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Londra ha rischiato il blackout: salvata dall’elettricità del continente

Il 20 luglio Londra ha rischiato il blackout a causa di un “collo di bottiglia” verificatosi nella rete elettrica nazionale. Impossibilitato a inviare elettricità nella capitale da altre zone del Paese, il Regno Unito è stato salvato dalla corrente in arrivo dal Belgio tramite il cavo sottomarino Nemo Link, che va da Zeebrugge sul continente al Richborough Energy Park nell’Inghilterra sud-orientale. Senza questo intervento esterno, gli operatori della National Grid Electricity System Operator (ESO) sarebbero stati costretti a sconnettere dalla griglia interi quartieri di Londra, lasciandoli temporaneamente al buio. Per questa importazione straordinaria il Regno Unito ha dovuto sborsare 9724,54 sterline per megawatt/ora, il cinquemila per mille in più rispetto a un giorno normale: pur essendo servita all’acquisto di un volume relativamente basso di energia, si tratta di una cifra record, quasi cinque volte più alta del picco precedente stabilito appena pochi giorni prima. La tendenza del prezzo è chiaramente a salire, ma si teme che prima o poi un pesante blackout si verificherà in ogni caso. Le infrastrutture sono state costruite 30 o 40 anni fa e vanno sostituite o ampliate al più presto, ma vi sono problemi che ostacolano tale operazione. Anzitutto vi è il costo accresciuto dei metalli necessari come il rame e l’alluminio; poi vi è la richiesta sempre maggiore di energia dovuta anche alla tanto pubblicizzata transizione verso i veicoli elettrici; infine vi è l’opposizione delle comunità locali all’installazione di nuovi tralicci e cavi aerei – e anche se qui la difficoltà può essere talvolta aggirata posando i fili sul fondo del mare, si tratta di una soluzione dispendiosa.

L’organizzazione ambientalista Greenpeace ha avviato un’azione legale contro il governo britannico. La campagna di protesta “Stop Jackdaw” era stata già organizzata nei mesi passati, ma oggi è arrivata l’accusa ufficiale di aver permesso al gigante petrolifero Shell di iniziare lo sfruttamento di un giacimento di gas nel Mare del Nord senza una valutazione approfondita delle ricadute sul clima. Il governo britannico, che aveva preso l’impegno di azzerare le emissioni carboniche entro il 2050, ha comunicato che il progetto della Shell non avrà effetti significativi sull’ambiente. Inizialmente era stato rigettato dalla Offshore Petroleum Regulator for Environment and Decommissioning (OPRED), ma il tema della sicurezza energetica nazionale è tornato prepotentemente alla ribalta dopo lo scoppio delle ostilità in Ucraina: così lo scorso giugno da Londra è arrivato il via libera. Alla Shell dicono che il giacimento Jackdaw ha un potenziale pari a più del 6% della produzione di gas di tutta la Gran Bretagna, dunque una cifra notevole in un periodo critico come questo. Le prime forniture sono previste per la metà del 2025. Greenpeace, tuttavia, sostiene che non sarà di aiuto al Paese né allevierà le bollette dei cittadini; inoltre il gas che arriverà dal giacimento produrrà più CO2 di tutte le emissioni annuali di un Paese delle dimensioni del Ghana. Il Jackdow si trova al largo della Scozia, 155 miglia ad est di Aberdeen, e la Shell ha promesso di investire nel progetto 500 milioni di sterline con un’importante ricaduta sull’economia britannica in termini di indotto e di creazione di posti di lavoro.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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