Guccini, la Chiesa e quell’isola non trovata

Guccini, la Chiesa e quell’isola non trovata

21 Agosto 2026 0

La morte di Francesco Guccini ha aperto, insieme al diffuso trasversale cordoglio e la solita un po’ stucchevole gara all’esibizione dei ricordi, una serie di polemiche nella Chiesa cattolica italiana che forse raccontano più del cattolicesimo di oggi che del cantautore recentemente scomparso.

A inasprire i toni, oltre al sempre vulcanico Antonio Socci, che merita sempre un attenzione anche usa la sua colta intelligente penna come un macete, è stata quella componente neo-conservatrice e turbo-tradizionalista del laicato, assai attiva nel mugugno teologheggiante sul web e sui social, dissonante rispetto alla gerarchia e sempre più rumorosa nel rivendicare la paradossale necessità di criticare i pastori per seguire davvero il Vangelo, disobbedire loro per obbedire veramente a Cristo: esattamente quanto, in altri decenni, veniva sostenuto e rivendicato da una parte del progressismo chiesastico e clericale.

Certe cose fanno lunghi giri e poi ritornano

Prima sono state contestate le parole pronunciate dal cardinale Matteo Zuppi alle esequie. Poi, a Pinerolo, è finito sotto accusa il vescovo Derio Olivero per aver promosso e ospitato in Vescovado un momento dedicato alle canzoni e alla figura del cantautore.

Due episodi diversi, ma accomunati dalla medesima contestazione: perché mai la Chiesa dovrebbe rendere omaggio, ascoltare o valorizzare un uomo che si è dichiarato agnostico e che, su diverse questioni, ha espresso posizioni lontane dalla dottrina cattolica?

La domanda è legittima. Le saccenti risposte identitariste che sono state date, però, meritano di essere discusse.

Ed è quello che proveremo qui di seguito a fare, senza rammaricarci troppo di dispiacere agli integristi dalla “scomunica facile”: alcuni, peraltro, seguaci di chi scomunicato lo è davvero, e magari persino ridotto allo stato laicale.

Davvero Zuppi e Olivero hanno “beatificato” Guccini?

Le accuse, come detto, hanno avuto anzitutto come bersaglio Matteo Zuppi. All’Arcivescovo di Bologna e presidente della Cei è stato rimproverato di aver oltrepassato, nel saluto pronunciato alle esequie private di Pavana, il confine tra il rispetto per un artista e una sorta di indebita valorizzazione religiosa di un uomo che si era sempre dichiarato agnostico.

A finire sotto accusa è stata soprattutto la lettura della sua inquietudine intellettuale come ricerca spirituale: Zuppi ha definito Guccini «agnostico possibilista», «in ricerca», e ha sostenuto che

il dubbio era il modo di stare davanti alle cose senza barare, in modo integro.

Basta leggere le parole di Zuppi, anziché le loro caricature polemiche, però, per accorgersi che il ragionamento era un altro. Il cardinale, che non usa la parola dubbio in senso scettico e cedendo a qualche debolismo, non ha trasformato Guccini in un credente postumo e non ha cancellato il suo agnosticismo.

Ha preso sul serio proprio quella condizione di ricerca, osservando che Francesco «non hai mai avuto la presunzione di trovare risposte definitive» e che «non hai smesso di chiedere e di ascoltare». E ha aggiunto: «Chi fa sua la domanda dell’umano, scopre sempre la presenza di Dio».

La traccia di Dio

È una distinzione tutt’altro che marginale. Zuppi non dice che Guccini avesse trovato Dio: dice che la domanda dell’uomo su se stesso, sul dolore, sulla morte, sull’ingiustizia e sul senso della vita può essere, per un cristiano, già un luogo nel quale riconoscere una traccia di Dio.

È una lettura teologica della poetica di Guccini, non una sua riscrittura agiografica. E infatti il cardinale parte dalla sua stessa autodefinizione: «agnostico possibilista». Non la corregge, non la attenua, non la trasforma surrettiziamente in «credente non praticante» (d’altronde, come sottolineò con sapida ironia il suo predecessore sulla cattedra di San Petronio, il cardinale Giacomo Biffi, più preoccupanti sono «i praticanti non credenti»; anche e soprattutto quando pensano di essere i credenti in senso assoluto, aggiungiamo noi).

Alcune delle parole più interessanti dell’omelia sono proprio quelle rivolte contro ogni pretesa “umana, troppo umana” di possedere risposte definitive in senso ateo. Il dubbio, per Zuppi, non è una colpa intellettuale: può essere un modo «di stare davanti alle cose senza barare».

È un’affermazione che, al netto di ogni possibile discussione teologica, dovrebbe quantomeno rendere più difficile dipingere quell’omelia come un semplice cedimento relativista.

E qui si arriva alla seconda contestazione, quella rivolta al vescovo di Pinerolo, Derio Olivero. Il 17 agosto, nel giardino del Vescovado, Olivero ha promosso una serata per ascoltare le canzoni di Francesco Guccini, recentemente scomparso.

Non una celebrazione liturgica, dunque, ma un momento pubblico di ascolto e di ricordo, al quale hanno partecipato centinaia di persone. Anche questa iniziativa è stata però giudicata «inspiegabile».

In una lettera pubblicata da Pinerolo.News, Angela D’Alessandro del Comitato Prolife Insieme, ha contestato al vescovo proprio la scelta di “ospitare” Guccini nello spazio del Vescovado, sostenendo che il cantautore, pur avendo espresso attenzione verso gli oppressi e i diritti civili, avrebbe sostenuto posizioni non conciliabili con «la parola di Dio, con il Vangelo».

Il riferimento polemico riguarda in particolare le sue posizioni su aborto ed eutanasia. Da qui la domanda:

Come possa quindi il vescovo di Pinerolo invitare i fedeli, sul prato del vescovado ad ascoltare le canzoni di Guccini, è inspiegabile.

Olivero, peraltro, non ha improvvisato questa vicinanza dopo la morte del cantautore. Con Guccini aveva avuto rapporti personali e, insieme a Zuppi e a don Luigi Verdi, era stato a casa sua a Pavana il 24 aprile.

In quell’occasione avevano parlato delle sue canzoni, di «Dio è morto», della Bibbia e di Dio, arrivando persino a cantare insieme.

Di fronte a un uomo e a un poeta così, noi cristiani ci troviamo a casa, ha sostenuto poi il vescovo.

E forse è proprio questa frase – «noi cristiani ci troviamo a casa» – a spiegare meglio delle polemiche il senso dell’intera vicenda. Non perché Guccini fosse diventato cristiano, ma perché un cristiano può riconoscere il valore profondo delle domande di un uomo che cristiano non è, riconoscercisi in un certo senso.

Può ascoltarlo senza arruolarlo. Può persino trovare nelle sue parole qualcosa che interroga la propria fede senza pretendere, per questo, di appropriarsene.

Del resto, nell’omelia Zuppi dice una cosa ancora più radicale: «Anche il Signore non sopportava i dogmi e i pregiudizi che colpivano il prossimo». E mette in guardia dai «manichei che gridano o con noi o contro di noi».

Ascoltare o non ascoltare

È forse questo il punto che meriterebbe una discussione più seria. Perché qui non si tratta più soltanto di Guccini: si tratta di quale esperienza di Chiesa si voglia vivere e proporre. Una Chiesa che considera la distanza dalla fede una ragione sufficiente per non ascoltare, oppure una Chiesa capace di ascoltare le domande dell’altro e, proprio per questo, di testimoniare lealmente la Risposta che ha ricevuto?

Zuppi ha scelto senza ambiguità la seconda strada. E Olivero, a Pinerolo, ha fatto altrettanto.

Non hanno detto che Guccini fosse cattolico. Hanno detto, in modi diversi, che la sua umanità, la sua ricerca, le sue domande e persino le sue inquietudini potevano parlare anche ai cristiani. Ascoltare, dunque, non significa rinunciare a testimoniare; significa non avere paura delle domande dell’altro e, proprio nel confronto con esse, proporre lealmente la risposta della propria fede.

È, del resto, un atteggiamento profondamente evangelico. Il cristianesimo non nasce dalla costruzione di una comunità di persone che hanno già tutte le risposte giuste e le custodiscono gelosamente contro un mondo ostile. Nasce dall’incontro.

Vangelo come luogo di incontri

E il Vangelo è pieno di incontri con persone che non appartengono al perimetro rassicurante dei «nostri»: stranieri, peccatori, pubblicani, donne considerate impure, uomini di altre appartenenze religiose.

Gesù non comincia chiedendo loro di superare un esame di ortodossia per poter essere ascoltati. Semmai accade il contrario: è l’ascolto che apre lo spazio della relazione e, dentro quella relazione, della testimonianza.

Non si tratta di mettere tra parentesi la verità cristiana, ma di non confonderla con la paura dell’altro. La verità, se è davvero verità, non ha bisogno di essere protetta dalla musica di un cantautore, da una poesia, da una domanda scomoda o dall’intelligenza di chi non crede.

La radiografia del ‘malato’

Ed è qui che la polemica su Guccini diventa, suo malgrado, una piccola radiografia del cattolicesimo contemporaneo.

Da una parte c’è un cristianesimo che sembra avere sempre più bisogno di stabilire confini, appartenenze, fedeltà, nemici. Un cristianesimo che teme il contagio culturale e considera ogni apertura una possibile resa. Dall’altra c’è una Chiesa che prova a stare dentro la complessità senza rinunciare a dire ciò in cui crede.

Naturalmente si può discutere se Zuppi abbia interpretato bene Guccini. Si può contestare questa o quella lettura di una canzone, ritenere forzato il riferimento a Dio, giudicare troppo indulgente il ricordo di alcune sue posizioni. Tutto questo appartiene alla libertà del confronto culturale e anche teologico. Ma trasformare l’apprezzamento per un artista non credente in una colpa ecclesiale è un’altra cosa.

Significa presupporre che il cristiano debba frequentare soltanto ciò che è già certificato come cristianamente conforme. È una concezione curiosa della fede. Perché se la fede non è capace di misurarsi con ciò che le è altro, rischia di diventare semplicemente identità.

E quando l’identità prende il posto della fede, il confine diventa più importante dell’incontro, la purezza più importante della misericordia, la fedeltà alla propria tribù più importante della ricerca della verità.

Socci, il maestro di Pavana e l’isola non trovata (ma in fondo cercata)

C’è però un caso che merita un discorso a parte: quello di Antonio Socci, che abbiamo citato all’inizio e che, con la consueta nettezza, ha affidato a Libero una critica assai dura alla celebrazione di Guccini da parte di Avvenire.

Nell’articolo dell’8 agosto il bersaglio è innanzitutto il quotidiano della Cei: Socci giudica sproporzionato lo spazio dedicato al cantautore, soprattutto se confrontato con quello riservato, pochi mesi prima, alla morte di Vittorio Messori.

Ma la sua critica riguarda anche il merito: a suo giudizio, nei diversi articoli dedicati a Guccini, Avvenire avrebbe omesso di ricordare le sue posizioni più lontane dalla dottrina cattolica sui temi etici.

A questo proposito Socci richiama quanto scritto da Il Timone: il sostegno dato da Guccini nel 1976 alla legalizzazione dell’aborto e, nel 2021, la sua firma al referendum promosso dall’Associazione Coscioni per la legalizzazione dell’eutanasia.

Il problema posto da Socci, dunque, non è semplicemente che Guccini fosse agnostico, ma che la celebrazione della sua figura, a suo giudizio, avrebbe rimosso proprio gli aspetti del suo pensiero più difficilmente conciliabili con la visione cattolica del mondo.

Sono critiche che Socci formula con il suo abituale tono tranchant. Ma sarebbe un errore liquidarle semplicemente come integralismo.

Una domanda, infatti, rimane: una pubblicazione cattolica può celebrare la grandezza artistica e umana di un autore non credente senza rimuovere le sue posizioni che con il cattolicesimo sono in contrasto? È una domanda legittima. E, paradossalmente, la risposta dello stesso Socci mostra quanto sia possibile affrontarla senza trasformare Guccini in un nemico.

Nello stesso articolo, infatti, Socci scrive di amare «certe canzoni (non tutte)» di Guccini, ne riconosce la poesia e, nonostante le polemiche del passato, afferma di volergli bene e di pregare per lui.

La critica non nasce dunque dal rifiuto dell’uomo o dell’artista, ma dalla preoccupazione che, nel celebrarlo, una parte del mondo cattolico finisca per rimuovere proprio ciò che rende necessario il confronto con lui. E qui il Socci del 2026 incontra, in modo quasi sorprendente, quello di undici anni prima. Nel 2015, infatti, Socci aveva scritto sempre per Libero il pezzo «Guccini, Papa Bergoglio ed io», dopo che il cantautore aveva criticato il suo libro “Non è Francesco” e difeso papa Bergoglio.

Il contesto era naturalmente diverso: si discuteva allora di Francesco e del rapporto fra il cantautore e il Papa. Ma riletto oggi, quell’elzeviro contiene un elemento che rende molto più complesso il ritratto di Socci come semplice «integrista» che non sopporta l’agnostico Guccini. Socci era durissimo con lui. Contestava la sua lettura di papa Francesco e sosteneva che l’agnosticismo di Guccini si fermasse troppo presto davanti alle domande ultime.

Ma, nello stesso tempo, riconosceva a quelle canzoni una funzione tutt’altro che marginale nella propria stessa storia di fede.

Scriveva:

Proprio tu, caro Guccini, con le tue canzoni, così intrise di Leopardi e di Gozzano, ci hai risvegliato la nostalgia di quell’isola, hai fatto innamorare la mia generazione delle vere, grandi domande della vita.

E aggiungeva, raccontando la propria adolescenza: «Per questo a 18 anni, al liceo, io scrissi il mio primo volantino, firmato “Comunione e liberazione”, tutto con brani delle tue canzoni». Fino alla frase più significativa: «Sorridendo dico che sei stato il mio Virgilio».

È difficile trovare una testimonianza più eloquente del fatto che una voce non credente possa avere qualcosa da dire a un credente.

Socci non considera Guccini un cristiano, tutt’altro: gli rimprovera proprio di essersi fermato al suo «boh» agnostico. Ma gli riconosce di avere risvegliato «le vere, grandi domande della vita».

E qui il dissenso con Zuppi è reale, ma il punto di partenza è curiosamente vicino.

Per Socci, quelle domande non possono restare senza risposta. La sua metafora è quella dell’«isola non trovata» di Guccini: il cristianesimo, scrive, è la notizia che quell’isola – il senso della vita – è stata trovata.

Per questo l’atteggiamento ragionevole non sarebbe fermarsi al «boh», ma ascoltare i testimoni, verificare e partire per vedere. Il cristianesimo, nella sua lettura, non è dunque l’interruzione della ricerca: è l’annuncio di una risposta alla ricerca.

E allora la critica di Socci, persino nella sua forma più severa, finisce quasi per confermare una delle tesi di questo pezzo. Perché riconosce implicitamente che Guccini non è un interlocutore da espellere dalla conversazione cristiana. È, al contrario, un uomo che ha saputo porre domande capaci di raggiungere anche chi crede.

La divergenza sta nel passo successivo: per Socci il dramma di Guccini è essersi fermato alla domanda; per Zuppi, quella domanda stessa può diventare il luogo nel quale riconoscere una presenza di Dio.

Non è una differenza da poco. Ma è una differenza interna a una discussione seria, non la contrapposizione fra chi «difende la fede» e chi l’avrebbe abbandonata. Socci ricorda che il credente non può eludere il compito di indicare la risposta cristiana; Zuppi vuole mostrare come quella domanda possa essere già, per un cattolico, una soglia verso Dio. Entrambi, però, prendono sul serio la domanda.

E questo dovrebbe bastare a mettere in crisi l’idea secondo cui ascoltare Guccini significhi automaticamente relativizzare la fede.

Proprio la posizione di Socci, anzi, permette di formulare meglio il punto. Non c’è alcun bisogno di santificare Guccini per ascoltarlo. Ma non c’è neppure alcun bisogno di rifiutarlo per testimoniare Cristo.

Un cristiano può riconoscere ciò che ritiene vero e bello nella parola di un agnostico, indicare con franchezza ciò che ritiene sbagliato e, soprattutto, testimoniare schiettamente la risposta che ha ricevuto dalla propria fede.

In questo senso, la critica di Socci può diventare persino costruttiva. Il suo rimprovero ad Avvenire può essere accolto non come un invito a smettere di parlare di Guccini, ma come un invito a parlarne senza astuzie beghine: riconoscerne la grandezza, le contraddizioni, le intuizioni e quelli che si ritengono i suoi errori.

È precisamente così che un cristiano può stare davanti a una cultura che non condivide interamente: non con l’applauso acritico né con il rifiuto pregiudiziale, ma con l’intelligenza e la libertà di chi sa ciò in cui crede. E forse questa è la cosa più interessante emersa dalle polemiche su Guccini. Perfino Socci, nel momento in cui lo critica, ricorda di averlo amato, di aver imparato dalle sue canzoni e di averlo considerato il proprio «Virgilio». Cioè qualcuno che, senza conoscere la destinazione a cui Socci crede, gli ha indicato la strada delle domande.

La questione, allora, non è se Guccini fosse abbastanza cattolico per entrare nel Vescovado o per essere ricordato da un cardinale. Non lo era, e non occorre inventargli una fede postuma.

La paura delle domande

La questione è se una Chiesa ha la pretesa di avere la risposta possa avere paura delle domande di chi quella risposta non la condivide. Se ne ha paura, probabilmente non sta più testimoniando: sta semplicemente difendendo un’identità.

E forse proprio qui, alla fine, il vecchio Socci e Zuppi sono meno lontani di quanto le polemiche lascino pensare: uno dice che Guccini ha posto grandi domande e che avrebbe dovuto cercarne la risposta; l’altro dice che quelle domande sono già un luogo nel quale il credente può riconoscere Dio.

Nessuno dei due ha bisogno di cancellare Guccini per poter parlare della propria fede.

Guccini e i cattolici (un po’ di storia)

La storia, del resto, racconta che il rapporto fra Guccini e il mondo cattolico è molto più antico e articolato di quanto suggeriscano le polemiche di questi giorni.

Lo ha ricostruito bene Luciano Lanna in un articolo originariamente pubblicato sul blog Segnavia il 19 dicembre 2013 e successivamente ripreso da Gli Scritti con il titolo “Francesco Guccini oltre gli stereotipi, il ribelle amato dai cristiani”.

Non è dunque una rilettura costruita oggi sulla scia della morte del cantautore, ma una riflessione di tredici anni fa, quando Guccini era ancora in vita e perfettamente in grado di rispondere. Lanna ricorda innanzitutto un dato quasi paradossale: il primo vero concerto di Guccini, nel dicembre 1968, si tenne alla Cittadella di Assisi, organizzato da ambienti cattolici.

Era la stessa stagione nella quale “Dio è morto”, scritta qualche anno prima, diventava — nonostante la censura della Rai — una canzone cantata anche dai cattolici, oltre che dagli irregolari di destra e dai contestatori di sinistra.

Guccini stesso raccontava di essere arrivato ad Assisi «abbastanza giovane e curioso», dentro quel clima di Messa beat e di rinnovamento ecclesiale (un clima non certo privo di confusione e “slittamenti”).

Non fu un episodio isolato. Un frate domenicano, padre Michele Casali, fu tra coloro che frequentarono Guccini e contribuì alla nascita dell’Osteria delle Dame, storico luogo bolognese di incontro e musica. E qualche anno dopo, nel 1997, lo stesso religioso avrebbe detto di preferire alcune canzoni di Guccini all’inno che veniva abitualmente cantato nella propria chiesa, giudicandole «più adatte e spirituali».

Ma c’è qualcosa di ancora più interessante.

Lanna cita alcune dichiarazioni nelle quali Guccini, pur definendosi laico, parlava di una propria «religiosità naturale» e del «senso religioso della vita» come apertura a quella «parte misteriosa della vita» che non può essere schiacciata dal positivismo e dallo scientismo.

Non significa trasformare Guccini in un cattolico che non sapeva di esserlo. Significa prendere sul serio la complessità di un autore che non si lascia ridurre all’etichetta dell’«anarchico ateo» così come, all’opposto, non ha bisogno di essere arruolato retroattivamente tra i credenti.

Ed è forse questo il dato che dovrebbe interessare maggiormente la Chiesa: Guccini ha parlato ai cattolici senza essere cattolico. “Dio è morto”, censurata dalla Rai e trasmessa dalla Radio Vaticana, è stata cantata nelle parrocchie e negli ambienti ecclesiali; le sue domande hanno incontrato generazioni di credenti; le sue canzoni sono entrate in quella cultura comune nella quale una fede non si trasmette soltanto attraverso testi confessionali, ma anche attraverso la letteratura, la musica, le storie e le domande condivise.

Non fu forse un cattolico integrale come don Luigi Giussani ad indicare come imprescindibili per un cattolico autori tutt’altro che ortodossi come Giacomo Leopardi e Pier Paolo Pasolini?

Guccini e Chieffo

Un episodio rivelatore riguarda proprio un figlio del don Gius. Guccini aveva partecipato a un appuntamento cattolico a Carpi insieme a Claudio Chieffo, cantautore profondamente cristiano e intimamente legato a Comunione e Liberazione, le cui canzoni consentono una comprensione poetica del carisma di un movimento ecclesiale certo non accusabile di “cedimento al mondo”.

È un incontro che merita di essere ripreso proprio adesso, perché nella sua semplicità racconta forse meglio di molte dichiarazioni il senso possibile di una cultura cattolica non impaurita dall’alterità.

Claudio Chieffo e Francesco Guccini erano, sotto il profilo della fede, quasi agli antipodi. Il primo era un cattolico dichiarato, autore di canzoni esplicitamente cristiane; il secondo era un agnostico, inquieto e possibilista, che non riteneva di poter affermare l’esistenza di Dio.

Eppure fra i due nacque un rapporto di stima e amicizia durato per decenni. Non è un dettaglio biografico: è quasi una piccola lezione su come dovrebbe funzionare un confronto fra credenti e non credenti.

Lo ha raccontato nei giorni scorsi Martino Chieffo, figlio di Claudio, ricordando come i due si incontrassero anche all’uscita dell’autostrada a Forlì, ascoltando insieme i nuovi dischi di Guccini.

Il punto, racconta, era proprio la reciproca chiarezza: «Non tentavano di convincersi l’un l’altro». Guccini riconosceva a Chieffo che credeva davvero in ciò che cantava; Chieffo, a sua volta, riconosceva nell’amico agnostico un interlocutore autentico.

La loro amicizia non nasceva dalla rimozione delle differenze, ma dalla loro piena consapevolezza.

C’è persino un documento musicale di quella relazione. Chieffo scrisse “Canzone per Francesco”, rivolgendosi idealmente proprio a Guccini. È una canzone nella quale un Dio immaginato come voce rivolge all’uomo che cerca un invito a non fuggire dal Mistero: «Quando sentirai la Mia voce / non fuggire troppo lontano». Un credente prende sul serio l’inquietudine di un amico che non crede e, invece di censurarla o irriderla, le rivolge la propria testimonianza.

E Guccini, dal canto suo, non aveva bisogno di fingere una fede che non possedeva. Nel 2006, pochi mesi prima della morte di Chieffo, dichiarò al Tg2:

Molti pensano che dopo la morte finisce tutto io invece sento dentro di me una speranza.

Anche questa frase non basta a fare di lui un credente, e sarebbe un abuso utilizzarla come una conversione postuma. Ma restituisce almeno la misura di quella «ricerca» che Zuppi ha indicato nell’omelia.

La vicenda di Chieffo dice allora qualcosa di semplice e insieme decisivo. Il credente non deve rinunciare alla propria fede per ascoltare chi non crede; e chi non crede non deve fingere di credere per poter essere ascoltato dal credente.

Possono incontrarsi precisamente perché entrambi sono leali rispetto a ciò che sono. È forse questa la differenza fra testimonianza e proselitismo, e anche fra “devozione all’identità” e fede. Chieffo non aveva bisogno di trasformare Guccini in un cattolico per cantargli il Mistero.

Guccini non aveva bisogno di diventare Chieffo per riconoscere nell’amico una persona vera. Uno testimoniava ciò che credeva; l’altro continuava a cercare. E in mezzo c’era l’amicizia. Che è poi, in fondo, una risposta molto più cristiana, cioè sommamente e intensamente umana, alla domanda da cui siamo partiti: perché la Chiesa dovrebbe ascoltare Guccini?

Per concludere (con apertura)

Perché ascoltare non significa approvare tutto, né beatificare qualcuno, né sospendere le proprie convinzioni e la conseguente disputa.

Significa incontrare un uomo là dove si trova, prendere sul serio le sue domande e, se si è cristiani, avere il coraggio di mettere accanto alle sue domande la propria risposta: l’Avvenimento cristiano, la persona di Gesù Cristo vero Dio e vero uomo.

Chieffo lo faceva con una canzone. Zuppi lo ha fatto con un’omelia. Olivero con una serata nel giardino del Vescovado. Socci, persino mentre lo rimprovera, ricorda che Guccini è stato il suo «Virgilio».

Modi diversi, certamente. Ma tutti assai più interessanti della pretesa di stabilire che un agnostico non possa entrare, nemmeno con le sue domande, nel territorio della fede.

E forse è proprio questa, alla fine, l’isola non trovata ma in fondo cercata: non un luogo nel quale tutti debbano approdare allo stesso modo, ma quello spazio umano nel quale il credente e l’agnostico possono ancora riconoscersi compagni di viaggio, senza smettere di essere ciò che sono.

Marco Margrita
Marco Margrita

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