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Lo scandalo della pace e la parresia di papa Francesco

Consacrando Russia e Ucraina al Cuore immacolato di Maria il Santo padre ricorda come solo un’Europa che respira con due polmoni può essere un argine contro il paradigma dello “scontro di civiltà”.

I grandi giornali, con poche eccezioni, non hanno trovato adeguato spazio, nel profluvio di pagine quotidianamente dedicate alla guerra in Ucraina, per la recente netta presa di posizione di papa Francesco rispetto ai rischi di un cedimento alla logica del riarmo. Un infastidito silenzio che si inserisce in un atteggiamento complessivo di larga parte dell’informazione mainstream occidentale rispetto all’originale posizione del pontefice a proposito del conflitto. Non meno supponente disinteresse, in perniciosa convergenza tra le voci di ampi settori del progressismo e parti rilevanti di quelle del mondo conservatore, è stato dimostrato verso la storica decisione di compiere “il 25 marzo, Solennità dell’Annunciazione, un solenne Atto di consacrazione dell’umanità, in modo particolare della Russia e dell’Ucraina, al Cuore immacolato di Maria”.

Il trasversale “partito della guerra”, che ha attivi agitatori nelle redazioni, mal sopporta il fatto che il Santo Padre frapponga la propria autorevolezza all’imporsi del paradigma dello “scontro di civiltà”. La parresia del Vescovo di Roma disturba il disegno d’imporre un’unica lettura possibile delle cose, ovviamente distribuendo la patente di insensibile traditore putiniano (in alternativa, di infantile irenista) a chiunque si permetta di avanzare dubbi e punti di vista altri.

Resta, però, il parlar chiaro di papa Bergoglio. Ricevendo una delegazione del Cif, il 24 marzo scorso, con il suo consueto stile diretto, a braccio, non le ha certo mandate a dire: “Io mi sono vergognato quando ho letto che non so, un gruppo di Stati si sono compromessi a spendere il due per cento del pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso … la pazzia, eh? La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo, non facendo vedere i denti, come adesso, no?, un mondo ormai globalizzato, un modo diverso e di impostare le relazioni internazionali”.

Come abbiamo già evidenziato, richiamando la pungente corretta formula impiegata da Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, il successore di Pietro rifiuta concretamente e creativamente il ruolo di “cappellano dell’Occidente” in cui vorrebbero ingabbiarlo vecchi e nuovi sostenitori dell’occidentalismo bellicista. 

Quanto si legge – o non si legge, per precisa scelta del farsi propagandista di tanti media – riporta alla mente quanto accadde con Giovanni Paolo II, nel 1991 e poi nel 2003, con le due Guerre del Golfo.

Ora come allora, si vorrebbe una Chiesa che indossi l’elmetto e s’impegni nella benedizione della “guerra giusta”. 

Passando dai giornali alle forze politiche, precisamente come ai tempi delle operazioni contro Saddam Hussein, anche in quelle che ci si aspetterebbe più impegnate a interpretare laicamente la visione proposta dalla Chiesa è difficile esprimersi in contrasto con quello che appare sempre più come un “pensiero unico”. Nonostante, o forse proprio per questo, si cerchi di farlo senza scadere nel pacifismo ideologico (assai funzionale a far apparire responsabili i propugnatori della soluzione armata). 

Sul suo blog Senza mandato, ha giustamente evidenziato Gianni Valente: “Davanti alla guerra d’aggressione in atto in Ucraina, chi sostiene la scelta occidentale di inviare armi e altri strumenti di guerra ai combattenti ucraini per alimentare la loro resistenza procede lungo le stesse linee di pensiero a cui attingeva Bush padre più di trent’anni fa, anche quando evita di evocare il fantasma politicamente scorretto della “Guerra Giusta”. L’effetto collaterale che si punta a ottenere è anche quello di far apparire come pacifismo parolaio e imbelle ogni esitazione manifestata davanti alle armi inviate in Ucraina dai Paesi Nato (forniture confermate anche nel vertice a Bruxelles di giovedì 24 marzo). Per non parlare di papa Francesco, che in una simile situazione continua addirittura a riconoscere come nefaste le politiche di aumento delle spese militari (linea imboccata, sull’onda del conflitto in Ucraina, da diversi Paesi europei, compresa l’Italia)”.

“Lo scandalo della pace”, insomma. Proprio così viene da scrivere, riproponendo l’espressione che diede il titolo a un volantino che Comunione e Liberazione diffuse per esprimere il proprio no all’attacco all’Iraq di Bush senior

A chi, dal centro e dalla destra, invita a intrupparsi si potrebbe ricordare cosa scrisse “Il Sabato” oltre trent’anni fa: “La guerra è innanzitutto ammazzare la gente, donne, anziani, bambini e uomini, magari vittime di una doppia ingiustizia, come capita in questo caso ai sudditi del regime iracheno. Non accettiamo le provocazioni si legge di chi ci vorrebbe schierati contro questa guerra per motivi ideologici, allineati questa volta con un pacifismo ingenuo e strumentale. Il giudizio del papa è condiviso in tutto il mondo. (…) L’Italia non può ignorare questo realismo”.

Il realismo dei Papi, quello del pontefice polacco che ha sconfitto il comunismo (senza benedire il turbocapitalismo) e quello di Francesco. C’è una forte continuità, tra i due. Il primo, con le parole che furono del pensatore russo Vjaceslav Ivanov, invitava a costruire un’Europa consapevole della propria missione storica di “respira con i suoi due polmoni, Occidente e Oriente”. Il secondo, proprio con la consacrazione di Russia e Ucraina al Cuore immacolato di Maria, ricorda come non si possa trasformare un ponte in un fronte. 

La storia degli ultimi settant’anni lo dimostra: guerre regionali non sono mai mancate, per questo io ho detto che eravamo nella terza guerra mondiale a pezzetti, no?, un po’ dappertutto, fino ad arrivare a questa, che ha una dimensione maggiore e minaccia il mondo intero. Ma il problema di base è lo stesso: si continua a governare il mondo come uno “scacchiere”, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri”. Quest’altro illuminante passaggio dell’udienza mediaticamente silenziata consegnerebbe un compito all’Unione Europea, se questa non sembrasse già troppo impegnata a giocare al battaglione di complemento della Nato. 

Usciamo dalla scacchiera, non siamo pedine. Il Papa lo sa. E noi?

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Classe 1977, giornalista e consulente nel settore della comunicazione. Direttore del settimanale “Il nuovo Monviso” e di “2006più Magazine” (voce del gruppo Dai Impresa). Dirige la comunicazione di Echos Group. Collabora con diverse testate nazionali (tra cui Tempi) e locali. Ha lavorato per Pubbliche Amministrazioni, realtà d'impresa e del Terzo settore. Presidente regionale piemontese e componente dell'Esecutivo nazionale del Mcl - Movimento Cristiano Lavoratori. Consigliere d'amministrazione della Fondazione Italiana Europa Popolare e Componente del Comitato Scientifico della Fondazione De Gasperi. Co-autore, con Giorgio Merlo, del libro “I Granata” (Daniela Piazza Editore)

 

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