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La partita internazionale delle elezioni in Libia, ecco perché sono rimasti in pochi interessati ad andare al voto

Il 24 dicembre è alle porte e le istituzioni libiche si passano a vicenda la patata bollente rappresentata dall’annuncio di un rinvio della data elettorale. A tre giorni da quello che avrebbe dovuto essere l’appuntamento con la storia per i libici, la lista finale dei candidati non è ancora stata annunciata dall’Alta Commissione Elettorale Nazionale (HNEC). Perfino le dichiarazioni della Comunità internazionale si sono fatte più timide, caute. Insomma di elezioni non ne parla più nessuno. Tutti sanno che non si andrà a votare, ma nessuno lo dice chiaramente ai libici. Qualcosa è andato dunque storto.

La soluzione globale non è più raggiungibile in quanto sembrerebbe che questa non vada nel verso sperato dagli attori regionali ed internazionali che l’avevano pensata. Che la legge elettorale fosse sbilenca lo si sapeva già due mesi fa, eppure si era deciso di andare avanti ad ogni costo. Ma le cose oggi non stanno più così, soprattutto dopo la candidatura di Saif al Islam Gheddafi, non digerita in particolare da Washington, mentre Mosca sollecita una più larga partecipazione. Poi, ci si è messo anche l’attuale Primo Ministro Abdel Hamid Al-Dbeibah correndo alla presidenza della Libia, sebbene lo scorso febbraio aveva giurato di non candidarsi di fronte alle Nazioni Unite e al Libyan Political Dialogue Forum (LPDF) che lo aveva nominato. I libici, già da loro, sono bravissimi a mandare all’aria ogni piano d’azione o tabella di marcia, figuriamoci cosa riescono a fare con il sostegno dei propri sostenitori stranieri.

Certo tutto è andato storto fin dall’inizio. Se la soluzione globale che era stata pensata per mettere fine al caos in Libia include gli stessi responsabili di 40 anni più 10 di sofferenze per il popolo libico. Come si può pensare che dopo dieci anni di guerra civile si ritorni all’anno zero con la candidatura di Saif? Come si può pensare di raggiungere una soluzione se poi si candidano Khalifa Haftar e Fathi Bashagha? Ma allora tanto vale raggiungere un negoziato, creare sto benedetto governo che già hanno in mente e convincere i libici che questa è la soluzione migliore per loro. Come è stato sempre fatto, con al-Serraj prima, e Dbeibah poi.

Lasciamo perdere quello che dicono gli analisti, ma proviamo ad immaginare con gli occhi dei libici quello che sta accadendo. Oltre due milioni e 400 mila si sono registrati per andare alle urne. Hanno ritirato le proprie tessere elettorali ed hanno iniziato a pensare chi tra i 98 candidati possa meritare la loro fiducia. Poi arriva l’Ambasciatore di un Paese, detestato da Gheddafi per 42 anni, Richard Norland, il quale fino a un mese fa continuava a dire che bisognava andare al voto. Ora invece, tutto ad un tratto, si è accorto che ci sono degli “ostacoli”. Li ha definiti aspetti legali e politici, anche per quanto riguarda la lista finale dei candidati alla presidenza. Allora signor Norland parli chiaro, ci dica chi non vorrebbe in quella lista. Ce lo dica magari Stephanie Williams, americana anche lei, che da giorni continua a girare in Libia a vuoto, o no scusate, per sapere cosa vogliono i libici. Beh credevamo fosse evidente: vorrebbero andare a votare. Come gli avete promesso. Come prevede la vostra democrazia. Per un anno li avete lasciati ammazzare come cani, l’uno con l’altro. Poi avete detto, non esiste una soluzione militare alla crisi in Libia. Allora dunque, dov’è la vostra soluzione? Sorrisi falsi, strette di mano ed una ipocrisia dilagante ecco cos’è la Libia oggi, e nulla di buono sembra attendere i libici all’orizzonte. Sembra tutta una grandissima presa per i fondelli.

Immaginiamo, noi italiani, se l’ambasciatore libico venga a Roma ad incontrare i candidati alle elezioni presidenziali, a dirci chi si o chi no, se le nostre leggi vanno bene così come sono, o sono necessarie modifiche. Ecco, immaginate come ci sentiremmo quando palesemente verrà cancellato quel diritto inalienabile di autodeterminazione dei popoli. Ora si cercano soluzioni per superare l’attuale impasse. Una soluzione che crei un altro stallo, uno stallo che porti un’altra soluzione. E di nuovo si pensa ad una nuova conferenza internazionale. Parigi, Palermo, Berlino poi di nuovo Parigi e poi di nuovo Roma. Per che cosa? Per tornare a dire i libici quando sia importante andare a votare? Ma allora spiegategli cos’è una legge, scrivetegliela voi. Ditegli chi si e chi no. Ma attenzione, la legge è uguale per tutti. È scritto anche nelle aule dei nostri tribunali. Quindi applicando questo principio, si rischia di escludere non solo il candidato sostenuto dai nostri antagonisti, ma anche il proprio pupillo.  

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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