guerra che non vuole combattere.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.

