La sovranità passa dal sapere: il futuro delle università nel Maghreb e la scommessa ‘Marocco 2030’

La sovranità passa dal sapere: il futuro delle università nel Maghreb e la scommessa ‘Marocco 2030’

8 Giugno 2026 0

Nell’area nordafricana il dibattito pubblico è storicamente monopolizzato da infrastrutture, energia e investimenti privati. Tuttavia, una riflessione strategica di lungo termine non può prescindere da un elemento chiave: la produzione autonoma del sapere. Ne parliamo con Yassine El Yattioui, segretario generale del think tank marocchino NejMaroc, che ha recentemente pubblicato un corposo studio sulle trasformazioni del quadrante maghrebino verso il 2030. Il volume, intitolato «Le Maroc de 2030 : Le Grand Pari – Territoires, coopérations et transformations», incrocia volutamente diverse discipline – urbanistica, diritto, economia, geopolitica – proprio per evitare letture frammentate della realtà. Una delle forze maggiori di questa rivista risiede nella diversità dei suoi collaboratori e nella pluralità degli sguardi mobilitati. Con oltre 130 pagine di analisi e contributi scientifici, questa pubblicazione supera ampiamente il quadro di una rivista accademica tradizionale: essa ambisce a diventare un vero e proprio spazio di riflessione consacrato ai mutamenti strutturali del Marocco contemporaneo, partecipando al contempo all’emergere di un pensiero strategico marocchino più aperto sulle dinamiche africane, mediterranee e internazionali. L’obiettivo è anche quello di alimentare i dibattiti legati alle questioni di governance, pianificazione territoriale, cooperazione internazionale e sviluppo umano.

Il progetto riunisce docenti-ricercatori, dottorandi, esperti, urbanisti, giuristi, storici, specialisti di politiche pubbliche e analisti geopolitici provenienti da diversi spazi accademici, in particolare da Marocco, Francia, Emirati Arabi Uniti e Camerun. Questa dimensione transnazionale traduce una volontà dichiarata di iscrivere le problematiche marocchine in una prospettiva comparata e globale.

Anche la direzione scientifica del centro riflette questa dinamica. Il Dr. Mohamed Badine El Yattioui, presidente di NejMaroc e docente-ricercatore specializzato in studi strategici negli Emirati Arabi Uniti, incarna questa articolazione tra expertise geopolitica, ricerca accademica e riflessione internazionale. Al suo fianco, il Dr. Yassine El Yattioui, sviluppa lavori riguardanti le relazioni internazionali, la diplomazia e le ricomposizioni geopolitiche contemporanee, attraverso una traiettoria accademica e mediatica costruita tra Europa, Africa e Medio Oriente. Il centro beneficia inoltre dei contributi del Dr. Zozime Alphonse Tamekamta, specialista in conflitti, sfide della sicurezza e questioni di governance in Africa, le cui analisi apportano una profondità essenziale alle riflessioni sviluppate nella rivista.

Nell’area nordafricana i dibattiti vertono spesso su infrastrutture, energia o investimenti, ma molto meno sulla produzione del sapere.

Secondo lei, in che misura la capacità delle università maghrebine di produrre una ricerca autonoma, e non semplicemente di importare modelli esterni, costituisce oggi una sfida di sovranità culturale ed economica?

La questione della produzione del sapere costituisce oggi una delle sfide più sottovalutate delle ricomposizioni strategiche in Nord Africa. Dagli anni ’90, la maggior parte delle politiche di modernizzazione nell’area maghrebina si è concentrata principalmente sulle infrastrutture, sui grandi progetti industriali, sulle piattaforme logistiche, sull’attrattività degli investimenti esteri o ancora sulle strategie energetiche. Queste scelte hanno permesso progressi importanti in diversi settori, in particolare nei trasporti, nelle telecomunicazioni, nell’industria automobilistica o nelle energie rinnovabili. Tuttavia, l’esperienza comparata delle potenze emergenti dimostra che nessuna traiettoria di potenza sostenibile può realmente affermarsi senza una capacità autonoma di produzione scientifica, intellettuale e tecnologica. La geografia mondiale dell’innovazione illustra chiaramente questa realtà. Secondo i dati dell’Unesco, la spesa globale in ricerca e sviluppo supera ormai i 2.400 miliardi di dollari all’anno. La Corea del Sud consacra più del 4,8% del proprio PIL alla ricerca scientifica, la Cina circa il 2,6%, mentre diversi paesi europei superano regolarmente il 3%. A titolo di paragone, la maggior parte dei paesi del Nord Africa oscilla ancora intorno allo 0,7% – 1% del PIL dedicato alla ricerca e allo sviluppo. Questo divario non traduce unicamente una differenza di bilancio; rivela soprattutto profonde divergenze nel modo di concepire il ruolo strategico dell’università nelle traiettorie nazionali. L’università nordafricana rimane ancora troppo spesso rinchiusa in una funzione classica di trasmissione dei saperi, piuttosto che essere pensata come uno spazio centrale di produzione intellettuale, di innovazione istituzionale e di strutturazione delle élite decisionali. Eppure, storicamente, le grandi fasi di ascesa internazionale sono sempre state accompagnate da un massiccio rafforzamento delle capacità universitarie. Gli Stati Uniti hanno consolidato la loro leadership scientifica dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie all’investimento federale nelle università e nei laboratori di ricerca. La Cina ha avviato dagli anni 2000 una politica estremamente ambiziosa di innalzamento qualitativo delle università con i progetti “985” e “Double First-Class”, permettendo oggi a diversi atenei cinesi di entrare nei primi ranghi mondiali.

Il Nord Africa rimane, dal canto suo, ampiamente dipendente da paradigmi intellettuali prodotti all’esterno. Questa dipendenza accademica genera una forma di vulnerabilità strutturale spesso invisibile nei dibattiti pubblici. Le trasformazioni sociali, politiche o religiose della regione continuano frequentemente a essere analizzate attraverso quadri teorici elaborati nelle università occidentali, talvolta distanti dalle realtà storiche e sociologiche locali. Questa situazione limita progressivamente la capacità delle società nordafricane di produrre i propri concetti di analisi della politica, del sviluppo o della governance.

Il problema non riguarda peraltro solo le scienze cosiddette “dure”. Le scienze umane e sociali svolgono un ruolo fondamentale nella comprensione delle dinamiche contemporanee: mutamenti territoriali, governance urbana, transizioni demografiche, radicalismi politici, trasformazioni delle identità o ancora nuove conflittualità geopolitiche. Ora, diverse discipline strategiche come la scienza politica, le relazioni internazionali o la sociologia politica rimangono ancora relativamente fragili in alcuni sistemi universitari maghrébini. In diversi casi, l’assenza di una specializzazione disciplinare approfondita porta a percorsi formativi ibridi, dove docenti provenienti principalmente dal diritto, dalle lettere o da altre discipline tengono insegnamenti di scienza politica senza una reale strutturazione teorica autonoma. Questa situazione frena la costituzione di scuole di pensiero regionali capaci di produrre un’expertise riconosciuta su scala internazionale.

Alcune evoluzioni recenti esprimono nondimeno una dinamica incoraggiante. Lo sviluppo dell’Università Mohammed VI Politecnico (UM6P) costituisce un esempio particolarmente interessante. Attraverso i suoi campus di Benguerir e Rabat, questa istituzione punta a posizionarsi come un hub africano di ricerca, innovazione e cooperazione scientifica internazionale. L’università ha investito massicciamente nei laboratori, nelle partnership internazionali e nell’attrattività accademica. Sviluppa inoltre una chiara strategia africana moltiplicando le collaborazioni continentali. Tuttavia, la vera sfida risiede ormai nella capacità di trasformare questa potenza istituzionale in una reale capacità di produzione scientifica influente, in particolare nelle scienze umane e sociali.

La questione della visibilità scientifica rimane centrale. Secondo le classifiche internazionali e le banche dati come Scopus o Web of Science, la produzione scientifica africana rappresenta ancora una quota relativamente marginale della ricerca mondiale, spesso stimata tra l’1% e il 2% delle pubblicazioni indicizzate. Questa sottorappresentazione non significa un’assenza di competenze, ma riflette squilibri strutturali legati ai finanziamenti, alla lingua scientifica dominante, all’accesso alle reti internazionali e ai meccanismi di pubblicazione. La debolezza delle riviste accademiche indicizzate nello spazio africano riduce considerevolmente la visibilità dei lavori prodotti a livello locale.

In questo contesto, il multilinguismo scientifico diventa una sfida strategica maggiore. Produrre lavori in arabo, francese, spagnolo e soprattutto in inglese appare ormai indispensabile per inserire le ricerche nordafricane nei grandi dibattiti internazionali. Il dominio dell’inglese nella circolazione mondiale del sapere impone un adattamento, senza per questo cancellare le lingue storiche di produzione intellettuale della regione.

Infine, la diaspora accademica nordafricana rappresenta probabilmente una delle leve più promettenti di questa trasformazione. Migliaia di ricercatori maghrébini occupano oggi posizioni nelle università europee, nordamericane o del Golfo. Questa presenza internazionale costituisce una risorsa strategica considerevole. L’esperienza di paesi come l’India o la Cina mostra che le diaspore scientifiche possono svolgere un ruolo determinante nel trasferimento di competenze, nell’apertura di reti internazionali e nell’accelerazione della crescita qualitativa delle università. La sfida per il Nord Africa non è quindi più solo quella di limitare le partenze, ma di costruire flussi di circolazione intellettuale capaci di collegare stabilmente le università maghrebine ai grandi centri mondiali di produzione del sapere. Nel XXI secolo, i rapporti di forza non si limiteranno più ai corridoi commerciali, alle risorse energetiche o alle capacità militari. Dipenderanno anche dalla capacità degli Stati e delle società di produrre la propria lettura del mondo, di formare le proprie élite intellettuali e di trasformare l’università in un attore strategico a lungo termine”.

Le università del Maghreb formano ogni anno migliaia di giovani laureati altamente qualificati, molti dei quali proseguono il proprio percorso all’estero.

Come trasformare questa mobilità, spesso percepita come una fuga di cervelli, in una vera e propria rete strategica di competenze che colleghi il Nord Africa, l’Europa e il continente africano?

Il prisma ansiogeno della ‘fuga di cervelli’, come se ogni partenza verso un’università straniera rappresentasse meccanicamente un indebolimento irreversibile delle capacità nazionali. Questa lettura, ampiamente ereditata dagli anni ’70 e ’80, appare oggi insufficiente di fronte alle trasformazioni contemporanee della globalizzazione universitaria. In un sistema internazionale caratterizzato dall’intensificazione delle circolazioni scientifiche, dall’ascesa delle reti transnazionali di ricerca e dalla crescente internazionalizzazione delle traiettorie professionali, la mobilità accademica non costituisce più necessariamente una perdita netta per gli Stati d’origine. Può al contrario diventare un potente fattore di integrazione nelle grandi dinamiche mondiali di produzione del sapere, a condizione che le istituzioni nazionali siano capaci di organizzare questa circolazione di competenze piuttosto che subirla. Il Nord Africa dispone oggi di un capitale umano particolarmente qualificato e fortemente inserito negli spazi universitari internazionali. Secondo diverse stime dell’OCSE e dell’UNESCO, decine di migliaia di studenti maghrebini proseguono ogni anno gli studi superiori all’estero, principalmente in Francia, Canada, Stati Uniti, Spagna, Belgio o nei paesi del Golfo. Il Marocco figura regolarmente tra i principali paesi africani d’origine degli studenti internazionali in Europa occidentale, con l’esempio emblematico della diaspora marocchina presente nella prestigiosa École Polytechnique in Francia, che da diversi anni si aggiudica i voti migliori agli esami finali. Questa presenza massiccia nelle università straniere riflette certamente alcune fragilità strutturali dei sistemi universitari locali (saturazione degli istituti, mancanza di finanziamenti, difficoltà di inserimento professionale), ma testimonia anche il livello accademico di una parte importante della gioventù nordafricana. La vera sfida non risiede dunque solo nella partenza delle competenze, ma piuttosto nell’incapacità delle strutture istituzionali di mantenere legami duraturi con queste traiettorie internazionali. Diversi paesi emergenti hanno d’altronde dimostrato che una diaspora scientifica può diventare un acceleratore fondamentale di modernizzazione. La Cina ha ampiamente mobilitato i propri ricercatori espatriati nelle università americane per rafforzare le capacità tecnologiche nazionali a partire dagli anni 2000. L’India si è appoggiata ai propri ingegneri e accademici presenti nella Silicon Valley per accompagnare lo sviluppo dei suoi settori digitali e tecnologici. Singapore, dal canto suo, ha costruito una strategia universitaria globale fondata sull’attrattiva dei talenti internazionali e sul mantenimento di legami permanenti con la propria diaspora scientifica. Questa logica circolare appare particolarmente pertinente per il Nord Africa. La sfida non è più solo quella di favorire un “rientro definitivo” delle competenze, spesso difficile in traiettorie accademiche ormai globalizzate, ma piuttosto di costruire spazi permanenti di cooperazione intellettuale transnazionale. Le nuove tecnologie permettono oggi di moltiplicare le collaborazioni a distanza, le co-pubblicazioni, i seminari internazionali ibridi o ancora le co-tutele di tesi dottorali. Una diaspora accademica attiva può così diventare un vero e proprio ponte strategico tra le università maghrebine e i grandi centri mondiali di produzione scientifica.

Tuttavia, questa dinamica presuppone una profonda trasformazione delle modalità di riconoscimento accademico in diversi paesi nordafricani. Molti laureati formatisi in prestigiose università internazionali si scontrano ancora con procedure amministrative complesse, lungaggini istituzionali o una scarsa valorizzazione delle loro esperienze all’estero. In alcuni casi, ricercatori che pubblicano su riviste indicizzate internazionali godono paradossalmente di un riconoscimento locale inferiore rispetto a profili maggiormente integrati nelle reti amministrative nazionali. Questa situazione genera una forma di frustrazione silenziosa che contribuisce ad allontanare stabilmente alcuni talenti dalle istituzioni universitarie dei loro paesi d’origine.

Anche le condizioni materiali della ricerca costituiscono un fattore determinante. Le traiettorie scientifiche contemporanee si basano sull’accesso ai finanziamenti, sulla mobilità internazionale, sulle banche dati, sulle conferenze, sulle pubblicazioni indicizzate e su ambienti intellettuali stimolanti. Le università nordafricane difficilmente potranno attrarre o riconnettere stabilmente le loro diaspore scientifiche senza migliorare significativamente le infrastrutture di ricerca, le condizioni salariali e le prospettive di carriera accademica. La valorizzazione delle diaspore scientifiche tocca anche la modernizzazione delle amministrazioni pubbliche, delle imprese, dei settori tecnologici e degli spazi diplomatici. In diversi paesi emergenti, le élite formatesi all’estero hanno svolto un ruolo decisivo nelle riforme amministrative, nella trasformazione economica e nell’internazionalizzazione delle istituzioni nazionali. Il Nord Africa possiede oggi le risorse umane necessarie per avviare una dinamica simile.A lungo termine, la vera domanda non è dunque come impedire la mobilità universitaria, ma piuttosto come trasformare queste circolazioni internazionali in leve di irradiamento scientifico, di integrazione regionale e di crescita delle competenze istituzionali.

Con l’ascesa dell’intelligenza artificiale e delle piattaforme digitali globali, il rapporto con il sapere si sta evolvendo profondamente.

Quale ruolo dovranno svolgere le università nordafricane nei prossimi dieci anni: centri di formazione professionale o spazi capaci di produrre pensiero critico, innovazione sociale e nuove élite regionali?

Le università del Nord Africa dovranno scegliere tra una funzione strettamente utilitaristica di produzione rapida di competenze tecniche adatte al mercato del lavoro o un’ambizione più ampia volta a formare individui capaci di analisi critica, di creatività intellettuale e di comprensione globale delle trasformazioni del mondo contemporaneo. La prima tentazione sarà probabilmente quella dell’iper-professionalizzazione. Di fronte alle sfide della disoccupazione dei laureati e ai mutamenti accelerati delle economie digitali, molte università potrebbero privilegiare percorsi formativi direttamente orientati ai bisogni immediati delle imprese. Questa evoluzione risponde a una domanda sociale reale. Tuttavia, ridurre l’università a una semplice fabbrica di competenze tecniche rappresenterebbe un errore strategico maggiore. Le società contemporanee non hanno bisogno solo di tecnici performanti; hanno anche bisogno di élite intellettuali capaci di pensare i mutamenti sociali, tecnologici, ambientali e geopolitici del XXI secolo. L’intelligenza artificiale rende paradossalmente le scienze umane e sociali ancora più importanti. Man mano che le tecnologie automatizzano determinate mansioni cognitive, le competenze legate all’analisi critica, alla comprensione dei comportamenti collettivi, alla gestione dei conflitti, alla riflessione etica o all’interpretazione politica diventano centrali. Le università nordafricane dovranno quindi evitare di marginalizzare discipline come la sociologia, la filosofia, la scienza politica, la storia o il diritto a vantaggio esclusivo dei settori tecnici.

Le trasformazioni digitali globali producono inoltre una concorrenza internazionale senza precedenti nella circolazione dei saperi. Oggi, uno studente marocchino, tunisino o algerino può accedere istantaneamente a contenuti pedagogici provenienti dalle più grandi università del mondo. In questo contesto, il valore aggiunto delle università nordafricane non potrà più basarsi unicamente sulla trasmissione classica delle conoscenze. Dipenderà dalla loro capacità di produrre una guida intellettuale, un ambiente scientifico e una contestualizzazione regionale che le piattaforme globali non possono offrire. L’università dovrà inoltre tornare a essere uno spazio di dibattito intellettuale e di produzione di pensiero autonomo. In diverse società contemporanee, i social network accelerano i fenomeni di polarizzazione, di semplificazione del dibattito pubblico e di circolazione massiccia di informazioni non verificate. Le istituzioni universitarie avranno quindi un ruolo essenziale di stabilizzazione intellettuale delle società. Formare cittadini capaci di gerarchizzare le fonti, di sviluppare un pensiero sfumato e di mettere in discussione le narrazioni dominanti diventa una sfida democratica fondamentale. Inoltre, le università nordafricane dovranno rafforzare la loro apertura internazionale consolidando al contempo il loro radicamento regionale. L’obiettivo non sarà quello di copiare i modelli occidentali, ma di sviluppare spazi ibridi capaci di dialogare con gli standard accademici globali, producendo al contempo approcci adatti alle realtà mediterranee, africane e arabe.

Vanessa Tomassini
Vanessa Tomassini

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