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Il Giappone è una potenza nucleare “virtuale”?

Oleg Paramonov, collaboratore scientifico superiore del Centro studi sull’Asia orientale dell’Università statale MGIMO di Mosca, racconta i retroscena della vicenda nucleare giapponese, dal ruolo dell’ex premier Shinzo Abe, assassinato lo scorso 8 luglio, alla discussione sulla possibilità di ospitare o addirittura di produrre armi nucleari. In un Paese che ha sempre glorificato la sua unicità anche nell’aver subito il bombardamento atomico, discutere apertamente del “tabù militarista” era impossibile, almeno fino a quando alcuni politici, tra cui lo stesso Abe, hanno iniziato a dubitare dei cosiddetti “Tre principi” che regolano il rifiuto nipponico degli armamenti nucleari.

Durante il periodo da premier del Giappone Shinzo Abe, morto per mano di un assassino, ha implementato un intero pacchetto di riforme nell’ambito della politica di sicurezza. Già all’epoca del suo primo mandato (2006-2007) era stato creato il Ministero della Difesa del Giappone, che andava a sostituire l’Agenzia nazionale per la difesa. Con il ritorno di Abe sulla poltrona di primo ministro alla fine del 2012, è stata effettuata una revisione delle severissime autolimitazioni sulle esportazioni di beni con finalità militari e sulla partecipazione alla difesa collettiva, che già durante la Guerra fredda erano intese dai vicini del Giappone come un elemento importante per il mantenimento dello status quo a livello regionale. Persino un solo punto dell’elenco delle sue riforme basterebbe a qualunque altro premier del Sol Levante per entrare di diritto nella storia moderna del Paese come distruttore del “tabù” del pacifismo nipponico. Al contempo Abe, dopo le sue inaspettate dimissioni nel 2020 e fino alla tragica morte avvenuta l’8 luglio 2022, ha continuato a esercitare una grossa influenza sulla politica giapponese, restando un peso massimo del Partito Liberal Democratico (PLD) al governo. La sua partecipazione il 27 febbraio a una trasmissione televisiva di carattere politico aveva avuto così una certa eco, tale da potere nel lungo termine portare all’abbattimento di un altro dei pilastri del pacifismo giapponese. Il fatto è che, dopo le summenzionate riforme, non sono stati toccati i cosiddetti Tre principi non nucleari, proclamati nel 1972 da Eisaku Sato, unico premier del Giappone a vincere il premio Nobel. In conformità ad essi e sulla base delle disposizioni pacifiste della Costituzione, Tokyo ha preso l’impegno di “non ospitare, non produrre e non permettere l’ingresso sul suo territorio di armi nucleari”.

Shinzo Abe e coloro che la pensavano come lui probabilmente avevano ancor da prima una determinata “visione” anche dei “Tre principi non nucleari”. Così, già nel 2006 all’epoca del suo primo governo, la dichiarazione sulla possibilità di discutere le scelte del Giappone in tema nucleare, fatta dopo i test missilistici nordcoreani da uno dei funzionari di alto livello del PLD di cui era leader, aveva provocato nel Paese notevoli reazioni negative. Perciò, fino allo scoppiare della crisi ucraina, i conservatori giapponesi non avevano rischiato di tornare sull’argomento. D’altra parte è necessario precisare che la posizione giapponese sulle armi nucleari possiede un carattere ambivalente sotto diversi aspetti e il suo nocciolo consiste nel cosiddetto “dilemma nucleare”. Da un lato, il Giappone ha attivamente insistito sulla sua particolare missione “predicatrice” – peculiare dell’unico Paese al mondo ad aver subito un bombardamento atomico – dell’idea del disarmo nucleare. A Tokyo ipotizzano altresì che la tragedia di Hiroshima rappresenti per molti versi una sorta di “indulgenza” per le accuse relative a quanto commesso dai militaristi giapponesi. Peraltro la situazione delle isole Curili è stata costantemente sfruttata da Tokyo come pretesto per vittimizzare il Paese agli occhi della comunità internazionale. Dall’altro lato il Giappone, ricevendo garanzie nucleari dagli USA, ha riconosciuto la legittimità dell’utilizzo delle armi atomiche per difendersi da un attacco esterno. Non è un segreto che durante la Guerra fredda siano passate più di una volta dai suoi porti navi americane dotate di armi nucleari, con il tacito consenso delle autorità giapponesi. Secondo Dmitry Streltsov, tale doppiezza ha lasciato un segno profondo su tutta la politica post-bellica nazionale in ambito nucleare, che si è caratterizzata per “l’ambiguità, l’incongruenza e la contraddittorietà”. Così, i Tre Principi dal punto di vista degli Stati Uniti hanno svalutato per il Giappone l’affidabilità del potenziale americano di deterrenza nucleare. Già alla fine degli anni ’60 del secolo scorso Robert McNamara, durante un colloquio con Eisaku Sato, definì la situazione come “un ombrello nucleare senza manico”.

E allora nella fase successiva è stato Shinzo Abe a proporre di tornare all’idea di “aggiustare il manico dell’ombrello”. Nel corso del citato intervento televisivo, Abe fece capire che il Giappone avrebbe potuto usare in un modo o nell’altro il concetto di deterrenza nucleare della NATO, la quale presuppone la dislocazione degli armamenti nucleari americani sul territorio degli alleati e l’utilizzo dei loro velivoli per portarli sui potenziali obiettivi situati in aree nemiche. Nel rispondere alla domanda dell’ex sindaco di Osaka Toru Hashimoto, uno dei fondatori della formazione di orientamento conservatore-populista chiamato Partito della Restaurazione del Giappone (Nippon Ishin no Kai), Abe affermò che anche se il Giappone è uno dei firmatari del Trattato di non proliferazione nucleare e si è impegnato nei “Tre principi non nucleari”, non dovremmo guardare alla discussione sul mantenimento della sicurezza mondiale come a un tabù. E aggiunse: Dovremmo considerare diverse opzioni sul come difendere il nostro Paese e la sua popolazione. Passando alla reazione di Fumio Kishida a tali parole, l’attuale premier ha dichiarato il 28 febbraio che i Tre Principi non devono essere modificati, generando così la speranza che durante il suo mandato le armi nucleari americane non verranno a trovarsi in terra nipponica. Qui occorre notare che sebbene Kishida sia nato a Tokyo, le radici della sua famiglia si intrecciano con Hiroshima, fra i cui abitanti è molto forte il sentimento anti-nucleare. Questo circolo ristretto rappresenta per Kishida qualcosa di praticamente “familiare”. Il ministro della Difesa Nobuo Kishi, un politico estremamente popolare in patria che tra l’altro è il fratello minore del defunto Shinzo Abe, ha lasciato intendere che condivide la posizione del capo di Gabinetto. Tuttavia ciò potrebbe non costituire un riflesso delle sue opinioni personali, ma essere legato alle sue ambizioni di diventare un giorno il primo ministro.

Comunque non tutti gli alti funzionari del PLD sono pienamente concordi con le posizioni del leader del partito. Così, Tatsuo Fukuda, segretario del comitato esecutivo, appartenente un’altra dinastia di premier giapponesi con grandi progetti per il futuro, il 1° marzo in conferenza stampa ha dichiarato che non bisogna evitare di discutere un argomento simile: Se dobbiamo difendere la nostra gente e la nostra nazione, allora non dobbiamo vergognarci di entrare nel dibattito. Anche Sanae Takaichi, politica con la reputazione di essere un “falco” dell’establishment del PLD, è intervenuta in favore dello scambio di opinioni sulla revisione dei Tre Principi. Quindi “l’ambiguità e la contraddittorietà” nei confronti dello status non-nucleare del Giappone sono evidenti persino nel partito di governo. Invece i maggiori partiti di opposizione, come ad esempio il Partito Costituzionale Democratico, propongono di trattare con cautela i Tre Principi, perché i rischi di un reazione indesiderata da parte degli Stati vicini sono enormi. E anche i comunisti chiedono coerentemente di lasciare inviolati i Tre Principi.

Sebbe Shinzo Abe non avesse proposto di valutare il rifiuto da parte del Giappone delo status di “potenza non nucleare”, il problema secondo Tokyo nell’attuale fase consiste nel fatto che le garanzie di sicurezza americane, incluse quelle nucleari, non sono più strumenti efficaci di intimidazione verso Paesi terzi. Il Giappone si è convinto ciò forse guardando allo sviluppo del programma missilistico nucleare di Pyongyang. Per questo motivo il centro della discussione che Abe propose di iniziare potrebbe gradualmente spostarsi per Tokyo verso l’opzione nucleare. I dibattiti su questo argomento procedono per la loro strada. Ora persino i sostenitori del mantenimento dello status non-nucleare nipponico dubitano dell’efficacia del Trattato di non proliferazione a cui il Sol Levante aderì negli anni ’70 e che ratificò dopo più di sei anni. L’esperto Yoshiyuki Yano ipotizza che adesso sia negli interessi degli USA permettere al Giappone di possedere sottomarini con missili balistici e ulteriori mezzi minimi di deterrenza nucleare contro la Cina, per riempire un certo “vuoto di forza” nella zona occidentale dell’Oceano Pacifico. Ed è una chiara indicazione del cambiamento delle posizioni giapponesi verso il rifiuto dei Tre Principi. Sugli aspetti tecnologico-militari della questione, invece, secondo il medesimo esperto il Giappone si può già definire una potenza nucleare “virtuale”. Se a metà del primo decennio del 2000 gli studiosi americani dicevano che Tokyo poteva acquisire l’arma atomica nel giro di un anno, oggi secondo loro i giapponesi potrebbero fabbricare una bomba in pochi giorni. Esistono pure versioni quasi “complottiste”, secondo cui il Giappone sarebbe ancor più vicino all’avere armamenti nucleari, ispirandosi in parte alla “valigetta” israeliana.

Anche se l’immagine di un Giappone come superpotenza tecnologica ha sofferto molto a seguito della tragedia di Fukushima, il Paese resta uno dei leader nel settore dell’enegia atomica. L’azienda che effettua l’arricchimento dell’uranio è in funzione dal 1992, mentre la costruzione della fabbrica di lavorazione del plutonio è iniziata nel 1993 e oggi è praticamente completata. Contando la grande esperienza e il potenziale di Tokyo nella sfera dei supercomputer, gli scienziati nipponici sarebbero capaci di progettare testate nucleari senza bisogno di realizzare esperimenti. Non così rapidamente potrebbero risolvere la questione dei vettori, ma alcuni razzi ad uso spaziale civile in teoria sarebbero trasformabili in missili balistici a lungo raggio. La NEC e la IHI Aerospace sarebbero in grado di elaborare e mettere in produzione l’ogiva di una testata da missile balistico. Inoltre l’esperienza giapponese di partecipazione congiunta con gli USA alla progettazione e ai test anti-missile può rivelarsi utile. Dunque, in questo ambito non si riscontrano particolari problemi.

Per Tokyo sulla strada non solo verso l’opzione nucleare, ma anche per la dislocazione degli armamenti nucleari americani, rimane comunque il serio ostacolo dell’opinione dei cittadini giapponesi. Dai risultati di un sondaggio del 2021 si evince che il 75% dei giapponesi si schiera a favore dell’adesione al Trattato per la proibizione delle armi nucleari. Al contempo, guardando cosa scrivono sui social nipponici, si può concludere che con il ricambio generazionale la sensibilità alla questione si sta gradualmente abbassando, mentre su determinate decisioni dal “virtuale” si può passare piuttosto velocemente al reale. Tuttavia non è chiaro perché la società giapponese dovrebbe pensarci…

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