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L’Occidente che vorrebbe la pace ma fornisce le armi non crede al dialogo

In tutta Europa il dibattito politico si sta facendo infuocato: dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha fatto un giro virtuale dei parlamenti europei per chiedere armi, i politici di molti Paesi hanno cambiato atteggiamento pur di accontentarlo, anche andando contro il pensiero dei propri cittadini. Si sta passando pericolosamente dal concedere finanziamenti al mandare i mercenari, dall’addestramento dell’esercito alla fornitura di sistemi d’attacco. Il popolo ucraino è preso fra incudine e martello: con l’invio di ulteriori e più potenti armamenti, gli europei non fanno altro che aumentare la potenza del martello. E non si tratta soltanto di un afflato umanitario per salvare gli ucraini, perché in ciascun Paese europeo l’invio di armi è legato alle dinamiche politiche interne, alle prospettive elettorali e al mantenimento del potere nel post-pandemia. È tutto più complicato di come generalmente venga presentato, cioé come un tendere al mano al povero Zelensky aggredito dall’orso russo.

Ben Wallace, segretario di Stato britannico per la Difesa, intervenuto a una conferenza di donatori internazionali (a cui hanno partecipato gli europei insieme a Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud), ha dichiarato che i Paesi occidentali sono concordi sulla necessità di fornire all’Ucraina una quantità maggiore di “armi letali”. Queste ultime comprenderebbero veicoli corazzati e artiglieria a lunga gittata, un livello di offensività molto superiore ai Javelin e agli Stinger dati finora, anche se non proprio ciò che voleva Zelensky, ovvero carri armati, caccia e “assistenza militare senza restrizioni”. Wallace ha accennato anche all’invio di sistemi di difesa costiera, utili per la difesa di Odessa e per le operazioni nel Mar Nero; e per quanto riguarda l’esaurimento delle scorte nei magazzini militari britannici, il sottosegretario alla Difesa David Williams ha detto che le industrie produttrici sono state invitate ad aumentare i numeri per rimpiazzare la armi già collocate. Anche se le affermazioni di Wallace coinvolgono tutti i Paesi NATO, non è ancora chiaro cosa verrà dato da ciascun Paese: i governi stanno valutando cosa fare in base alle dinamiche che tali “aiuti” metterebbero in moto, comprese le eventuali ritorsioni di Mosca a livello economico e militare. A Londra, intanto, il premier Boris Johnson insiste con la formula Putin must fail (Putin deve perdere) uno slogan che serve a compattare il partito in vista delle elezioni in Irlanda del Nord, e magari anche per sviare l’attenzione dagli effetti sgradevoli dallo scandalo, seppure non particolarmente grave, del “partygate”, per il quale durante le quarantene del biennio 2020/21 i membri del partito Conservatore avrebbero violato le restrizioni sanitarie organizzando riunioni e ritrovi.

Anche due Paesi scandinavi stanno cambiando il loro paradigma: la Norvegia, membro della NATO ma non dell’Unione Europea, e la Svezia, che è un membro della UE storicamente neutrale. La Norvegia, tra i fondatori stessi della NATO, si è sempre attenuta alla regola del non fornire armi a Paesi non appartenenti all’Alleanza Atlantica che si trovino a rischio o in stato di guerra, ma a giustificazione degli aiuti militari a Kiev il premier Jonas Gahr Støre ha detto che l’Ucraina al momento sta affrontando circostanze fuori dall’ordinario. Secondo il ministro della Difesa Odd Roger Enoksen, Oslo ha il merito di aver donato all’Ucraina più armi rispetto ad altri Paesi, e continua ad inviarne altre, tra cui migliaia di sistemi anti-carro M72. Il governo di minoranza di Støre, in carica dal 2021, ha deciso di colpire Mosca anche a livello finanziario congelando e facendo disinvestire dal mercato russo il ricchissimo Fondo sovrano norvegese. La Svezia va contro la sua tradizionale politica di neutralità e di non invio di armi a Paesi in stato di guerra: il parlamento di Stoccolma ha votato a favore degli aiuti militari a Kiev sotto forma di sistemi anti-carro, elmetti e vestiario antiproiettile. La premier Magdalena Andersson ha sottolineato come l’Unione Europea debba continuare a sostenere l’Ucraina sia a livello militare che umanitario. Da parte sua, il marchio svedese forse più famoso al mondo, Ikea, ha sospeso le attività dei suoi numerosi centri commerciali sparsi sul territorio della Federazione Russa, lasciando senza lavoro migliaia di dipendenti.

E in Italia la polemica va avanti serrata dal momento in cui la Camera il 17 marzo ha approvato – in mezzo ad assenze e spaccature trasversali – il cosiddetto “decreto-Ucraina”. A votare contro è stata persino Laura Boldrini, oggi deputata del Partito Democratico: nel 2017 da Presidente della Camera aveva ricevuto a Montecitorio l’omologo ucraino Andriy Paruby, fondatore di un partito nazionalista che non nascondeva simpatie naziste. Oggi ha espresso apertamente la convinzione secondo cui il conflitto vada fermato col dialogo e coi negoziati, non mandando armi. Oltre ai tanti soldi per l’accoglienza dei profughi, a generare un forte dibattito è l’impegno ad aumentare le spese militari fino al 2% del PIL, proprio come da obiettivo degli accordi NATO: c’è chi vorrebbe indirizzare ulteriormente i contributi dei cittadini italiani a cause esterne, e chi vorrebbe prediligere (almeno a parole) le soluzioni ai problemi degli italiani, prostrati da due anni di gestione pandemica contraddittoria e difficilissima. L’elenco delle armi per Kiev è stato secretato dal governo, ma “Il Fatto Quotidiano” sostiene di essere riuscito a visionarlo: ne risultano migliaia di bombe da mortaio, centinaia di missili anti-carro, mitragliatori e razioni da combattimento, e sembra esserci molto altro ancora. Tuttavia, secondo gli esperti si tratterebbe di armi funzionanti, ma obsolete, la cui spedizione sarà gestita dal Comando Operativo di Vertice Interforze del generale Francesco Paolo Figliuolo. La decisione di Zelensky di distribuire le armi ai civili potrebbe far sì che i fucili italiani finiscano in mani che non sono quelle dei soldati ucraini, ma di chi le userebbe con ovvi profitti per la criminalità organizzata. La decisione di Roma di fornire armi è avvenuta proprio quando si aprivano spiragli di pace, ossia il giorno di apertura del primo round di negoziati russo-ucraini, come fa notare l’ambasciatore russo in Italia Sergey Razov, che ha descritto la scelta italiana come cercare di spegnere il fuoco con il cherosene. Un sondaggio della Mikaline Research mostra come ben il 57% degli italiani sia contrario all’invio di armi in Ucraina, mentre addirittura il 73% si oppone all’ausilio militare diretto dei contingenti italiani. In particolare i giovani sotto i 30 anni sono i più convinti sostenitori del no. A pesare sono soprattutto il timore per l’allargamento del conflitto, magari con l’impiego di bombe nucleari, e quello delle ripercussioni negative sull’economia nazionale. In conclusione, si ha la percezione di un Paese intimorito e incerto circa una rapida e possibile soluzione della situazione in Ucraina.

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52 anni, padre di tre figli. E' massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.

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