La trappola del debito americano: gli USA verso il punto di non ritorno
Il debito degli Stati Uniti cresce ormai più rapidamente del loro PIL e ben oltre quanto indicassero le precedenti previsioni. Non si tratta soltanto di un aumento quantitativo, ma dell’esito di una trasformazione monetaria e finanziaria iniziata nel 1971, quando la fine della convertibilità del dollaro in oro aprì una nuova fase dell’economia mondiale.
Da allora la finanza e la massa monetaria hanno conosciuto un’espansione senza precedenti, mentre il debito americano ha assunto una traiettoria sempre più difficile da controllare, come mostra il seguente grafico.

1971: la fine del gold exchange standard e l’ascesa del debito USA
Nel 1971 comincia l’ascesa del debito rispetto al PIL. In quell’anno Nixon dichiarò la fine del «gold exchange standard» e aprì la porta alla rivoluzione finanziaria, con la stampa di carta moneta staccata dall’oro e stampabile all’infinito. Il dollaro si afferma come moneta di riferimento globale anche grazie all’invenzione, da parte di Kissinger, del «petrodollaro» e del sistema di pagamento bancario SWIFT, basato sul dollaro, che doveva essere acquistato per le negoziazioni. Gli USA scaricarono sul mondo occidentale il loro debito e la loro regolazione monetaria. Questa fu la prima forma di sottomissione dei Paesi europei, contro gli equilibri fissati nel Patto Atlantico del 1949, oggi richiamato ma troppo spesso calpestato.
La dominanza del dollaro e l’idea della superpotenza spingono gli USA a scaricare sugli altri le loro diseconomie, che crescono. Nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino, la loro sfera di dominio diventa globale e, sempre più, l’alleanza atlantica si trasforma in pura subordinazione. Si sviluppa l’idea che la loro grandezza non finirà mai, che il sole splenderà per sempre all’orizzonte e che la cornucopia di Amaltea li ripagherà senza fine. Ma, paradossalmente, proprio alla fine del secolo, con l’idea di un’onnipotenza infinita, cominciano a prepararsi la loro decadenza e il loro collasso.
Deindustrializzazione americana e ascesa economica della Cina
La corsa alla finanza spinge le imprese a delocalizzare tutto all’estero e a trasferire l’attività manifatturiera, che è la vera fonte di ricchezza reale. I grafici dimostrano come, nel decennio 1990-2000, l’economia americana diventi legata al terziario e crolli la manifattura, creando così la Cina come fabbrica del mondo, che esploderà nel nuovo secolo. Nel 1991 il prodotto pro capite cinese era inferiore a quello del Ciad. Come si vede dai grafici, alla crescita impetuosa della Cina si accompagna il crollo della bilancia dei pagamenti USA:

La bilancia dei pagamenti è sempre stata negativa, ma, con la trasformazione della propria economia dalla produzione al terziario, gli USA la peggiorano. Inoltre, viene meno il signoraggio sui cambi che si era verificato dal 1971, con la caduta del «gold exchange standard».
Se osserviamo il grafico dagli anni Settanta al 2007, possiamo rilevare una caduta drastica delle partite correnti, particolarmente negli anni Novanta.
La sostenibilità di questa situazione è data sicuramente dal signoraggio e dal fatto che, negli ultimi quarant’anni, il tasso di rendimento ottenuto dagli Stati Uniti sui loro investimenti internazionali è stato sempre superiore — si stima di un terzo — rispetto ai pagamenti dovuti sui propri debiti internazionali. Per dirla con le parole dell’ex capo della Fed Alan Greenspan, gli USA ottengono un reddito
dato dal rendimento di titoli che fruttano interesse, acquistati attraverso l’emissione di moneta, sulla quale non si paga al portatore alcun interesse o, al più, un tasso inferiore al tasso di mercato.
Una spiegazione, cioè, molto vicina alla definizione di signoraggio bancario. Ma ora questa posizione di signoraggio sta cambiando e ha effetti sulla crescita del debito e sulla sua sostenibilità attraverso l’emissione di Treasury Bond.
Debito pubblico USA: una crescita sempre più difficile da controllare
La situazione del debito sta diventando esplosiva soprattutto per la sua dinamica, che lo porta a crescere in continuazione, come si vede dai seguenti grafici:

Il debito cresce in modo più che proporzionale alla crescita del PIL manifatturiero delocalizzato in Cina e vive di una finanza senza limiti, che procede alla stampa infinita di carta moneta, imprigionandosi in una dinamica senza fine che rischia di sfociare in una bolla esplosiva. Le proiezioni sul debito, come emerge dal grafico, diventano verticali e inarrestabili e manifestano sempre più il punto di non ritorno, dovuto anche all’incompetenza delle ultime presidenze di Biden e, in particolare, di Trump, che vuole imporre alla realtà le proprie idee, ma finirà per collassare di fronte alla realtà stessa.
Dollaro, BRICS e nuove spinte verso la dedollarizzazione
Il dollaro rischia di essere ridimensionato nelle transazioni internazionali per effetto delle manovre dei BRICS e, in particolare, della Cina, che opera per dedollarizzare la finanza internazionale. Questa sostiene ancora oggi il dollaro, ma non può farlo troppo a lungo. Al momento non si vedono posizioni critiche che possano ridurre il problema e il vero dramma è che si pensa di risolverlo con le stesse misure che l’hanno creato.
Treasury Bond e interessi sul debito americano oltre il 5%
L’altro aspetto che sembra rendere irreversibile il fenomeno, portandolo al collasso, è l’aumento degli interessi sul debito, che si impennano, a quanto sembra, senza misure di contenimento. Il debito cresce e la minore domanda di Treasury Bond spinge verso l’aumento dei tassi di interesse, che ormai superano il 5% e fanno sforare ulteriormente il debito, come emerge dal grafico sottostante.
L’effetto di debolezza del debito è legato anche alla caduta delle entrate fiscali delle corporate che, avendo delocalizzato le produzioni, hanno delocalizzato anche le imposte, come emerge dal grafico. Le multinazionali contribuiscono a gonfiare la Borsa americana perché continuano a comprare azioni proprie, facendone aumentare il valore in modo fittizio. Le corporate continuano a indebitarsi, ma la crescita diventa soltanto un gioco finanziario di moltiplicazione infinita degli utili, come ha dimostrato la quotazione di SpaceX, che ha possibili utili in un futuro non definibile e quindi assolutamente incerto. La finanza ha giocato, come sempre, sulle aspettative che, come mostra la realtà, non sono conoscenza.

Dazi di Trump, inflazione e tensioni sul mercato dei Treasury
Come conseguenza della finanza fuori controllo, le operazioni sconclusionate di Trump sui dazi hanno fatto impennare i prezzi e l’inflazione cresce al di sopra delle aspettative. Questa dinamica finirà per spingere il debito e i relativi interessi in misura sempre più difficilmente contenibile. Il Tesoro guidato da Bessent ha annunciato l’acquisto di Treasury Bond, con la speranza di ridurre le tensioni, ma la manovra è rimasta senza conseguenze, mentre permane il rischio che la domanda degli stessi titoli diminuisca, come mostra il grafico sottostante, che evidenzia una riduzione della quota di titoli americani detenuta da operatori esteri.
Si viene a formare una sorta di trappola in cui il cane si morde la coda: aumentano il debito e gli interessi sul debito stesso; cresce la necessità di coprirlo con altro debito e con l’emissione di nuovi titoli; aumentano, di conseguenza, gli interessi, a fronte di una minore richiesta di titoli dall’estero. Il sistema si avvita così su sé stesso, con il rischio di implosione.
I seguenti grafici mostrano sia la crescita dell’inflazione sia la riduzione degli acquisti di titoli da parte degli operatori esteri. Va notato l’effetto indotto sui fondi pensione degli USA, in gran parte sottoscrittori dei titoli in questione e soggetti a una dinamica finanziaria che diventa sempre più simile a Crono che mangiava i propri figli. Ma questa sembra la dinamica che può portare il debito americano al collasso:

Il rischio di collasso del debito americano in un mondo multipolare
Si vengono così a creare le condizioni per una possibile forma di collasso del debito americano: un rischio continuamente evocato, ma troppo spesso nascosto da una stampa manipolata e obbediente alle indicazioni di chi governa la finanza internazionale.
Il tema è complesso perché a queste dinamiche sono legati interessi politici e contrapposte aspirazioni di dominio. Se in passato gli Stati Uniti, forti di una posizione unipolare, potevano far ricadere sui propri vassalli una parte rilevante del peso dei loro squilibri, oggi, in un mondo sempre più multipolare, questo potere appare molto più debole.
Alla crisi del debito si accompagna inoltre un collasso culturale e una progressiva perdita di qualità della governance, che sembrano spingere il Paese oltre ogni misura. A dimostrazione, ancora una volta, che le società raramente muoiono di morte violenta: molto più spesso finiscono per suicidarsi.

È Dottore commercialista, revisore contabile e Professore ordinario di Economia Aziendale, Università Bocconi. Docente senior dell’Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Ha insegnato presso l’Università di Parma e Trento. È stato visiting professor alla Harvard Business School e alla Harvard School of Public Health.
Ha rivestito il ruolo di membro della Commissione sul riordino dei sistemi di controllo presso il Dipartimento della Funzione Pubblica; componente dell’Accademia Italiana di Economia Aziendale e della Società Italiana di Storia della Ragioneria; membro del Comitato scientifico nazionale di Legautonomie; membro del Comitato scientifico dell’European Centre for Public Affairs, Bruxelles; membro del Consiglio Generale della Fondazione Cari-Parma e membro del Comitato editoriale delle riviste Azienda Pubblica ed “Economia & Management”.
Membro del Comitato Scientifico Editoriale della Rivista “Azienda Pubblica”, Maggioli Ed., Rimini , della Rivista “Economia & Management” RCS Ed. Milano, “Quaderni di ricerca sull’Artigianato”, Mestre , della rivista “Finanza” , Roma, Membro del comitato scientifico della rivista “I controlli nelle società” dell’Ordine dei Dottori commercialisti di Milano.
E’ stato membro della Commissione sui principi contabili delle amministrazioni pubbliche presso il Ministero dell’Interno


