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G20 e COP26 tra passi avanti, fallimenti e annunci congiunti. Parla Lorenzo Castellani

A giugno di quest’anno ci domandavamo cosa potesse rappresentare, in prospettiva, il G7 che si è svolto in Cornovaglia sotto la presidenza inglese. Un momento importante in vista del G20 a guida italiana del Premier Mario Draghi per molte ragioni: dalla gestione della pandemia alle problematiche ambientali, dall’ “America is back” (con più ombre che luci data la successiva vicenda afghana) ai tentativi di apertura verso Russia e Cina.

In questi giorni, dopo gli incontri dei 19 Paesi più industrializzati al mondo (+1, dato dall’Unione Europea) e della COP26, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima in corso a Glasgow, si possono iniziare trarre le prime conclusioni.

Tengono banco, senza pochi dubbi, le questioni ambientali sollevate dai giovani a guida Greta Thunberg: il suo “bla bla bla”, condivisibile o meno, ha posto molta attenzione sulla salute del pianeta, con il rischio di concentrare le discussioni mediatiche più sugli slogan che sulle soluzioni adottabili (a questo proposito, vedasi, a titolo di esempio, le parole del Ministro Cingolani).

Dalla bozza del documento finale di COP26 viene sottolineata la necessità di una maggiore ambizione per affrontare le varie lacune. Vengono riconosciuti “gli impatti devastanti della pandemia di Coronavirus del 2019 e l’importanza di garantire una ripresa globale sostenibile, resiliente e inclusiva, dimostrando solidarietà, in particolare con i partiti dei paesi in via di sviluppo” e vengono sollecitati i “paesi sviluppati ad aumentare urgentemente i finanziamenti per l’adattamento al clima in modo da rispondere alle esigenze dei paesi in via di sviluppo come parte di uno sforzo globale”. L’approccio è dunque quello dell’urgenza, ma le risposte non sembrano essere adeguate viste le numerose critiche al documento e la “corsa” di Boris Johnson in treno delle ultime ore per mitigare le aspre critiche.

Questi G20 e COP26, quindi, possono dirsi un successo o un fallimento? “Un fallimento se partiamo dalle grandi aspettative pompate negli ultimi anni dai movimenti ambientalisti e dalla retorica politica occidentale. Un risultato, invece, di compromesso se adottiamo le categorie del realismo. Si fanno passi in avanti su deforestazione e oceani, mentre sul resto le riforme in senso ecologico procederanno a ritmo più lente e graduale. D’altronde non si può chiedere un sacrifico occupazionale e industriale ai paesi più avanzatiLorenzo Castellani, Docente di Storia delle istituzioni politiche e di Partiti politici e gruppi di pressione alla LUISS Guido Carli e postdoc researcher presso l’EIEF di Banca Italia e research associate presso il King’s College di Londra, esprime chiaramente gli aspetti in chiaroscuro.

Infografica – La Biografia dell’intervistato Lorenzo Castellani

Che ruolo ha, all’atto pratico, l’Unione Europea in questi contesti?

Ha un flebile ruolo di mediazione, soprattutto per compattare i paesi europei che partecipano a tali consessi. Ma è più un rito simbolico che altro. Ancora una volta sia la Cop-26 che il G20 dimostrano che la tela viene tessuta sempre dai governi nazionali. La politica estera resta un attributo della sovranità”.

Guardando all’Italia, sta tenendo banco una spinosa questione legata alle azioni ambientali. Dopo due referendum abrogativi del 1987 e del 2011 si torna a parlare di nucleare soprattutto grazie (o a causa) alle spinte europee e internazionali. Oltre allo svuotamento della politica nazionale su diverse questioni, stiamo assistendo al confinamento della volontà popolare oppure è la prova che le scelte del popolo dipendono soprattutto dal contesto storico e dalle vicende ad esso attuali? 

Direi dal contesto storico, per altro parliamo di referendum per cui sono passati decenni oramai. Se il contesto muta e se crescono nuove emergenze cambiano le priorità dei governi e anche le opinioni della popolazione. Anche se sul ritorno al nucleare l’iniziativa dovrebbe essere governativa più che popolare e andrebbero coinvolti anche attori del capitalismo privato oltre che pubblico”.

Nel suo libro “l’ingranaggio del potere” lei afferma che dove c’è guerra c’è tecnocrazia: in un mondo in cui le guerre commerciali hanno impatti su scala globale, stiamo assistendo alla nascita di strutture multilaterali più orientate alla “guerra” continua che alla “pace”?

È sempre stato così, in realtà. Il multilateralismo non assicura la pace ma serve per gestire interessi e contrasti tra potenze. Nel suo contesto possono nascere alleanze, rapporti tra i imperi e stati vassalli, contrapposizioni tra blocchi. La pace perpetua e assoluta non esiste mai nella storia, mentre la guerra è continua e viene condotta in forme differenti”.

La tecnodemocrazia sarà il futuro del multilateralismo e della cooperazione globale?

Non legherei il concetto di tecnodemocrazia, che attiene all’organizzazione del potere interno, al multilateralismo in sé. Mentre la cooperazione globale si fonda più sulla tecnocrazia, cioé su strutture autonome di tipo burocratico oppure specializzato nel regolare un determinato settore. La democrazia, intesa come rappresentanza, c’entra poco quando parliamo di istituzioni globali che sono appunto tecnocratiche o giurdiche”.

L’annuncio congiunto USA-Cina può rappresentare un passo in avanti importante oppure l’ennesima dichiarazione nebulosa e di difficile realizzazione?

Non mi pare un passo avanti rivoluzionario. Per ora si parla di un possibile incontro virtuale tra Biden e Xi la settimana prossima, per una generica “cooperazione” tra le due potenze. Penso che le difficoltà economiche di entrambi i paesi dovute all’inflazione delle materie prime e alla sofferenza delle supply chain spinga i due leader a cercare una qualche sistemazione almeno sul piano commerciale e del governo del mercato mondiale. Tutti gli altri dossier geopolitici, invece, non mi pare possano essere risolti a breve”.

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Nato a Torino il 13 Settembre 1991. Dopo la Laurea in Giurisprudenza all'Università di Torino, consegue il Master in Cooperazione e Diritto Internazionale alla Pontificia Università Lateranense di Roma. Consulente di progetto e studioso di tematiche europee, collabora con team d'innovazione sociale ed è il fondatore di un'associazione giovanile torinese che prova a immaginare il futuro della città.

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